Cosa può davvero tenere assieme un amore? E come nasce? Quali sono gli interstizi, dove si conficca per arrivare nel fondo dell’anima e del corpo, fino a imprigionare il senso della vita? È quanto si chiede Gena in una notte d’attesa ripercorrendo la storia “malata” che l’ha legata all’uomo che è diventato suo marito e che ora la rifiuta.

 

 

BUIO INVISIBILE

Racconto

di

Daniela Frascati

 

   Il luogo faticoso e ingabbiato dove le sue paure la tenevano in ostaggio cominciava a cedere. Così un pensiero lucido, ripulito da ogni possibile incertezza iniziò a ballarle davanti. Era una piccola sfera luminosa che le saltellava nella mente e a tratti davanti ai suoi occhi. Doveva solo afferrarla e lasciarsi trasportare da lei. Ma ora non c’era tempo. Lo avrebbe fatto più tardi. Nel buio del suo letto da sola. Aspettando che arrivasse il giorno e che lui tornasse. 

I ragazzini si stavano accapigliando nella stanza dei giochi. Sentiva le urla e il rumore della lotta che li scagliava contro la cassapanca. Poi Furio che la chiamava.

– Mamma vieni, Davide si è rotto la bocca!

Corse strascicando le ciabatte lungo il corridoio in penombra, preoccupata che suo padre sentisse.

– Vi siete fatti di nuovo male! Guarda qua! – disse afferrando con concitazione la faccia di Davide tra le sue mani. 

Un piccolo taglio, perfettamente verticale, si apriva sul labbro inferiore del bambino.

– Furio cattivo e violento. – urlò istericamente contro il figlio più piccolo.

Si chinò sulle labbra di Davide e, prendendole tra le sue, succhiò il sanguinamento dalla ferita.
Furio la guardava. Com’era bella la sua mamma! Allora con il pianto di pentimento in gola corse ad abbracciarla. 

– Vai via da qui, non ti voglio. Sei prepotente – disse allontanandolo con uno spintone.

Furio corse fuori dalla stanza. 

– Cattivi, cattivi voi. – singhiozzava – cattiva tu. 

Finì contro le gambe del nonno che lo sollevò in braccio.

– Ancora a fare arrabbiare la mamma?! Non dovete farlo bambini – disse parlando a lui come fosse anche Davide – Lei è preoccupata questi giorni e non sta bene.

– Perché nonno, che malattia ha?

– No, piccolo, non spaventarti, nessuna malattia. È solo stanca. Dovete stare buoni, lasciarla riposare.

– Ma noi eravamo buoni. Poi abbiamo giocato a spintonarci e Davide è andato con la bocca sul trenino.

– Quel ragazzino è sempre affamato! Scommetto che voleva mangiarselo, eh!

E scoppiarono a ridere abbracciandosi.

– Su andiamo a vedere se si è calmato.

Si è chiusa di nuovo nella sua stanza. Fuori piove. È un autunno incoerente, pieno di bizzarrie meteorologiche che alterna sprazzi di sole quasi estivo a torme di nuvole in fuga spinte da violenti maestrali dentro brividi di gelo. 

Nuda davanti allo specchio guarda il suo corpo dimagrito sotto la luce del lampadario. I seni scarni, svuotati dalle due gravidanze ravvicinate, i fianchi piccoli come un’adolescente o una vecchia inaridita, le gambe magre e violacee per il freddo.

Un’alleanza inquieta la lega all’anima di tenebra dell’uomo che da otto anni è suo marito. Sempre in fuga a cercare chissà che cosa, con i suoi occhi impavidi e quella bellezza eccessiva, senza consolazione. 

Accasciata nei pomeriggi di noia blandamente nevrastenica che alterna telefonate alle amiche con letture svogliate, lasciando a suo padre l’incombenza dei figli, pensa di sé stessa che è una di quelle donne che non sanno guardare in faccia la realtà e perciò nella loro codardia sono le più esposte alle contaminazioni dell’incoerenza e dell’illusione. Eppure, nelle pieghe della quotidianità borghese e rassicurante della casa di ragazza dove ha voluto continuare ad abitare dopo il matrimonio, non ha potuto fare a meno di vedere infiltrarsi la fuliggine malinconica dell’abitudine che consuma e spegne.

