Buon Natale. Natale di Roma, preciso subito

BUON NATALE


Buon Natale. Natale di Roma, preciso subito. Prima che qualcuno mi consigli un bravo specialista in Alzheimer. O di cambiare pusher, perché questo mi fornisce roba cattiva…
Vedete, io il Natale di Roma lo ho sempre ricordato. E, a mio modo celebrato. Quando ancora insegnavo nel (mio) Veneto ero uso leggere in classe il Carmen Saeculare di Orazio. Rigorosamente in Latino. E qualche volta lo facevo recitare in coro agli studenti.

La cosa suscitava parecchie perplessità fra un certo numero di colleghi. Beh, ma quello non ricordava troppo una canzone fascista… Ma mica era colpa mia se Puccini – dico, Puccini, quello della Bohème e della Turandot – aveva musicato l’Inno a Roma. Proprio dal testo del Carmen Saeculare, quello che Orazio aveva scritto per richiesta di Augusto. E, a dire il vero non sembra che ne fosse, inizialmente, contento. Lui, Orazio era poeta lirico. E anche satirico. Usava registri poetici diversi. Quello epico non gli suonava. Non gli si confaceva. Ma Virgilio era morto. E Ottaviano voleva un Inno. Un grande Inno per celebrare il Natale di Roma. E il suo Impero.
E Orazio non poteva certo dire ancora di no ad Augusto. Già aveva rifiutato di diventare il suo segretario… Perché amava la vita tranquilla, appartata. Senza impicci politici.

Pensate un po’. Ottaviano era, di fatto, il padrone del mondo. E Orazio rifiutò di fare il suo segretario particolare. Che uomo… e che tempi. Oggi per fare il segretario di un Di Maio qualsiasi c’è chi venderebbe sua madre a un nano. Per ricordare una famosa canzone di De André…

Comunque, almeno l’inno me lo scrivi. E Orazio ci si mise di buzzo buono. Cavando fuori le diciannove strofe del Carmen. E facendo una cosa incredibile. Mai udita prima.
Perché è un canto religioso. E celebrativo. Con continui riferimenti ad Apollo, Diana, Ilizia, le Parche. Che si chiude con Venere. La genitrice degli Eneadi, come aveva scritto prima di lui Lucrezio. E, quindi, della stirpe di Ottaviano.

Però non è un testo epico. Ma lirico. Orazio usa la strofa saffica. L’amata metrica della lirica monodica (a una sola voce) eolica. Però ne cava fuori una, immensa, lirica corale. E il Carmen viene intonato sul Palatino da due cori, uno di fanciulle e uno di fanciulli. Per il Natale di Roma del 17 a. C. Augusto è tutto contento…

Poi passano i secoli e l’Italia, la misera Italietta dei notabili, vince la Guerra. La Grande Guerra. E la vince proprio lei, nonostante tutto. Perché a scuola non ve lo dicono, ma se non ci fosse stato il Piave prima, Vittorio Veneto poi, col fischio che quelle vecchie volpi avare degli inglesi e quegli sbruffoni dei francesi avrebbero avuto ragione dei tedeschi. Sarebbero ancora lì. Impantanati sulla Marna…

Comunque vinciamo la guerra. L’unica della nostra storia. E il sindaco di Roma, nel 1918 fa una pensata. Perché non celebrare la Vittoria con un bell’Inno alla Città Eterna?
Il sindaco era Prospero Colonna. Della famiglia dei nobili patrizi neri. Che portava lo stesso nome di quel Prospero Colonna che comandava le milizie pontificie a Lepanto…. Ma di questo parlerò altra volta. Forse.

Comunque, il Colonna chiese a Fausto Salvatori – un discreto librettista, che soprattutto scrisse favole destinate ad essere musicate – un Inno, un canto celebrativo della Vittoria. E il Salvatori pensò bene di prendere alcune strofe del Carmen oraziano, e adattarle.
Poi il Colonna lo mandò a Puccini. E Puccini era perplesso. Era pigro. E non gli piacevano granché le composizioni celebrative. La sua musica non è enfatica. Ma Verdi era morto da molto. E quindi… gli toccava. Proprio come a Orazio. Esitava, però.
Almeno inizialmente. Poi si mise al lavoro. E nacque Sole che sorgi… che, dopo, alterne vicende, venne eseguito. Ma in giugno del ’19. Perché ad aprile c’erano scioperi degli orchestrali. E poi pioveva a dirotto….

Comunque, l’inno è bello. Anzi bellissimo. Ma non è fascista. È del ’19. E Mussolini stava appena pensando ai Fasci. Per assumere la leadership dell’interventismo di sinistra…

Ma i fascisti, poi, l’hanno usato molto… Certo. Come tanti inni e canti precedenti. Anche quello (cosiddetto) di Mameli. Che, però, è brutto forte. E naturalmente venne scelto come inno di questa Repubblica. Di qui, l’unica osservazione è che almeno nel Fascismo un po’ di buon gusto musicale c’era ancora…

Comunque, oggi, è il Natale di Roma. E vivo a Roma ora. Ma era meglio prima. Quando per me Roma era il mito. La Storia. La Tradizione. Una città, anzi la Città del sogno. Qualcosa sospesa nell’iperuranio. Un’idea.
Oggi vedo ogni giorno la città reale. Purtroppo. Ed ho sempre la sensazione che gli attuali abitanti, noi tutti si sia solo pulci, parassiti che vivono sulla pelle di un leone. Senza rendersene conto. E che i veri signori di questa città siano nascosti nei ruderi del passato. I Giganti addormentati di cui parla Goethe nella prima delle Elegie Romane.
Comunque,

BUON NATALE ROMA.

Andrea Marcigliano

 

Fonte: Electomagazine del 22 aprile 2022

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