Quando la geopolitica diventa un bilancio.

«BlackRock vuol farci pagare la guerra e la pace»
La guerra, la pace e il conto finale presentato dalla finanza globale.
Redazione Inchiostronero
Dietro la retorica bellica e umanitaria dell’Europa emerge una presenza tutt’altro che invisibile: quella della grande finanza globale. Uscendo dal vago e dalle allusioni, questo intervento prova a fare nomi e collegamenti, a partire da BlackRock, il colosso che gestisce circa diecimila miliardi di dollari, e dal suo amministratore delegato Larry Fink. Il suo ruolo nelle trattative sulla “ricostruzione” dell’Ucraina, i contatti diretti con Volodymyr Zelensky e il passaggio di figure chiave della politica europea dagli uffici di BlackRock ai palazzi del potere sollevano una questione decisiva: chi decide davvero la guerra e chi incassa la pace? Attraverso joint venture pubblico-private e accordi firmati già nel 2022, la distruzione si trasforma in opportunità d’investimento, mentre ai cittadini europei resta il conto politico, economico e morale. Un’analisi che mette a nudo l’intreccio tra finanza, conflitto e sovranità, chiedendo se l’Europa stia combattendo una guerra… o finanziando un affare. (Nota Redazionale)
Ieri, nel post dedicato alla demenzialità bellica della Ue, avevo accennato proprio in coda, al ruolo degli ambienti global – finanziari nella inedita, scomposta e incoerente aggressività europea. Non sono andato avanti per evitare di rendere il post troppo lungo, ma occorre uscire dal vago: questa ingombrante presenza non è sempre nascosta dietro le quinte, alle volte le eminenze grigie si mostrano anche sul palcoscenico. Per esempio, ci si potrebbe chiedere cosa c’entri Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, il gigante finanziario che gestisce più o meno 10 triliardi di dollari, con le trattative di pace e con Zelensky? C’entra molto, visto che telefona spesso al duce di Kiev e non è certo un caso che il cancelliere tedesco, Merz, un uomo che esce da BlackRock appunto, sia diventato il maggior fautore della guerra. Il fatto è che fin dall’autunno del 2022 Fink ha firmato con Zelensky un patto per la ricostruzione dell’Ucraina che di fatto sfrutta joint venture pubblico – privato per fare un mucchio di affari.
Ovviamente più viene distrutto nel corso del conflitto, più la torta aumenta: così possiamo presumere che Fink e i suoi compari stiano aspettando il momento in cui si potrà lucrare di più sul Paese che ha fornito il materiale umano, evitando però che l’avanzata russa dilaghi e rompa le uova nel paniere o susciti negli stessi ucraini un sentimento di ripulsa nei confronti di chi li ha usati come carne da cannone. È dunque probabile, per non dire certo, che egli sia parte di primo piano nelle trattative, così come è stato un attore importante nella guerra. Adesso c’è da ricostruire tutto ciò che rimarrà del Paese, dalla rete elettrica all’agricoltura, all’industria, allo stesso apparato dello stato che oggi è in mano a nazisti e oligarchi che rubano a più non posso. Ossia ci sono come minimo 600 miliardi di euro in gioco che stanno già stati dirottati su strumenti finanziari ad hoc: tutto questo è persino visibile nel cosiddetto piano di pace formulato da Trump e leggendo le clausole che riguardano il “dopoguerra”, pare di sentire i sussurri delle eminenze grigie nei recessi della Casa Bianca. Del resto, a quanto pare di capire, l’intero Paese non sarà che un bel parco giochi nelle mani della finanza. Va però specificato che gran parte dei soldi saranno di origine pubblica, cioè verranno prelevati dalle tasche dei cittadini, soprattutto europei, in maniera che i ricchi divengano ancora più ricchi, grazie a un massacro che hanno propiziato con un cinismo estremo: quando si sono resi conto di non riuscire a sconfiggere la Russia con le loro sanzioni, si sono dedicati a mettere in piedi un gigantesco business. Che poi sia macchiato di sangue a loro importa ben poco. L’espressione il sonno dei giusti è un clamoroso falso: i giusti si tormentano, sono gli ingiusti a non avere pensieri.
Per un momento è sembrato che parte di quei soldi avrebbero potuto derivare dalla rapina dei fondi russi, ma quando si è capito che ciò avrebbe spaccato la Ue, forse in maniera irrecuperabile e che comunque l’Fmi aveva forti dubbi sull’operazione, ecco che hanno messo le mani nelle tasche sempre più povere dei cittadini, per cavar fuori 90 miliardi di euro da regalare ai corrotti di Kiev: si tratta di denaro da rubare che non serve a nulla per la guerra. I problemi dell’Ucraina consistono soprattutto nella carenza di uomini e di addestramento e in parte nella mediocrità e del costo stratosferico delle armi prodotte dall’Occidente. Cerco di spiegarmi con un esempio concreto: i russi lanciano ogni mese molte decine di missili ipersonici su obiettivi militari, energetici o industriali dell’Ucraina, ma per avere il 12 % di possibilità di intercettarli occorre far partire almeno 4 Patriot per ognuno dei vettori russi in avvicinamento, vale a dire occorre un totale di 16 milioni di dollari per avere una minima possibilità di difesa. Per disporre poi di un’intera batteria di questi mediocri missili antiaerei (in Arabia Saudita sono riusciti a beccare solo pochissimi droni degli Houthi) dotata di radar, centri di controllo, generatori e tutto ciò che occorre, la spesa è di un miliardo in relazione a una modestissima efficacia.
Così 90 miliardi sembrano tanti e sono in effetti tanti, anzi troppi, per Paesi in drammatica crisi economica, ma in realtà sono pochi per organizzare una efficace difesa nelle condizioni in cui si trova ormai l’esercito ucraino: la sola difesa aerea per un anno li brucerebbe quasi tutti. Senza dire che Kiev è in totale bancarotta e che occorrerebbero 150 miliardi solo per tenere in piedi la baracca. Ma si sa, Fink e la sua compagnia cantante di speculatori, amano questi fiumi di denaro perché producono interessi che poi vanno in tasca a loro. La russofobia, instillata ogni giorno, su ogni canale o giornale mainstream, serve appunto a fa sì che il flusso di soldi non si fermi. E per questo che intervengono direttamente nelle trattative, non fidandosi abbastanza delle loro teste di legno di Bruxelles, scelte proprio in ragione della loro mediocrità e/o ricattabilità. In una lettera aperta al cancelliere Merz, l’economista Jeffrey Sachs gli lancia l’accusa di essere fuori dalla storia, dalla diplomazia, da ogni buon senso e credibilità. Però dovrebbe sapere che, nel modello economico in cui viviamo, il profitto non guarda in faccia a nessuno e tantomeno alla storia. Fino a quando la storia non ne decreterà la fine.