È questa consapevolezza che la fa torcere, impigliata tra un furore che non dà segni di cedimento e improvvise, devastanti, prostrazioni che la lasciano accartocciata su se stessa in quelle stanze uguali da sempre, con gli odori e le cose che avevano domato la sua irrequietezza di adolescente e che aveva sperato potessero, se non vincere, almeno pacificare l’irrefrenabile ossessione dell’uomo che aveva scelto per marito e dal quale si era fatta scegliere come moglie.

   Quel patto, stipulato tra loro prima ancora che davanti a Dio e agli uomini, non aveva retto che un paio d’anni e forse neppure quelli. Lui era un uomo che adoperava il sesso come antidoto alla sua devastante angoscia: l’orrore di fronte alla vita sempre in bilico e prossima alla morte da temerne costantemente uno sconfinamento. Una disperazione tanto potente quanto potente era in lui la vitalità del corpo. Un’ossessione che lo perseguitava come il destino da cui aveva tentato di allontanarsi gettandosi in quell’amore domestico e dal quale voleva assolutamente essere addomesticato. Ma non seppe lasciarsi prendere da lei, né lei poté prenderlo. Non così a lungo da trattenerlo con sé e trasformare lo scambio del piacere dei corpi, in amore. I figli, uno dietro l’altro, erano arrivati troppo presto. 

Molte estati prima, subito dopo la guerra, quando l’aria ancora ardeva di fuochi e di detonazioni, in un dancing balneare, scrollato di dosso il devastante malessere di ritrovare una città abitata da morti e attraversata da vivi che volevano dimenticare, lei ballava col cuore in gola nel vestito a fiori lilla con quello sconosciuto così bello da confonderle i passi. Si chiedeva perché avesse invitato proprio lei tra le altre della compagnia, una ventenne senza attrattive, perfino un po’ scostante per via di una timidezza che dissimulava dentro un’aria annoiata. Lui glielo disse quasi subito, dopo le prime battute dell’orchestrina che suonava Moonlight Serenade.

– Hai gli occhi più libidinosi che abbia mai visto.

Lei non arrossì anche se quelle parole dette quasi solo per provocazione le misero addosso un’agitazione torbida. Sorrise invece con un guizzo di lingua calda tra il bianco dei denti. Lui la strinse di più, in un contatto sconveniente e lei non si ritrasse. Cominciò così, anche se ancora non lo sapevano. Come non doveva tra due giovani per bene e borghesi, forse per colpa della guerra che aveva guastato i buoni costumi e accelerato il bisogno di sentirsi vivere. 

La volta successiva lo incontrò all’università in modo del tutto casuale. In biblioteca, mentre era alle prese con un impiegato che non riusciva a leggere il numero di matricola sul suo libretto universitario per via dell’inchiostro sbiadito, e un otto sembrava diventato un sei.
Lui le si era messo di fianco e appena ebbe risolto la questione dei numeri si fece avanti.

– Mi chiamo Nicola, ti ricordi di me? Ci siamo visti l’estate scorsa. Abbiamo ballato assieme. 
– Sì, mi ricordo – aveva risposto con apparente calma e senza mostrarsi sorpresa, ma nel ricordare le era tornata addosso il fremito che la prendeva ogni volta quando ripensava a quel contatto dei corpi.

– E tu, non mi dici il tuo nome?

– Mi chiamo Genoveffa, ma per piacere chiamami Gena, come fanno tutti.

– Lo farò molto volentieri – sorrise lui.

E, come se fossero amici da sempre, la prese per un braccio fino all’uscita della facoltà mentre le parlava di sé saltando discorsi di qua e di là con una leggerezza che a lei, sempre impacciata con le parole, sembrò un regalo. Disse che stava per laurearsi in lettere e che lavorava nella piccola azienda di famiglia. Aveva preso il posto del padre, trucidato dai tedeschi in fuga, uno degli ultimi morti, ucciso quasi per incuria. In effetti era lo zio, fratello della madre, che si occupava della ditta, lui si limitava a controllare i contratti e tenere le pubbliche relazioni.

– Approfitto per laurearmi ora che con questo disordine del dopo guerra sono riuscito a farmi valere qualche esame non fatto. Tanto non sarò mai quello che vorrei essere, né troverò ciò che cerco. – aveva aggiunto come parlasse di una cosa futile. (Gena)

– E cosa cerchi? Chiese Gena

– Forse lo saprai un giorno. – disse guardandola provocatorio

Lei sorrise e abbassò lo sguardo. Subito le venne in mente quella frase che mai avrebbe dimenticato in tutta vita.

