Violette Toussaint è la guardiana. È lei che si prende cura delle tombe, è lei che custodisce le varie lapidi salutandole con un rituale cerimonioso dal quale è impossibile sottrarsi. Ed è ancora lei che in quel cimitero della Borgona vive quel che resta della sua vita.

 

«L’ALBERGO È L’INIZIO DEL VIAGGIO.» «NO, L’ALBERGO È IL VIAGGIO

Violette Toussaint è la guardiana. È lei che si prende cura delle tombe, è lei che custodisce le varie lapidi salutandole con un rituale cerimonioso dal quale è impossibile sottrarsi. Ed è ancora lei che in quel cimitero della Borgona vive quel che resta della sua vita. Apparentemente una donna poco incline alla cura del proprio corpo e del proprio abbigliamento, per sostituire la sobrietà di quel che generalmente la caratterizza con abiti sgargianti quando il turno giunge al suo termine ed ella si accomiata tra le mura della sua piccola e ricavata casina, è una donna che ha ricusato la cultura per molto tempo affidandosi al gesto e al sentimento, affidandosi alla “cura” e alla protezione di un uomo di dieci anni più grande di lei e avvezzo ad approfittarsi della sua ingenuità e mai al loro legame fedele. È una donna solare e dal grande cuore. Tra quelle mura conosce ogni abitudine, ogni rito che deve essere consolidato e portato avanti per onorare le anime che non ci sono più e mai rifiuta una parola di conforto o una parola gentile a chi ne ha bisogno. Del suo passato, tuttavia, non sappiamo nulla. Lo riscopriamo poco alla volta, lo ricostruiamo capitolo dopo capitolo in un lungo alternarsi tra presente e passato, in un continuo lasso temporale in cui veniamo catapultati in concomitanza con il prefigurarsi dell’arrivo di un poliziotto giunto dai lidi marsigliesi proprio per una onoranza funebre: quella di sua madre. A questa scomparsa, a questa dipartita segue una richiesta un poco strana in quanto la donna ha espresso la volontà di essere sepolta in quel paesino della Borgogna e per di più nella tomba di uno sconosciuto.

E così i legami tornano alla luce, riprendendo il proprio posto dopo un confinamento perpetrato tra oblio e oscurità, legami che si fondono e intrecciano con tante altre vite tra loro apparentemente discordanti e lontanissime quanto in realtà vicinissime perché tutte accomunate da difficoltà e insidie che hanno richiesto tempo, impegno, dedizione per essere medicate. A far da cornice a tutto uno sguardo ottimista, una prospettiva dedita a guardare il bicchiere mezzo pieno da parte proprio di colei che ha toccato gli abissi più profondi.

La trama del romanzo

Vincitore nel 2018 del Prix Maison de la Presse, presieduto da Michel Bussi, con la seguente motivazione: “un romanzo sensibile, un libro che vi porta dalle lacrime alle risate con personaggi divertenti e commoventi”.

«Per chi ama l’originalità e l’ironia intelligente della comédie française, sarà un piacere leggere “Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin» – Venerdì di Repubblica

«Una storia che con toni lievi preme sul cuore, Violette è una protagonista che fa bene e non somiglia a nessun’altra» – la Stampa

«Un libro sull’amore silenzioso. Un romanzo che vorresti non finisse mai» – Luciana Littizzetto

«Un romanzo avvincente, commovente e ironico la cui lezione universale è la bellezza della semplicità e l’eterna giovinezza in cui ci mantiene il sogno»

Violette Toussaint è guardiana di un cimitero di una cittadina della Borgogna. Ricorda un po’ Renée, la protagonista dell’Eleganza del riccio, perché come lei nasconde dietro un’apparenza sciatta una grande personalità e una vita piena di misteri. Durante le visite ai loro cari, tante persone vengono a trovare nella sua casetta questa bella donna, solare, dal cuore grande, che ha sempre una parola gentile per tutti, è sempre pronta a offrire un caffè caldo o un cordiale. Un giorno un poliziotto arrivato da Marsiglia si presenta con una strana richiesta: sua madre, recentemente scomparsa, ha espresso la volontà di essere sepolta in quel lontano paesino nella tomba di uno sconosciuto signore del posto. Da quel momento le cose prendono una piega inattesa, emergono legami fino allora taciuti tra vivi e morti e certe anime, che parevano nere, si rivelano luminose. Attraverso incontri, racconti, flashback, diari e corrispondenze, la storia personale di Violette si intreccia con mille altre storie personali in un caleidoscopio di esistenze che vanno dal drammatico al comico, dall’ordinario all’eccentrico, dal grigio a tutti i colori dell’arcobaleno. La vita di Violette non è certo stata una passeggiata, è stata anzi un percorso irto di difficoltà e contrassegnato da tragedie, eppure nel suo modo di approcciare le cose quel che prevale sempre è l’ottimismo e la meraviglia che si prova guardando un fiore o una semplice goccia di rugiada su un filo d’erba.    

