Un’arma che promette di riscrivere le regole della deterrenza: il «pettirosso della tempesta» torna a sfidare il mondo.

BUREVESTNIK, ARRIVA L’UCCELLO DELLA TEMPESTA
Il Simplicissimus
Tre giorni fa il Cremlino ha mostrato — e rivendicato — ciò che fino a poco tempo fa era più mitologia tecnologica che realtà concreta: il 9M730 Burevestnik, un cruise missile alimentato da una piccola unità nucleare che, secondo Mosca, può rimanere in volo per ore o giorni, coprire migliaia di chilometri e aggirare sistemi di difesa convenzionali. Reuters+1 Dietro il gesto propagandistico si annida però una storia meno trionfale: i resoconti occidentali ricordano una lunga serie di test falliti e incidenti tecnici — alcuni dei quali letali — che mettono in dubbio affidabilità, sicurezza e controllo di una tecnologia che, se difettosa, rischia di trasformarsi in un’arma radiologica in movimento. Reuters+1 Sul piano geopolitico il Burevestnik non è soltanto un nuovo vettore: è un messaggio. La retorica del «raggio illimitato» e della capacità di colpire da basi profondamente difese è pensata per scalare la pressione psicologica sugli avversari e rilanciare la narrativa di Mosca sulla sovranità strategica. Ma la domanda che il pezzo si pone con forza è un’altra: quanto conviene all’ordine internazionale tornare a finanziare e testare tecnologie il cui fallimento comporta rischi sistemici per civili, ambiente e stabilità strategica? AP News+1 Conclude il pezzo una riflessione critica sulle conseguenze pratiche — non solo militari ma civili ed ecologiche — di una rincorsa alle «armi immortali», e sull’urgenza di misure internazionali che riducano la probabilità che eventi tecnici o calcoli errati degenerino in catastrofe. New Atlas (Nota Redazionale)
Tre giorni fa Putin, in una riunione degli stati maggiori delle forze armate, ha annunciato l’ingresso negli arsenali di una nuova arma, il Burevestnik, in preparazione da anni e di cui si è anche parlato a lungo, destinata a cambiare totalmente gli equilibri strategici: si tratta di un missile a propulsione nucleare in grado di viaggiare per distanze indefinite e colpire qualsiasi parte del pianeta. È in sostanza un missile da crociera, capace di volare a bassissima quota, anche 10 metri dal terreno o dall’acqua per essere invisibile ai radar e dunque alle difese contraeree, che tuttavia non soffre del principale problema di questo tipo di armi, ovvero una gittata ridotta a causa della resistenza dell’aria e bassa velocità. Il tanto vantato Tomahawk, per esempio, ha una gittata di 2500 chilometri e una velocità massima di 88o chilometri all’ora, in pratica quella di un areo di linea. Il Burevestnik può fare di meglio e arrivare anche a 1300 chilometri l’ora, ma non è questo il suo asso nella manica che invece consiste nell’autonomia di fatto illimitata: può colpire tutto il Nord America, l’Australia e insomma qualsiasi punto del pianeta partendo dalla taiga russa e dai bunker sotterranei a prova di bomba atomica nei quali sarà sistemato, senza la necessità di doverlo avvicinare con navi, sottomarini o aerei. Può anche rimanere in volo per molti giorni in attesa di colpire. Nell’ultimo test prima della produzione in serie ha percorso 14 mila chilometri lungo una rotta estremamente frastagliata studiata all’interno del territorio russo e delle sue pertinenze, ma era ancora ben lontano dall’esaurire le proprie possibilità. Inoltre, è anche molto manovrabile e può cambiare rotta, altitudine, velocità in qualsiasi momento, non è costretto a scegliere la via più breve per raggiungere l’obiettivo, può anche aggiralo per migliaia di chilometro e colpirlo alle spalle.