– Hai gli occhi più libidinosi che abbia mai visto.

Arrossì, perché era da lì che ogni volta partiva il piacere che si dava da sola.

Nicola sì sentì compiaciuto per quell’imbarazzo. Anche la prima volta, quando l’aveva invitata a ballare, la più bruttina della compagnia con l’aria scialba di brava ragazza borghese a digiuno di malizia e di giochi di seduzione, aveva provato quel gusto un po’ infame di stuzzicare una vanità che lei sapeva non poter venire dalla sue attrattive ma piuttosto dall’attenzione che lui, bello e pieno di fascino, e a cui tutte le ragazze del dancing non toglievano gli occhi di dosso, le aveva riservato. Nicola aveva provato un piacere particolare in quel corteggiamento con cui sapeva di umiliarla ed esaltarla insieme, rendendola, forse per la prima volta, consapevole della sua potenza di donna. Ma non poteva immaginare che era lo stesso piacere di lei, per il quale Gena si fece rabbia e si abbandonò senza pudore, lasciando che la stringesse come nessuna delle ragazze presenti avrebbe mai consentito in pubblico. 

   Eppure, come la prima volta qualcosa che correva sotto il filo delle parole e carezzava le carni e già vi si addentrava, li attirò.

Passarono assieme tutto il pomeriggio e molti altri dopo quello. Ogni tanto Nicola spariva per un paio di giorni e quando non le telefonava si faceva trovare in facoltà, seduto sui gradini a prendere il sole. Poi si eclissava di nuovo. Allora andava a cercarlo lì di proposito, girellando per i viali, spiando dentro le aule nella speranza di vederlo, scusandosi quando nell’affacciarsi interrompeva qualche lezione.

L’assenza più lunga durò tre mesi nei quali Gena lo pensò prima con desiderio, poi con rabbia, poi per dimenticarlo.

Del resto sapeva che non avrebbe potuto averlo mai solo per sé. Nicola si nutriva del bisogno smodato di piacere e di sedurre, come se, solo in quell’atto, la sua vita prendesse senso.

A Gena non sfuggivano le occhiate delle altre quando passeggiavano o sedevano ai tavolini del bar a godersi il sole. L’imbarazzava, più che ingelosirla, il compiacimento esplicito con cui Nicola ricambiava quegli sguardi. Sentiva di essergli complice, come se lui si facesse schermo della sua persona così insignificante e dimessa per suscitare nelle altre la voglia di provocarlo. Eppure non riusciva a provarne l’offesa. Le sembrava che quella libertà senza riguardi fosse uno spazio privilegiato, un’intimità in cui lui le concedeva di entrare mostrandole l’altra faccia dello spudorato amore di sé di cui si compiaceva.

Mentre durava l’assenza di Nicola, Gena cominciò a pensare che per quanto fosse bello e desiderabile e forse lo amasse persino, le sue fughe altro non erano che la corda con cui si annodava in quel complicato legame che avevano stabilito tra loro, dove mai avevano parlato di sentimenti e di desideri. E lei che si era sempre immaginata fragile e insicura si sentì crescere dentro una forza solida che rifuggiva dalle banalità e dalle convenzioni di cui si facevano schermo le ragazze della sua età.

Così poteva mettere tra parentesi quel pensare a lui, perché sentiva che prima o poi sarebbe tornato e, intanto, quella interruzione le sarebbe servita per chiudere con gli studi e portare a termine la tesi alla quale non aveva più lavorato.

   Non fu lui direttamente a rifarsi vivo. Ricevette una telefonata da qualcuno che si diceva suo amico e le comunicava che Nicola l’aspettava a casa sua, via dell’Opera. E si rese conto, malgrado fosse quasi un anno che si frequentavano, di non avergli nemmeno domandato dove abitasse, anzi, non gli aveva mai chiesto niente e non sapeva di lui altro che tutte le inconsistenti chiacchiere con cui la sommergeva ogni volta.  Non sapeva se vivesse da solo, niente della sua famiglia, a parte quello zio che era anche il suo datore di lavoro e l’accenno, la volta che si erano rincontrati, al padre ucciso dai tedeschi. 