 

Come inizia

 

 

Ai miei genitori, Francine e Yvan Perrin

Per Patricia Lopez “Paquita”

e Sophie Daull

1

Un solo essere ci manca,

e tutto è spopolato

I miei vicini non temono niente. Non hanno preoccupazioni, non si innamorano, non si mangiano le unghie, non credono al caso, non fanno promesse né rumore, non hanno l’assistenza sanitaria, non piangono, non cercano le chiavi né gli occhiali né il telecomando né i figli né la felicità.

   Non leggono, non pagano tasse, non fanno diete, non hanno preferenze, non cambiano idea, non si rifanno il letto, non fumano, non stilano liste, non contano fino a dieci prima di parlare, non si fanno sostituire.

   Non sono leccaculo né ambiziosi, rancorosi, carini, meschini, generosi, gelosi, trascurati, puliti, sublimi, divertenti, drogati, spilorci, sorridenti, furbi, violenti, innamorati, brontoloni, ipocriti, dolci, duri, molli, cattivi, bugiardi, ladri, giocatori d’azzardo, coraggiosi, fannulloni, credenti, viziosi, ottimisti.

   I miei vicini sono morti.

   L’unica differenza che c’è fra loro è il legno della bara: quercia, pino o mogano.

2

Cosa sarà di me se non sento più i tuoi passi?

È la tua vita o la mia che se ne va? Non lo so

Mi chiamo Violette Toussaint. Facevo la guardiana di passaggio a livello, ora faccio la guardiana di cimitero.

Assaporo la vita, la bevo a piccoli sorsi, come un tè al gelsomino con un po’ di miele. E la sera, quando il cancello del cimitero è chiuso e la chiave appesa alla porta del bagno, sono in paradiso.

   Non il paradiso dei miei vicini, no.

   Il paradiso dei vivi: un sorso del porto annata 1983 che José-Luis Fernandez mi regala ogni primo settembre, un rimasuglio di vacanze in un bicchierino di cristallo, una specie di estate indiana che stappo verso le sette di sera sia che piova, nevichi o tiri vento.

   Due gocce di liquido color rubino, il sangue delle vigne di Porto. Chiudo gli occhi e lo gusto. Basta un sorso per allietarmi la serata. Due gocce, perché mi piace l’ubriachezza ma non l’alcol.

   José-Luis Fernandez viene a curare i fiori sulla tomba di Maria Pinto coniugata Fernandez (1956-2007) una volta alla settimana tranne che nel mese di luglio, durante il quale lo sostituisco io. Donde la bottiglia di porto per ringraziarmi.

   Il mio presente è un dono del cielo. Me lo dico ogni mattina appena apro gli occhi.

   Sono stata molto infelice, addirittura annientata, inesistente, svuotata. Sono stata come i miei vicini, ma in peggio. Le mie funzioni vitali continuavano, ma senza me dentro, senza la mia anima, che a quanto pare, a prescindere da che uno sia grasso o magro, alto o basso, giovane o vecchio, pesa ventuno grammi.

   Ma siccome l’infelicità non mi è mai piaciuta ho deciso che non sarebbe durata. La sfortuna deve pur finire, prima o poi. 

   Ho cominciato malissimo. Sono nata con un parto in anonimato nelle Ardenne, nel nord del dipartimento, in quell’angolo di territorio che si insinua nel Belgio, là dove il clima è definito “semicontinentale” (forti precipitazioni in autunno e frequenti gelate in inverno), là dove immagino che si sia impiccato il canale cantato da Jacques Brel.

   Il giorno in cui sono venuta al mondo non ho pianto, così mi hanno appoggiato in un angolo come un pacco da 2,670 kg senza francobollo e senza destinatario in attesa di riempire i documenti in cui venivo dichiarata partita prima di essere arrivata.

   Nata morta. Bambina senza vita e senza cognome.

   L’ostetrica doveva trovarmi in fretta un nome da scrivere sul modulo, e ha scelto Violette.

   Immagino che fossi viola dalla testa ai piedi.

