Tra Socrate e Callicle, una donna interroga la propria vita con parole che salvano

Nicolas André Monsiau, Socrate, Alcibiade e Aspasia 1801, Museo di Belle Arti Pushkin di Mosca.

BEVO DA ENTRAMBE LE COPPE

Una voce femminile tra filosofia e memoria: scrittura come cura, desiderio come interrogazione.

Redazione Inchiostronero

Bevo da entrambe le coppe è un’opera che unisce riflessione filosofica, memoria personale e tensione narrativa in un flusso continuo, capace di restituire al lettore il senso profondo dell’esperienza interiore. La voce narrante è quella di una donna che, attraverso la scrittura, interroga la propria storia, i propri desideri, le ferite lasciate dalla famiglia, dagli amori, dal silenzio. In questo processo di riappropriazione di sé, la protagonista non si limita a raccontare: dialoga idealmente con due figure archetipiche del pensiero occidentale — Socrate e Callicle, protagonisti del Gorgia di Platone. Il loro confronto sull’etica, sul piacere e sul senso della giustizia diventa la struttura simbolica del testo. Da un lato, la voce di Callicle, che incarna la forza del desiderio e l’urgenza del vivere senza misura; dall’altro, la voce di Socrate, che invita alla riflessione, alla cura dell’anima, alla ricerca del giusto equilibrio. L’autrice non prende partito immediato: si lascia attraversare da entrambe le visioni, vivendo sulla propria pelle le conseguenze di ogni scelta. Il corpo, il linguaggio, la maternità negata o temuta, le relazioni con uomini mai davvero incontrati — tutto viene osservato, scomposto e rielaborato attraverso una scrittura tesa, onesta, a tratti lirica, sempre filosofica. Il simbolo centrale è la coppa del miele e dell’ombra, emblema di una vita che contiene insieme dolcezza e oscurità. Solo chi è disposto a bere da entrambe può dirsi vivo in modo autentico. Opera di confine tra saggio, memoir e meditazione poetica, Bevo da entrambe le coppe è un viaggio nell’anima femminile, ma anche una proposta etica e spirituale universale, rivolta a chiunque senta l’urgenza di vivere consapevolmente — interrogando i propri impulsi, ascoltando le proprie ferite, scegliendo ogni giorno il difficile esercizio della libertà interiore.


Dialogo 1 – La fame e la forma

L’origine del desiderio, l’urgenza di vivere ogni cosa, la tensione tra bisogno e parola. Il corpo e la scrittura come luoghi di esplosione e contenimento.

La voce narrante è quella di una donna che scrive per restituire senso alla propria esperienza — una memoria non lineare, ma stratificata, frammentata, composta di soglie. Scrive per se stessa, per la parte rimasta in ombra, per quella che non ha mai avuto parola. «Scrivo per ascoltarmi», confessa, e questo atto si trasforma fin da subito in un’indagine filosofica ed esistenziale, in cui la riflessione si intreccia alla carne.

Fin dalle prime pagine, la narrazione si popola di immagini simboliche: il miele e l’ombra, la coppa da cui bere — dolcezza e buio, piacere e limite. Tutto si tiene insieme in questa doppia sostanza che la protagonista riconosce come sua. La sua vita si è costruita così: nel tentativo di conciliare il desiderio e la rinuncia, la fame e la forma, il piacere e il freno.

È in questa tensione che riemerge Callicle, figura evocata come interlocutore ideale, o meglio: come controparte. L’interrogazione etica si fa incalzante: Aveva forse ragione Callicle, con la sua esaltazione della forza e del desiderio? L’interiorità della protagonista si apre così a un dialogo ideale con i filosofi antichi, che assume i toni di una disputa interiore tra eros e logos.

«Aveva ragione Callicle?», si chiede. «È davvero giusto che il forte prevalga, che chi ha fame si sazi, che si disseti chi ha sete, e non si reprima il desiderio?» Le parole di Callicle tornano, anche se non pronunciate da lui direttamente, come un’eco: la natura stessa richiede che i più forti governino sui più deboli, e la legge è un’imposizione artificiale che reprime la verità del desiderio.

Ma poi arriva la voce di Socrate, che si insinua più lenta, più umile, eppure più salda. Con la sua calma apparente e la sua implacabile logica, egli ribatte:

«Dopo avere raccolto da una parte il piacere, dall’altra il dolore, e avendo anche aggiunto, sul piatto della bilancia, il vicino e il lontano, dicci qual è il più grande. […] L’operazione della scelta deve farsi dove si abbia l’eccedenza.»