Quella telefonata in cui non aveva avuto neanche il tempo di domandare chi ci fosse dall’altra parte della cornetta, l’aveva spiazzata. Sentì una stretta allo stomaco come se la voce le avesse comunicato una disgrazia ma quando l’altro riattaccò senza consentirgli la minima replica, l’ansia si trasformò in frustrazione poi in stizza infantile che le fece venire le lacrime agli occhi.

Come si permetteva quell’uomo tanto presuntuoso da sparire a suo piacimento per tutto quel tempo, di incaricare uno sconosciuto per farle sapere che l’aspettava! Che l’aspettasse pure. Non aveva alcuna intenzione di precipitarsi da lui. Anzi, non voleva vederlo più, nemmeno se si fosse presentato direttamente alla sua porta. Poi il suo pensiero ebbe il sopravvento.

Per tutta la notte si agitò nel letto intervallando brevi sonni in cui non abbandonava mai la coscienza e dove entravano molesti i rumori di sottofondo della notte, il ticchettare della sveglia, i passi felpati di suo padre che si alzava per andare in bagno, il cigolio della bicicletta della guardia notturna, con quel pensiero di Nicola che l’aspettava, e la curiosità di quella strana chiamata che ormai come un rovello la tormentava.

La mattina era disfatta come avesse fatto una veglia funebre. Suo padre, mentre facevano colazione, la guardava inquieto.

– Cosa c’è che non va, hai una faccia!

– Niente, ho solo dormito male. Non preoccuparti per me, stai sereno. 

Suo padre abbassò lo sguardo sulla tazza del caffelatte ritraendosi da quel tentativo un po’ goffo di esplorare la solitudine di una figlia che era stata per lui il ritorno alla vita, dopo sei anni di prigionia in Africa.

   Via dell’Opera 12 era un villino liberty dall’intonaco ocra. Suonò due volte prima che un ometto scuro di carnagione, talmente rinsecchito che sembrava arso sui carboni ardenti, le venisse ad aprire.

– Sono Gena Velardi, qualcuno mi ha fatto venire qui.  Dov’è Nicola?

L’uomo la lasciò entrare e senza dire una parola l’accompagno lungo uno stretto corridoio tappezzato di libri fino al soffitto. Davanti all’ultima porta si fermò.

– Mi aspetti. – disse con accento meridionale.

Tornò quasi subito.

– Può entrare – disse. Lei fece qualche passo oltre la soglia e si fermò spaesata dalla particolarità della stanza. Uno spazio stretto e lungo dalle pareti marrone scuro, disseminate di fotografie e disegni a matita, quasi tutti raffiguranti donne nude, così almeno le parve perché cercò immediatamente di distogliere lo sguardo.

Un letto alla turca, molto ampio era poggiato sulla parete di fondo.

Era una camera eccentrica, dominata da qualcosa di indecoroso che all’improvviso le rivelava di Nicola molto più di quanto lui non avesse mostrato di sé in quei mesi. 

– Entra Gena, dai – la invitò a farsi avanti Nicola – volevo vederti. Sono stato male.

– Sì, me lo hanno detto, ma cos’hai? – disse preoccupata. – E chi è quell’uomo che mi ha aperto la porta?

– È un servitore di famiglia che mia madre ha mandato perché mi assistesse.

– E tua madre, non poteva venire lei?

– No, non poteva venire, e io non l’avrei voluta.

Gena non domandò altro, ma rimase esitante sulla porta.

La stanza era in penombra e lui abbastanza lontano da non poterne distinguere bene il viso.

– Vieni, hai paura?

In risposta alla domanda lei si fece avanti, accostò una poltrona e si sedette cercando di dissimulare il disagio di trovarsi, per la prima volta in vita sua, nella camera da letto di un uomo. Da vicino osservò come la malattia gli avesse affilato il viso. Gli occhi dilagavano torbidi come due pozze di pece.

– Niente di grave, sono i miei periodici mal di testa, ma ogni volta il dolore è devastante.

– Stai meglio ora?

– Oh sì, quando la crisi è passata torna tutto normale, si chiama cefalea del suicida.

– È un nome terribile!

– Anche il dolore lo è.

– Ne soffri da molto? – domandò dispiaciuta.

– Da quando e finita la guerra, è cominciato all’improvviso, ma basta parlare di questo. Avvicinati, dammi la mano, mica sono contagioso!

Gena allungò la mano, lui la prese tra le sue e la guardò come la vedesse per la prima volta.

– Com’è piccola, sembra di una bambina.