   Quando ho cambiato colore, quando sono passata dal viola al rosa e si è trovata a dover compilare un atto di nascita, ha mantenuto lo stesso nome.

   Il fatto è che mi avevano posato su un termosifone, e la mia pelle si era riscaldata. A congelarmi doveva essere stata la pancia di una madre che non mi voleva. Il caldo mi ha riportato alla vita; sarà per questo che adoro l’estate, che non perdo mai occasione di espormi ai primi raggi, come un girasole.

   Il mio cognome da nubile è Trenet, come il cantautore. A darmelo dev’essere stata la stessa ostetrica che mi ha chiamato Violette. Evidentemente le piaceva Charles Trenet, come in seguito è piaciuto a me. A lungo l’ho considerato un lontano cugino, una specie di zio d’America che non avevo mai conosciuto. Se ti piace un cantante, a forza di cantarne le canzoni acquisisci quasi un legame di parentela.

   Toussaint è venuto dopo, quando mi sono sposata con Philippe Toussaint. Con un cognome simile avrei dovuto diffidare1. Ma è anche vero che c’è chi di cognome fa Printemps, primavera, e poi picchia la moglie. Un cognome grazioso non impedisce a nessuno di essere uno stronzo.

   Mia madre non mi è mai mancata, tranne quando avevo la febbre. Quando stavo bene crescevo, venivo su dritta come se l’assenza di genitori mi avesse applicato un tutore lungo la spina dorsale. Mi tengo dritta, è una mia peculiarità. Non mi sono mai piegata, neanche nei periodi di maggior dolore. Spesso mi chiedono se abbia fatto danza classica. Rispondo di no, che è stata la quotidianità a darmi una disciplina, a farmi allenare ogni giorno alla sbarra e sulle punte.   

1 Toussaint significa Ognissanti, tuttavia in Francia è il giorno in cui tradizionalmente si vanno a onorare i defunti. Nel linguaggio corrente, quindi, Toussaint equivale a “giorno dei morti”. [Tutte le note sono del Traduttore.]

3

 Che mi prendano, che prendano i miei,

poiché tutti i cimiteri un giorno diventano giardini

 

Nel 1997, quando il passaggio a livello è stato automatizzato, io e mio marito abbiamo perso il lavoro. Siamo pure finiti sul giornale in quanto vittime collaterali del progresso, i dipendenti che azionavano l’ultimo passaggio a livello manuale di Francia. Per illustrare l’articolo il giornalista ci ha fatto una foto. Philippe Toussaint si è messo in posa passandomi un braccio intorno alla vita. Malgrado il sorriso, Dio che aria triste hanno i miei occhi su quella foto!

   Il giorno in cui è stato pubblicato l’articolo Philippe Toussaint era tornato dall’ex ANPE, l’ufficio di collocamento, con la morte nel cuore: aveva capito che avrebbe dovuto lavorare. Era abituato che facessi tutto io. Con lui, quanto a fannulloneria avevo vinto primo premio, jackpot e premi aggiuntivi.

   Per tirargli su il morale gli ho fatto vedere un annuncio: Guardiano di cimitero, un mestiere con un futuro. Mi ha guardato come se fossi diventata matta. Nel 1997 mi guardava ogni giorno come se fossi diventata matta. Forse che un uomo, quando smette di amare la donna che ha amato, la guarda come se avesse perso la ragione?

   Gli ho spiegato che avevo trovato l’annuncio per caso, che il comune di Brancion-en-Chalon stava cercando una coppia di guardiani che si occupassero del cimitero, che i morti avevano orari fissi e facevano meno rumore dei treni, che avevo già parlato col sindaco ed era pronto ad assumerci subito.

   Mio marito non l’ha bevuta, ha detto che non credeva al caso e che preferiva morire piuttosto che andare «in quel posto» a fare il becchino.

   Ha acceso il televisore e si è messo a giocare a Super Mario 64. Lo scopo del gioco era acchiappare tutte le stelle di ogni mondo. Io, ce n’era solo una che avrei voluto acchiappare: la buona stella. È quel che ho pensato vedendo Mario correre dappertutto per liberare la principessa Peach rapita da Bowser.