Il criterio non è il desiderio, ma l’equilibrio dell’anima. Non è l’impulso, ma il peso comparato del piacere e del dolore, anche se differiti nel tempo. Il discorso socratico non viene solo citato, ma messo alla prova: la protagonista si domanda se nella sua stessa vita abbia scelto il piacere per fame, per bisogno, per vuoto, trascurando le conseguenze sul lungo termine.

Nel fondo della sua esperienza si riconosce una domanda più antica: è meglio lasciarsi vivere o vivere secondo misura? È qui che la narrativa si fa filosofica senza perdere intensità emotiva. Il corpo della protagonista ricorda, trattiene: «Nel desiderio diventavo reale», dice, eppure ora si chiede se quella realtà fosse effimera, costruita su un’eccedenza che in seguito ha generato vuoto.

La figura della madre torna come ombra e radice. Non solo madre biologica, ma madre come principio: una presenza silenziosa, fatta di rigore e distanze. È da lì che nasce, forse, la fame che ha spinto a cercare nell’amore la misura che mancava. Ma Socrate, ancora una volta, interviene idealmente:

«Non è forse l’anima, per chi vuol vivere rettamente, da curare più del corpo?»

Questa domanda antica risuona nel presente della protagonista come una ferita e una possibilità. Forse curare l’anima significa anche scrivere, ricordare, dare forma a ciò che è stato negato. Forse significa non abbandonarsi al solo piacere del corpo, ma imparare ad ascoltare la grammatica più sottile del desiderio consapevole.

Il testo si apre allora a un nuovo spazio: non più solo confessione, ma filosofia vissuta, pensiero che cerca nella carne le sue prove. Il conflitto tra Socrate e Callicle si fa specchio del conflitto tra l’impulso e la misura nella vita della protagonista. Non c’è una vittoria netta: ma la dialettica resta viva, pulsante, urgente.

Dialogo 2 – Scrivere per esistere

Il gesto della scrittura come resistenza al vuoto e come via di ritorno a sé. Il linguaggio che struttura l’identità e salva dall’annientamento.

Mentre la protagonista prosegue nella sua esplorazione interiore, il filo del dialogo socratico continua ad avvolgere il tessuto della sua riflessione. L’interrogazione non riguarda più soltanto la giustizia o la natura del piacere, ma la forma stessa della vita. Il corpo, i suoi desideri, la sua fame: sono essi da secondare, come voleva Callicle, o da governare, come suggeriva Socrate?

La donna torna su sé stessa come su un campo di battaglia. Alcune sue scelte — relazioni, fughe, abbandoni — sembrano ora apparirle figlie del principio callicleo: la natura reclama ciò che vuole, e reprimerla è una forma di morte. Eppure, non c’è celebrazione di questo principio: anzi, si delinea il fallimento di quella via, la sua insostenibilità nel tempo.

Scrive:

«A lungo ho creduto che si dovesse vivere tutto. Tutto ciò che si desidera, tutto ciò che fa battere il sangue. Ma poi? Quando tutto è stato vissuto, cosa resta?»

È in questo momento che il dialogo socratico ritorna come misura. Non come imposizione esterna, ma come forma di pensiero che salva. Socrate non parla per reprimere, ma per chiarire. Egli afferma:

«Sarà mai felice un’anima disordinata, insaziabile, disgregata? […] Chi vuol vivere rettamente deve curare l’anima, rendendola armoniosa e giusta.»

Questa idea comincia a farsi spazio dentro la protagonista: la felicità non è eccitazione continua, ma equilibrio dell’essere. Non è consumo del mondo, ma riconciliazione con se stessi. Le parole di Socrate agiscono come un siero: lente, ma efficaci.

Nel frattempo, il passato ritorna con forza, in forma di immagini e piccoli traumi. La figura della madre, già centrale nella prima parte, si fa ora termine di paragone tra due mondi morali. La madre rappresentava una forma di controllo, di silenzio, ma anche di ordine. La protagonista, invece, ha spesso inseguito il disordine, come se fosse libertà. E ora si chiede: chi era davvero prigioniero? Lei o io?

Il testo si fa più raccolto, più meditativo. I riferimenti a Callicle tornano non più come aspirazione, ma come riflessione critica. La donna riconosce in quel pensiero una tentazione ancora viva: l’idea che “chi è forte ha diritto di prevalere, che chi ha appetito deve saziarlo”.