– E invece è la mia! – disse ritraendola indispettita.

– Che suscettibilità! Ti ho detto una cosa carina, no? Sei arrabbiata con me perché non ti ho cercato in questo tempo.

Lei non rispose, ma si interrogava sul perché l’avesse fatta chiamare con tanta urgenza proprio ora che sembrava stare meglio. 

– Hai qualcosa di importante da dirmi? – chiese cercando di dare alla domanda il tono giusto malgrado l’emozione che l’aveva presa. 

– Volevo solo vederti. Ti ho pensato molto – fece una lunga pausa cercando i suoi occhi – Ti ho pensato come un’idea fissa, Gena. Come un bisogno.

Se la ragione vera per cui l’aveva cercata era quel bisogno, ora che era lì, riconosceva la stessa ragione per cui lei era corsa da lui senza esitazione né ritegno. 

Si senti strizzare le viscere per l’agitazione che quelle parole le provocarono e abbassò lo sguardo, ma non per timidezza; non voleva vedesse la luce impudica che, era certa, non riusciva a dissimulare. 

Si conosceva bene. Non amava mistificare le emozioni, e le parole di Nicola le accendevano un’aspettativa a cui fino ad allora non aveva lasciato a speranze. Un pensiero che aveva a che fare con quel fremore sulla pelle, un impastato di incertezza e desiderio che la confondeva.

Si era sempre ritenuta una donna senza illusioni, salda nella consapevolezza che vivere di sogni era futile e portava infelicità. Per questo non aveva mai aspettato l’amore con la A maiuscola, né principi azzurri o di altri colori, né era stata mai toccata dalla carezza magica dell’innamoramento, e pensò che se fosse accaduto non avrebbe neanche saputo riconoscerlo. 

Le venne in mente la prima volta che si erano incontrati. Loro due che ballavano nel dancing come non esistesse nessun altro; la pienezza di sé che aveva conosciuto in quell’abbraccio. Quell’attitudine ad aprirsi al corpo di lui le era rimasta addosso come un imprinting.  Nicola le aveva preso le mani tra le sue, le baciava piano; bisbigliava parole tenere di cui sentiva solo la dolcezza della voce. La sua carne tremava a quelle carezze ma lei rimaneva irrigidita e distante sulla poltrona come non riuscisse a trovare la strada per l’abbandono. 

Lui, però, non si arrendeva, continuava il suo parlare suadente e denso e Gena non poté fare a meno di domandarsi con quante delle ragazze raffigurate nude nei disegni appesi alle pareti avesse adoprato le stesse parole e la stessa seduzione.

Se il desiderio di cui l’avvolgeva era solo per lei o era una voglia a lungo repressa nei giorni in cui era stato malato, che ora le riversava addosso come un banale sfogo fisico. Eppure quel desiderio la intrappolava come un ragno con una mosca nella sua tela vischiosa. Ed era una trappola morbida, che tratteneva e dava piacere.

Si alzò e lentamente prese a camminare lungo il perimetro della stanza, passando in rassegna prima la parete di destra poi quella di sinistra. Ogni tanto si soffermava avvicinandosi al disegno sulla parete, poi se ne allontanava come a mettere a fuoco il soggetto, quasi cercasse di riconoscere nei volti una qualche fisionomia nota. E più seguiva quella lento percorso attorno alla stanza più acquistava consapevolezza di sé e convinzione.
Non aveva nulla da perdere; il dono dell’illibatezza, che le ragazze del suo ambiente, con finta ritrosia, concedevano solo dopo una promessa ufficiale di matrimonio, era un pensiero che non l’aveva mai sfiorata. Del resto nessuno l’aveva mai chiesta in moglie e nemmeno come fidanzata; c’era in lei qualcosa di urtante, un’eccentricità di modi, una natura nervosa, spasmodica e un po’ goffa, a volte ripiegata su se stessa, che disorientava gli uomini. E poi non era nemmeno bella, piuttosto insignificante come appunto la sua vita. 

Senza sogni, come si era fino ad allora costretta a vivere per paura di non essere accettata, sentiva, tuttavia, che attimi perfetti erano concessi anche al più disperato degli esseri e uno solo di quegli attimi poteva riscattare anche la vita più insignificante. E quello lo era.