È insomma qualcosa che cambia totalmente i giochi strategici, tanto più che al momento l’alleanza occidentale non ha nulla di paragonabile e non sa nemmeno da che parte cominciare per realizzare qualcosa di analogo. Gli Usa non hanno nemmeno un missile ipersonico e quando riusciranno a terminare i test che non sembrano andare bene, avrà comunque qualcosa di molto inferiore come velocità e manovrabilità ai suoi avversari, Cina compresa. Facciamo un esempio, tanto per capire meglio: uno di questi ordigni dotato di una testata da 300 chilotoni o da un megaton potrebbe facilmente spazzare via la flotta Usa che minaccia il Venezuela senza che vi possa essere alcun preavviso. Qualche satellite potrebbe forse notare un lancio dal territorio russo, visto che nella prima fase sono razzi convenzionali a fare da propulsori, ma poi non potrebbe seguire la rotta come accadrebbe per un missile balistico, né potrebbero farlo le postazioni o terra o quelle navali, né si avrebbe modo di capire qual è il suo obiettivo perché la sua autonomia illimitata non permette di ipotizzare su quali bersagli potrebbe essere diretta. Ciò mette gli avversari in una condizione di tensione e inferiorità psicologica paralizzante. Il Burevestnik potrebbe arrivare da est, ovest, nord o anche sud e magari non subito, ma dopo parecchi giorni dal lancio. Non a caso ha questo nome che in russo designa la procellaria, un uccello marino che quando vola verso terra annuncia tempesta.
Di certo questo nuovo scenario non indurrà Washington alla pace, anzi è probabile che gli Usa e tanto meno il narcisista patologico Trump, vogliano riconoscere la loro condizione di svantaggio: è totalmente al di fuori della loro mentalità e della loro ideologia di base che recita noi siamo un popolo speciale e il capitalismo è sempre più avanti. Nondimeno saranno in qualche modo costretti a evitare un conflitto nucleare dal quale uscirebbero a questo punto perdenti. Non parliamo poi dell’Europa e della sua grottesca bellicosità rispetto alle proprie capacità tecnologiche peraltro sempre frustrate e imbrigliate dal monopolismo imperialista di Washington: il Burevestnik di fatto rende obsoleta e priva di senso la Nato quale avamposto americano ai confini terrestri della Russia.
Spesso si è indotti a sottovalutare l’impatto che hanno gli armamenti sugli eventi storici, anche se i sistemi bellici sono alla fine il prodotto complessive delle dinamiche di una società nel suo complesso non solo della mera capacità tecnica: ci sono infiniti esempi di come gli equilibri di potere siano stati capovolti dall’invenzione o utilizzo particolare di un’arma, oppure dal possesso di una tecnologia particolarmente efficace, di una filiera produttiva più estesa, di una capacità di mobilitazione più capillare, della disponibilità di alcune classi sociali alla guerra, cosa che a tutti gli effetti costituisce un’arma. Prendiamo l’acciaio del gladio romano, il fuoco greco bizantino, il diritto di maggiorascato che permise, anzi rese necessarie le crociale, la fusione delle campane che diede un vantaggio al mondo europeo nella costruzione di cannoni benché la polvere pirica venisse dall’Oriente, l’arco inglese, la staffa che fu alla base del sistema medioevale, la balestra a tiro multiplo cinese e potrei continuare a lungo. In ogni caso le armi e la loro gestione rappresentano a loro modo l’ascesa o il declino di una società, dei suoi rapporti di produzione, della sua capacità di reazione, della formazione delle classi dirigenti e via dicendo. Le nuove armi della Russia insomma non sono soltanto la dimostrazione di una enorme capacità tecnologica, ma rappresentano a pieno la decadenza delle società occidentali.

Cla
1 Novembre 2025 a 20:04
L’ 9M730 Burevestnik, il ponte sullo stretto, il cavallo alato, la Kriptonite… Fantascienza!!!
Tutta roba con cui si possono fare dei bei video da postare su YouTube. Niente altro!
Riccardo Alberto Quattrini
2 Novembre 2025 a 10:46
Ah, ecco un altro dei profeti del copia-incolla: quelli che con due citazioni da Wikipedia e una risatina liquidano anni di ricerca militare come “fantascienza”.
Il bello è che questi “esperti da tastiera” sanno tutto — tranne distinguere tra propaganda e tecnologia reale.
Il Burevestnik esiste, con tutti i suoi rischi e fallimenti. È inquietante, sì, ma non è un video per YouTube: è un pezzo del futuro che si sta costruendo nel silenzio dei laboratori.
Prima di ridere, bisognerebbe capire. Ma capire, si sa, costa più fatica che scrivere un commentino brillante.