Ma è Socrate a riportare il discorso a una questione di cura e responsabilità. Il suo principio guida è sempre lo stesso: «Meglio subire ingiustizia che commetterla», perché l’anima si degrada non per ciò che riceve, ma per ciò che infligge. La protagonista sembra finalmente comprendere: non è nel possesso, né nel dominio, né nell’autoaffermazione che si misura la forza — ma nell’armonia interiore, nella capacità di restare giusti anche nel dolore.

A questo punto, il confronto tra i due modelli — quello di Callicle e quello di Socrate — si trasforma in una scelta personale. Non una decisione morale astratta, ma una forma concreta di vivere: la misura, la cura, il rispetto di sé. Non come rinuncia, ma come piena affermazione del valore dell’anima.

La scrittura stessa diventa, per la protagonista, uno strumento socratico: serve a interrogare, ad attraversare contraddizioni, a portare luce nelle zone d’ombra. E proprio qui torna la coppa del miele e dell’ombra: non come opposizione, ma come sintesi possibile. Non si tratta di scegliere solo il miele o solo l’ombra, ma di accettare entrambi, consapevolmente.

«Socrate non diceva di evitare il piacere», scrive la protagonista, «ma di conoscerlo, pesarne il valore, la durata, il costo sull’anima». E conclude: «Forse è questo che sto imparando: non a evitare il desiderio, ma a non esserne schiava.»

Dialogo 3 – La voce, il corpo, la misura

Socrate e Callicle entrano in scena. Il confronto tra impulso e giustizia, tra fame di piacere e forma dell’anima. Il logos come argine e la scrittura come trasformazione.

Dopo aver interrogato la propria storia alla luce del pensiero di Callicle e Socrate, la protagonista comincia a rivolgere lo sguardo non più solo al passato, ma alla materia viva della propria identità. Scrivere le proprie contraddizioni non è più un atto di denuncia o confessione, ma una forma di indagine dell’anima, quasi socratica.

Le esperienze vissute — soprattutto quelle legate al desiderio, alla fame d’amore, al corpo — appaiono ora sotto una nuova luce. Non si tratta più di stabilire se siano state giuste o sbagliate, ma di pesarne le conseguenze, con quella stessa bilancia interiore che Socrate proponeva nel passo citato:

«Se piaceri contro dolori, […] qualora i dolori siano soverchiati dai piaceri […] si deve agire dove si abbia l’eccedenza.»

La donna ripercorre le sue scelte come se rileggesse un dialogo socratico con sé stessa: dove ha cercato piacere, ha trovato davvero eccedenza? O, piuttosto, ha raccolto disgregazione, frammentazione, un senso di dispersione?

Emergono figure d’amore, maschili, prive di identità precisa, ma fortemente simboliche: gli uomini come specchi, non come fini. Alcuni hanno incarnato la forza di Callicle, altri la distanza della madre, altri ancora solo il vuoto. In ciascuno, la protagonista ha cercato qualcosa di sé, e ciò che non ha trovato in loro è ciò che non aveva ancora costruito dentro di sé.

«Ogni uomo era un frammento del mio desiderio di essere guardata», scrive.

Ma quel desiderio, lasciato senza guida, senza forma, spesso si è tradotto in smarrimento. Non bastava seguire la fame: bisognava comprendere di che fame si trattasse.

Qui il confronto tra Callicle e Socrate torna in modo più sottile. Callicle sostiene che:

«L’uomo veramente libero deve vivere come vuole, senza freni, secondo natura.»

Ma Socrate gli oppone, con pazienza: vivere senza misura significa essere schiavi dei propri impulsi, non padroni. E la protagonista lo intuisce con chiarezza, nella sua carne, nelle sue stanchezze, nelle cicatrici delle relazioni fallite.

È allora che si apre un nuovo tema: la padronanza di sé non come repressione, ma come cura. La protagonista scopre che educare il desiderio non significa spegnerlo, ma orientarlo. Trovargli una voce, una direzione, una lingua. Non lasciarlo gridare, ma ascoltarlo a fondo, come un maestro esigente.

Anche la scrittura cambia funzione: non è più solo testimonianza, ma strumento di distinzione. Di vaglio, di chiarificazione. Ogni parola scritta è un atto filosofico: seleziona, definisce, accende una parte dell’esperienza, ne lascia in ombra un’altra.