Nicola, poggiato sui cuscini, seguiva la sua andatura dondolante come fosse la movenza di una danzatrice; e il desiderio che sentiva assecondava quel movimento leggero, quell’allontanarsi senza fuggire, come lei volesse essere inseguita, mentre già sapeva che da preda era diventata padrona. Con una decisione improvvisa, tornò sui suoi passi.

E fu Gena ora a prendergli la mano; se la portò al volto e lasciò che la facesse scivolare fino alla gola. Lì si fermò. Lei l’afferrò di nuovo e la guidò sul petto.

Quella fu la prima volta. Ce ne furono molte altre. I loro corpi si cercavano anche da lontano. Era come se Gena sentisse il richiamo di quel desiderio e allora correva da lui. Non si chiese mai se lo facesse per amore, né lo domandò a Nicola. 

Oltre i loro corpi, che si capivano perfettamente, non c’era niente di più. Ma attraverso quel niente lei avvertiva che poteva passare tutto il resto, e non si sbagliava. 

Aveva imparato da Nicola come la cupidigia con cui si possiede un corpo appagava la solitudine e il vuoto ma non aveva ancora compreso quanto quel bisogno fosse l’ossessione che gli tormentava la vita.

Per lei quel desiderio e il piacere che si davano, contenevano qualcosa di sacro, di mistico; qualcosa che la mente non poteva afferrare ma che la carne custodiva per rivelare, in quegli attimi perfetti, la grandezza divina del mondo e della vita.

– Chi può dire che questo non conta, non appartiene alla parte più nobile e sacra del nostro essere? – pensava ogni volta. 

   Dopo l’amore, i pomeriggi scivolavano in chiacchiere leggere e complici che sfioravano appena le loro vite senza mai andare oltre la corazza dove ognuno dei due nascondeva solitudini e paure.

Solo un pomeriggio d’estate, dopo un amore sudato e già un po’ disfatto, si raccontarono la parte mancante delle loro storie. 

– Ma non vedi mai tua madre? – domandò Gena, con riluttanza, sapendo di avvicinarsi a un territorio estremo.

Lì per lì Nicola, non rispose, le voltò le spalle e si accese una sigaretta.

– Io e mia madre non andiamo d’accordo – si decise a dire continuando a rimanere girato – e non chiedermi altro, è una cosa di cui preferisco non parlare.

– Va bene, come vuoi. Ma anch’io non ho una bella storia con mia madre.

– Credevo fosse morta – disse Nicola voltandosi incuriosito verso di lei.

– Per me è come lo fosse – fece una pausa. Sembrava cercare le parole più facili per dire qualcosa che ancora la feriva – Mia madre si è risposata.

– Ma come si è risposata? Non c’è mica il divorzio!

– È bigama. E non vive più in Italia, è scappata in Argentina con il suo nuovo marito.

Nicola la guardò incredulo.

– Sì, mio padre non tornava dalla guerra. Infatti era in un campo di prigionia inglese, in Sud Africa. Lei ha voluto crederlo morto. Si vede che le pesava aspettarlo. Non so come, è riuscita a ottenere un certificato del suo presunto decesso… qualche gerarca del Ministero, mi sa lo stesso uomo con cui si è risposata. Nel ’45 mio padre è stato rimpatriato, era irriconoscibile, pesava 47 chili ed era malato di tifo. Lei non è andata a trovarlo nemmeno in ospedale. Ha fatto le valige e se ne è andata, lasciandomi da sola senza neanche salutarmi.

Gena aveva raccontato senza mostrare il minimo turbamento, con un distacco che gelò Nicola.

– Che destini infelici abbiamo avuto! – le bisbigliò all’orecchio mentre l’accomodava tra le braccia – Anch’io non vedo mia madre da tempo. Lei vorrebbe, ma a me fa schifo. Ha sempre avuto un sacco di amanti, lo so, lo sapevano tutti. La mia famiglia è una ricca famiglia borghese, di idee libertarie e di morale aperta. Ma mia madre, più che uno spirito aperto era un corpo aperto. Ora si è innamorata, folleggia come un’adolescente dietro a uno… saranno tre, quattro anni. Vivono nella villa dei nonni, vicino Roma. Questo suo fidanzato ha ventotto anni, tre più di me e campa alle sue spalle.

Gena si strinse ancora di più a lui e rimasero così per il resto del pomeriggio, scambiandosi baci d’affetto e coccole come non avevano mai fatto.