   Ho insistito, ho detto che diventando guardiani di cimitero avremmo avuto uno stipendio ciascuno, molto migliore di quello che prendevamo al passaggio a livello, che i morti rendono più dei treni, che avremmo avuto anche la casa e niente spese, che sarebbe stato un cambiamento in meglio rispetto alla casa in cui abitavamo da anni, una bicocca che d’inverno faceva acqua come una bagnarola e d’estate era calda quanto il polo Nord, che sarebbe stato un nuovo inizio e ne avevamo bisogno, che avremmo messo tende alle finestre per non vedere i vicini, cioè croci, vedove e tutto il resto, e che quelle tende sarebbero state il confine tra la nostra vita e la tristezza degli altri. Avrei potuto dirgli la verità, dirgli che le tende sarebbero state la frontiera tra la mia tristezza e quella degli altri, ma era l’ultima cosa da fare, non dovevo neppure accennare a una cosa del genere, dovevo fingere e illuderlo puntando a farlo cedere.

   Alla fine per convincerlo gli ho promesso che non avrebbe avuto niente da fare, che tre necrofori si occupavano già della manutenzione, delle fosse e della sistemazione del cimitero, che il lavoro consisteva semplicemente nell’aprire e chiudere il cancello, che era solo un fatto di presenza, con orari comodi, vacanze e weekend lunghi come il viadotto della Valserine, e che avrei fatto io tutto il resto.

   Super Mario ha smesso di correre. La principessa è ruzzolata giù.

   Prima di andare a dormire Philippe Toussaint ha riletto l’annuncio: Guardiano di cimitero, un mestiere con un futuro.

   Il passaggio a livello si trovava a Malgrange-sur-Nancy. In quel periodo della mia vita non vivevo, anche se sarebbe più giusto dire “in quel periodo della mia morte”. Mi alzavo, mi vestivo, lavoravo, facevo la spesa e dormivo. Con un sonnifero, se non due o più. E guardavo mio marito guardarmi come se avessi perso la ragione.

   I miei orari erano tremendamente scomodi. Durante la settimana abbassavo e rialzavo le sbarre circa quindici volte al giorno. Il primo treno passava alle 4.50, l’ultimo alle 23.04. Avevo in testa gli automatismi del segnale sonoro del passaggio a livello, lo sentivo ancora prima che suonasse. Una cadenza infernale che avremmo dovuto spartirci, fare a rotazione, ma le uniche cose che Philippe Toussaint faceva ruotare erano la motocicletta e il corpo delle sue amanti.

   Oh, quanto mi hanno fatto sognare i viaggiatori che ho visto passare! Eppure erano solo trenini regionali che collegavano Nancy a Épinal e lungo la tratta si fermavano una decina di volte in borghi sperduti per assicurare il servizio agli autoctoni. Invidiavo quegli uomini e quelle donne. Immaginavo che andassero a un appuntamento, appuntamenti che anch’io avrei voluto avere come i passeggeri che vedevo sfilare. 

* * *

   Abbiamo fatto rotta verso la Borgogna tre settimane dopo la pubblicazione dell’annuncio. Siamo passati dal grigio al verde, dall’asfalto ai prati, dall’odore di catrame della strada ferrata all’odore di campagna.

   Siamo arrivati al cimitero di Brancion-en-Chalon il 15 agosto 1997. La Francia era in vacanza. Gli abitanti se n’erano andati, gli uccelli che volano di tomba in tomba avevano smesso di volare, i gatti che si stiracchiano tra i vasi di fiori erano scomparsi. Faceva troppo caldo perfino per le formiche e le lucertole, i marmi erano bollenti. I necrofori erano in ferie, i nuovi morti pure. Mi aggiravo da sola per i vialetti leggendo i nomi di gente che non avrei mai conosciuto, eppure mi ci sono subito trovata bene, al mio posto.

 

4

L’essere è eterno, l’esistenza un passaggio,

la memoria eterna ne sarà il messaggio

 

Quando i monelli non mettono gomma americana nel buco della serratura sono io ad aprire e chiudere il pesante cancello del cimitero.

   Gli orari variano a seconda delle stagioni.

   Dal primo marzo al 31 ottobre è aperto dalle otto di mattina alle sette di sera.

   Dal 2 novembre al 28 febbraio è aperto dalle nove di mattina alle cinque del pomeriggio.

   Sul 29 febbraio nessuno ha deliberato.

   Il primo novembre, invece, apertura dalle sette di mattina alle otto di sera.

   Da quando mio marito è partito, o più esattamente da quando è scomparso, ho rilevato le sue funzioni. Nello schedario nazionale della gendarmeria Philippe Toussaint figura tra le persone scomparse.