In questo lavoro sulla parola, la donna riconosce un’eredità nascosta: la lingua del silenzio appresa da bambina, quella che Callicle avrebbe forse disprezzato come costrizione sociale, ma che Socrate avrebbe invece considerato come traccia di un ordine profondo.

«Il silenzio mi ha insegnato a sentire ciò che le parole non dicevano», scrive.

E in questo si compie una piccola inversione: quella parte che sembrava segno di debolezza si rivela ora fonte di sapienza, di ascolto sottile, di presenza consapevole.

La protagonista non si dichiara mai “convertita” al pensiero socratico — non è un processo ideologico — ma si riconosce affine alla sua ricerca, al suo desiderio di “vivere bene”, non solo intensamente. E vivere bene, ora, significa accettare anche l’ombra, ma con discernimento.

La coppa del miele e dell’ombra torna come emblema finale di questa parte. Non è più un simbolo ambiguo, ma un contenitore unitario di verità. Il miele non è più illusione, e l’ombra non è più minaccia. Entrambi convivono, come il piacere e la misura, come il desiderio e la riflessione. Non si tratta di scegliere tra Socrate e Callicle, ma di tenere viva la tensione tra i due, facendo dell’anima la vera arena del dialogo.

Dialogo 4 – L’anima che ritorna

Un cammino che si fa consapevolezza. La protagonista impara a guardare il passato senza paura. Il tempo non è più lineare, ma spazio interiore di ricomposizione.

La riflessione si sposta ora sull’identità, non più come forma fissa, ma come flusso mobile e plastico, modellato dal tempo, dal linguaggio e dalla memoria. La protagonista comincia a parlare di sé come di un essere molteplice, stratificato, contraddittorio. Una coscienza che si trasforma a ogni passaggio, a ogni gesto, a ogni parola scritta.

«Non sono quella che ero ieri, e forse domani non sarò questa. Ma non mi perdo. Mi osservo cambiare.»

È questa la nuova postura che si annuncia: non cercare più una coerenza lineare, ma abitare la propria discontinuità. E in questo, paradossalmente, trova una forma di pace.

Il pensiero di Socrate la guida in questo processo. Più che come maestro, egli le appare ora come compagno silenzioso nel dubbio. Le sue domande non pretendono risposte definitive, ma aprono spazi. È lui ad averle insegnato a «non avere paura di non sapere», a fare del pensiero un atto d’amore per la verità.

Callicle invece torna come voce tentatrice, ancora viva: la voce che spinge all’eccesso, alla rivolta, all’esaltazione del desiderio. Ma la protagonista, pur non rinnegandolo, ora lo riconosce come parte adolescenziale della coscienza, necessaria ma non più dominante.

«A lungo ho voluto essere Callicle. Ho pensato che lasciarmi andare al desiderio fosse il solo modo per sentirmi viva. Ma non sapevo che, nel farlo, mi stavo consumando. Non davo forma al mio essere. Lo lasciavo bruciare.»

Le parole di Socrate — tratte da un altro punto del Gorgia — tornano allora come risposta più matura e pacata:

«Non è vergogna l’essere colpiti dall’ingiustizia, ma il compierla. […] Meglio essere sconfitti con l’anima giusta che vincere con l’anima corrotta.»

Questo principio, che pareva così paradossale alla giovinezza della protagonista, ora risuona in modo più comprensibile. La giustizia interiore, la coerenza con sé stessa, la cura dell’anima: sono questi i criteri che cominciano a guidarla.

La scrittura, divenuta ormai il cuore pulsante della narrazione, si configura come un atto di equilibrio tra le spinte opposte che abitano l’animo umano. Ogni parola non è solo memoria, ma scelta di verità. Ogni frase è un gesto di costruzione, di responsabilità, di guarigione.

Il linguaggio che un tempo serviva a compiacere o a nascondere, ora diventa lingua propria, personale, affilata ma sincera. «Non scrivo per piacere. Scrivo per sapere chi sono, per non dimenticarmi mentre cambio.»

Il tema della cura dell’anima, centrale nel pensiero socratico, si traduce qui in un’etica narrativa. La protagonista capisce che raccontarsi, se fatto senza finzione, è una pratica di giustizia verso di sé. Non per assolversi, ma per vedersi.

Intanto, l’ombra non è più nemica. È parte del cammino. La protagonista riconosce in essa le zone rimosse, i traumi, le scelte sbagliate, ma anche le occasioni di comprensione profonda.