Da quella volta presero a raccontarsi e confessarsi ogni pensiero e ogni segreto. Fu così che ebbe inizio la narrazione infinita delle donne raffigurate nei disegni.

Gena ebbe la conferma che ognuna di loro era stata un’amante, magari occasionale e fugace di Nicola e poté anche avere prova, dal numero dei disegni che aumentavano sulle pareti, di come, malgrado fossero diventati quasi inseparabili, Nicola continuava a correre dietro ogni donna si mostrasse un po’ cedevole, fino a che non riusciva a possederla e esserne posseduto.

Si affidava così tanto a Gena e la sentiva ormai parte di sé, fino a raccontarle, nei minimi dettagli, queste sue conquiste e questi amori e, nel rievocarli, guidava Gena e il suo corpo fino nel corpo dell’altra.

Da principio lei soffrì di queste confessioni intime, e pensò che quella sofferenza fosse amore; ne ebbe paura; sapeva che quel sentimento poteva fare molto male. Poi imparò a convivere con questa parte contorta e difficile di Nicola, ricacciando dentro la gelosia e paura che lui trovasse qualcuna che potesse portarglielo via. E invece quelle storie scavavano dentro il legame improbabile che c’era tra loro, ne spostavano le radici sempre più dentro, sempre più in fondo. Erano cose terribili e allo stesso tempo straordinarie, che una coppia di amanti normali non avrebbe mai condiviso. 

Cosa può davvero tenere assieme un amore? E come nasce? Quali sono gli interstizi, dove si conficca per arrivare nel fondo dell’anima e del corpo, fino a imprigionare il senso della vita, si chiedeva Gena quando capì cos’era davvero l’amore e volle fare i conti con se stessa e quella storia malata.

Fu allora che decise che da Nicola avrebbe accettato questo e chissà cos’altro purché legasse la sua vita alla sua.

Aveva da poco preso questa decisione quando si accorse che i disegni sulla parete diradavano fino a non aggiungersi più e, una sera di fine estate, dilatata dentro il profumo intensissimo di un albero di magnolia appena fiorito, distesi uno accanto all’altra dopo l’amore, abbandonati dentro le note di una musica che arrivava da chissà dove, Nicola le chiese se voleva diventare sua moglie.

Gena non riuscì nemmeno a dire che sì, lo voleva con tutta se stessa. Piangeva e rideva come una pazza. Nicola la sollevò dal letto, la prese tra le braccia e nudi ballarono in mezzo alla stanza, stretti e felici come la prima volta.

   Dieci anni erano passati da allora. E di questi, due erano stati intensi e felici e, soprattutto, in quei due anni, Gena era stata l’unica, la sola, donna nella vita di Nicola. 

Lo sapeva perché non c’era nessun nuovo disegno sulle pareti della casa di Nicola dove ogni tanto tornavano a fare l’amore e a ritrovarsi lontano dalle pareti della casa del padre di lei dove vivevano. Ma conosceva troppo bene suo marito per non cogliere i segni dell’impercettibile avvelenamento che quella vita troppo domestica lasciava trasparire. A sprazzi avvertiva l’insofferenza che covava già nel corpo di lui; lo capiva da piccole cose, una certa trasandatezza nel vestire, una fame nervosa e continua, un’indolenza che lo faceva allontanare dal lavoro. Per questo, quella casa, la stanza dove avevano conosciuto la passione e scoperto l’amore, era diventato una sorta rifugio, dove richiamare il tempo del desiderio. 

Non servì a molto. Gena rimase incinta presto, due gravidanze ravvicinate. Due bambini da crescere e accudire e lei che non aveva mai avuto attitudini casalinghe, si smarrì in quell’accavallarsi, di biberon, pannolini, pianti notturni. Malgrado la vicinanza del padre e l’aiuto di Teresa, che da sempre supportava la vita familiare, l’insignificanza e la sciatteria ripresero il sopravvento. E Nicola, già spaventato dai primi cambiamenti del suo corpo e dalla definitiva capitolazione di Gena a quella vita che le veniva da dentro e le cambiava le fattezze, la deformava, e la ingrassava, si allontanò da lei. Dopo il secondo figlio non la cerco più, l’abbandonò allo sfiorimento che la faceva sembrare già vecchia in un corpo avvizzito e trascurato.

Lei si sentì perduta; gli scriveva lettere disperate, gliele faceva trovare ovunque, dentro la tasca della giacca, sotto il cuscino.