   Nel mio orizzonte restano vari uomini: i tre necrofori, che rispondono ai nomi di Nono, Gaston ed Elvis, gli addetti alle pompe funebri, tre fratelli che si chiamano Pierre, Paul e Jacques Lucchini, e padre Cédric Duras. Tutti quanti passano più volte al giorno da casa mia, vengono a bere o a mangiare una cosa, e mi danno una mano nell’orto se ho sacchi di terriccio da trasportare o perdite d’acqua da riparare. Li considero amici, più che colleghi di lavoro. Anche quando non ci sono, possono entrare in cucina, farsi un caffè, sciacquare la tazza e andarsene.

   I necrofori fanno un mestiere che ispira repulsione e disgusto, eppure quelli del mio cimitero sono le persone più dolci e piacevoli che conosca. 

   Nono è quello in cui ho più fiducia. È un uomo retto con la gioia di vivere nel sangue, tutto lo diverte e non dice mai di no, a parte quando si tratta di procedere alla sepoltura di un bambino. Lo lascia fare agli altri, «a quelli che ne hanno il coraggio» dice. Nono somiglia a Georges Brassens, e la cosa lo fa ridere perché sono l’unica al mondo a dirgli che somiglia a Georges Brassens.

   Gaston è l’incarnazione della goffaggine. Ha i movimenti scomposti, e benché beva solo acqua sembra sempre ubriaco. Durante le sepolture si piazza tra Nono ed Elvis, casomai dovesse perdere l’equilibrio. Sotto i suoi piedi c’è il terremoto perenne. Cade, fa cadere, rovescia, schiaccia. Quando viene a casa mia ho sempre paura che rompa qualcosa o si ferisca e, siccome la paura non scongiura il pericolo, ogni volta rompe un bicchiere o si ferisce.

   Elvis lo chiamano così per via di Elvis Presley. Non sa leggere né scrivere, ma conosce a memoria tutte le canzoni del suo idolo. Pronuncia malissimo le parole, non si capisce mai se canti in inglese o in francese, ma il cuore c’è: «Lov mi tender, lov mi tru…».

   I fratelli Lucchini hanno solo un anno di differenza l’uno dall’altro: trentotto, trentanove e quaranta. Si occupano di pompe funebri da generazioni, di padre in figlio. Sono anche i fortunati proprietari dell’obitorio di Brancion, attiguo alla loro agenzia. Nono mi ha detto che solo una saracinesca separa l’agenzia dall’obitorio. A ricevere le famiglie in lutto è Pierre, il maggiore. Paul prepara i cadaveri, lavora nel seminterrato. Jacques guida i carri funebri, l’ultimo viaggio tocca a lui. Nono li chiama gli “apostoli”.

   E poi c’è il nostro parroco, Cédric Duras. Pur non essendo sempre giusto, Dio dimostra un certo gusto. Da quando nella zona è arrivato padre Cédric pare che molte donne siano state colpite dalla rivelazione divina e che la domenica mattina, sulle panche della chiesa, le fedeli siano in aumento.

   Io non vado mai in chiesa, sarebbe come andare a letto con una collega di lavoro, ma credo di ricevere più confidenze da parte della gente di passaggio di quante ne riceva padre Cédric nel confessionale. La gente rovescia fiumi di parole a casa mia e nei vialetti, sia arrivando che andandosene, spesso tutte e due le volte. Un po’ come i morti, che tramite i silenzi, le targhe funerarie, le visite, i fiori, le fotografie e il modo in cui si comportano i visitatori davanti alla tomba mi raccontano cose della vecchia vita, di quand’erano ancora vivi e dinamici.

   Il mio mestiere consiste nell’essere discreta, amare il contatto umano e non avere compassione, ma per una donna come me non avere compassione sarebbe come essere astronauta, chirurga, vulcanologa o genetista, non fa parte del mio pianeta né delle mie competenze. Però non piango mai davanti a un visitatore, può succedermi prima o dopo una sepoltura, ma non durante. Il cimitero ha tre secoli. Il primo defunto che ha accolto è una defunta, Diane de Vigneron (1756-1773), morta di parto a diciassette anni. Passando le dita sulla tomba si riesce ancora a leggerne il nome inciso sulla pietra grezza. Sebbene al cimitero manchi spazio non è mai stata esumata, nessuno dei sindaci che si sono susseguiti ha osato prendere la decisione di disturbare la prima inumata, tanto più che gira una leggenda su di lei. Stando agli abitanti di Brancion sarebbe apparsa a più riprese nel suo “abito di luce” davanti alle vetrine dei negozi del centro e nel cimitero. Certe volte, girando per i mercatini dell’usato della zona, trovo Diane raffigurata come un fantasma su piccole stampe del Settecento o vecchie cartoline, una messinscena, una finta Diane mascherata come il più trito dei fantasmi.