«Se non avessi attraversato il buio, non avrei mai conosciuto la luce che porto dentro.»

Qui la metafora della coppa trova la sua pienezza: miele e ombra non sono opposti, ma elementi complementari. Solo chi beve da entrambi i lati della coppa può conoscere davvero sé stesso. Solo chi accetta di farsi attraversare dal desiderio senza farsi dominare, di riconoscere il dolore senza farsi schiacciare, può dirsi intero.

Nel finale di questa sezione, la voce narrante si fa più leggera, più libera. C’è una quiete nuova, fatta non di risposte ma di disponibilità al dubbio. La filosofia non ha dato certezze, ma ha insegnato a stare nel domandare.

«Socrate non mi ha mai dato soluzioni. Ma ha spazzato via le illusioni. E Callicle, con la sua voce forte, mi ha mostrato il pericolo di chi si illude che la libertà sia solo fame soddisfatta.»

La donna non sceglie tra i due. Non li oppone più. Li accoglie entrambi, come aspetti della propria evoluzione interiore. E nel farlo, smette di giudicare la propria storia: la ascolta, la comprende, la riscrive.

Dialogo 5 – Bere da entrambe le coppe

La chiusura. Non c’è salvezza unilaterale: la vita vera nasce dal confronto tra miele e ombra. L’equilibrio tra desiderio e misura diventa atto etico. È qui che la voce trova casa.

Scrivere ha smesso di essere una fuga. È diventato un ritorno consapevole. Non alla casa dell’infanzia, non ai corpi che l’hanno attraversata, ma a sé stessa. Alla parte più antica e insieme più nuova del proprio essere: quella che osserva, interroga, pesa, senza più giudicare.

«Smetto di chiedermi se ho fatto bene o male. Comincio a chiedermi se ho capito, se ho trasformato.»

Non è una frase d’effetto, ma un atto di liberazione. La protagonista non vuole più una narrazione in cui la colpa, il rimpianto o la giustificazione abbiano l’ultima parola. Vuole un luogo — anche solo mentale — dove tutto possa essere visto, accolto, restituito alla vita in forma piena.

Qui, Socrate non è più una figura esterna. È diventato un principio interiore. Una voce senza tempo che le ha insegnato a pensare non per convincere, ma per comprendere. A porre domande non per ottenere risposte, ma per allargare lo spazio della coscienza.

«Io non so, ma so di non sapere», diceva Socrate.

E in questa non-sapienza luminosa, la protagonista trova l’umiltà della maturità.

Callicle, dal canto suo, non viene demonizzato. Resta la voce della forza primitiva, della natura che spinge, del desiderio che urla. Ma ora quella voce non domina più. È una parte della coppa — l’ombra necessaria perché il miele non si faccia stucchevole, perché il piacere abbia radici, e non sia solo fuga.

La scrittura si fa allora forma di equilibrio: né repressione, né esplosione. È misura. È il logos che contiene l’eros, senza spegnerlo. La protagonista ha imparato che la vera forza non è cedere al desiderio, ma orientarlo. Non è negare la fame, ma decidere come e quando nutrirsi.

E così la coppa del titolo, che prima sembrava una metafora vaga, diventa ora una sintesi filosofica e poetica. È il simbolo del vivere consapevole.
Il miele è il piacere, il desiderio, la dolcezza della carne e dell’incontro.
L’ombra è il dolore, la perdita, il limite, la memoria che punge.
Solo chi sa bere da entrambi i lati della coppa può dire di vivere pienamente.

«Ho bevuto. Ho tremato. Ma ora non ho più paura. Perché so da dove vengo, e cosa mi ha costruita.»

Il tempo, nel finale, si dilata. La protagonista non è più in lotta contro il passato. Lo accoglie. Non chiede al futuro promesse, ma possibilità. Ha fatto pace non con tutto, ma con l’idea di non poter fare pace con tutto. E questo basta.

Scrive l’ultima frase come un saluto, o un inizio:

«Chi sa portare l’ombra, riconosce la luce.
Chi ha avuto fame, sa distinguere la pienezza.
Chi ha ascoltato Socrate, non vive più per vincere. Vive per essere giusto.»

E chi ha amato Callicle, forse, ha imparato a riconoscere l’urgenza del desiderio. Ma solo l’amore per la verità insegna a restare interi.

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