Che ne faccio di me se non posso più sentire la pienezza delle tue spalle e il tuo calore, e la morbidezza della tua carne!? Vedi, di altro non parlo. Non serve, mi basta solo un piccolo segno del tuo corpo per dirmi che ci sono ancora per te. Perché io ti sento. Ancora ti sento, e quanto! Niente di più che i tuo corpo e il mio. Niente di più, ma è attraverso quel niente di più che passa tutto il resto e il resto è la tua vita e la mia. Come puoi rifiutarmi questo niente, cosa ti costa prendermi ancora, per te, con te? 

Nicola non rispondeva mai; di più, evitava di trovarsi solo con lei, di tornare a casa a pranzo e a cena. E si buttò di nuovo nell’assoluta ricerca dell’unica cosa capace di allontanarlo da quel buio invisibile che lo soffocava dentro e che solo Gena, la Gena che viveva solo per lui e in lui, era stata capace, per un po’ di illuminare.

Gena sentiva che le sfuggiva, che era già altrove, e cercò di ritrovare il filo tortuoso di quella complicità oscura attraverso la quale lui aveva diviso con lei le sue storie di sesso e i suoi amori senza speranza.

Ma Nicola non glielo lasciò fare. Stava via sempre di più, inventava storie di lavoro in altre città. Lei non sapeva se in qui giorni in cui era lontano stava con un’amante o preferiva la solitudine, pur di essere lontano da lei. Capiva solo che l’aveva perso per sempre.

Era giunto il momento. Il luogo faticoso e ingabbiato dove le sue paure la tenevano in ostaggio cominciava a cedere. E un pensiero lucido, ripulito da ogni possibile incertezza le ballava davanti. Una piccola sfera luminosa che saltellava dentro la sua mente e a tratti davanti ai suoi occhi. Doveva solo afferrarla e lasciarsi trasportare da lei. Ma non ora. Lo avrebbe fatto più tardi. Ora nel buio del suo letto aspettava che arrivasse il giorno e che lui tornasse, perché questa volta glielo aveva promesso.

Teneva stretta sul petto la lettera con cui lo aveva implorato di tornare almeno per una spiegazione:

Niente resiste al tempo accidentato e accidentale della scansione quotidiana. I lunghi rapporti, si nutrono di questo tempo in cui l’uno diventa sostegno dell’altro nel dividere le incombenze e le abitudini. In questo tempo quotidiano le storie diventano storia condivisa, dove c’è il conflitto come la serenità, la complicità e le fughe, ma dove le emozioni si stemperano e non trattengono più la spinta vitale che ha generato l’incontro. Si sta bene in questa tana, senza grandi scossoni, come animaletti che non si chiedono il perché e accettano il tepore di questo rifugio. La tua maledizione e che tu, non puoi accettarlo, perché non sai e non vuoi più trovare in me la Gena del desiderio. Vieni a dirmelo guardandomi negli occhi e ti lascerò andare via per sempre.

Erano ormai le otto di mattina, sentì la casa svegliarsi, suo padre che portava i bambini a scuola raccomandando di fare piano, che la mamma era stanca e doveva dormire. 
Nemmeno cinque minuti e udì il clic della serratura, poi dei passi nel corridoio. Li riconobbe. Erano di Nicola.

Forse aveva atteso di sotto per trovarla da sola.

Avvertì la mano sulla maniglia e la porta si aprì.

Nicola fece un passo avanti. 

Gena afferrò la piccola sfera luminosa che le ballava nella mente.

Nella sua mano era diventata un piccolo luccicante revolver.

Bastò un colpo e il buio invisibile si squarciò.

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4 Commenti

  1. ROSSANA ZITARELLI

    30 Giugno 2019 a 9:23

    Brava, ben scritto! Riesce a tenere la tensione fino all ultimo.

    rispondere

  2. Elisabetta Bordieri

    28 Giugno 2019 a 10:12

    La sana e torbida consapevolezza delle donne.
    Bel racconto.

    rispondere

  3. Michela Mannoia

    24 Giugno 2019 a 18:34

    Mi è piaciuto tanto, davvero ben scritto. Complimenti!

    rispondere

    • Daniela Frascati

      30 Giugno 2019 a 10:06

      Ringrazio chi ha letto il mio racconto è ha voluto farmi sapere che ha gradito.
      Una buona estate a tutte e tutti.

      rispondere

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