   Girano molte storie intorno alle tombe. I vivi reinventano spesso la vita dei morti.

   C’è una seconda leggenda a Brancion, molto più recente di quella di Diane de Vigneron. Riguarda Reine Ducha (1961-1982), sepolta nel settore dei Cedri, vialetto 15. La fotografia fissata alla lapide mostra una giovane donna bruna e sorridente. Reine è morta in macchina all’uscita della città. In seguito alcuni giovani l’avrebbero vista sul ciglio della strada, nel punto dell’incidente, tutta vestita di bianco.

   Il mito delle “dame bianche” ha fatto il giro del mondo. Gli spettri delle donne morte di morte violenta infesterebbero il mondo dei vivi trascinando la propria anima in pena nei castelli e nei cimiteri.

   Tanto per incrementare la leggenda, la sua tomba si è mossa. Secondo Nono e i fratelli Lucchini dipende da uno smottamento del terreno, succede spesso quando in una tomba si accumula troppa acqua.

   In vent’anni credo di aver visto molte cose nel mio cimitero, certe notti ho perfino sorpreso ombre che facevano l’amore fra le tombe o direttamente su una pietra tombale, ma non erano fantasmi.

   A parte le leggende niente è eterno, neanche le concessioni perpetue. Le concessioni possono essere acquistate per quindici, trenta, cinquanta anni o l’eternità, ma dell’eternità è meglio non fidarsi: se dopo trent’anni una concessione perpetua ha smesso di essere tenuta bene (aspetto indecente o cadente) e nessuna inumazione ha avuto luogo per parecchio tempo, il comune ha la facoltà di rientrarne in possesso, e i resti verranno allora trasferiti in un ossario in fondo al cimitero.

   Da quando sono qui ho visto numerose concessioni scadute essere smantellate e pulite spostando le spoglie dei defunti nell’ossario, e nessuno ha detto niente, perché quei morti erano considerati come oggetti smarriti che nessuno aveva reclamato.

   Succede sempre così con la morte: più è antica e meno presa ha sui vivi. Il tempo distrugge la vita. Il tempo distrugge la morte.

   Io e i tre necrofori facciamo di tutto per non lasciare le tombe in stato di abbandono. Non ci va giù di veder apposto sulla lapide l’avviso municipale La presente tomba è oggetto di una procedura di recupero, si prega di contattare con urgenza il comune quando vi appare ancora il nome del defunto.

   Forse i cimiteri sono pieni di epitaffi proprio per questo, per scongiurare il destino del passare del tempo, per aggrapparsi ai ricordi. Quello che preferisco è: La morte comincia quando nessuno può più sognare di te. È sulla tomba di Marie Deschamps, una giovane infermiera deceduta nel 1917. Pare che sia stato un soldato a deporre la targa nel 1919. Ogni volta che ci passo davanti mi chiedo quanto a lungo l’abbia sognata.

   Qualunque cosa io faccia, ovunque tu sia, niente ti cancella, penso a te di Jean-Jacques Goldman e Le stelle fra loro parlano solo di te di Francis Cabrel sono le parole di canzoni più citate sulle targhe funerarie.

   Il mio cimitero è molto bello. I vialetti sono fiancheggiati da tigli centenari. Buona parte delle tombe è piena di fiori.

   Davanti alla mia casetta vendo qualche vaso di fiori, e quan­do non sono più vendibili li regalo alle tombe abbandonate. Inoltre ho piantato dei pini. L’ho fatto per il profumo che emanano d’estate, è il mio odore preferito.

   Li ho piantati nel 1997, l’anno in cui siamo arrivati. Sono cresciuti molto, e conferiscono al cimitero un aspetto maestoso. Prendersi cura del cimitero vuol dire prendersi cura dei morti che vi riposano e rispettarli. Nel caso non siano stati rispettati da vivi, che almeno lo siano dopo morti.

   Sono sicura che vi sono sepolti anche molti stronzi, ma la morte non fa distinzione fra buoni e cattivi. E poi, chi non è stato un po’ stronzo almeno una volta nella vita? 

   Al contrario di me, Philippe Toussaint ha subito odiato il cimitero, il paese di Brancion, la Borgogna, la campagna, le vecchie pietre, le mucche bianche, la gente del luogo.

   Non avevo ancora finito di aprire le scatole del trasloco che già andava a farsi giri in moto dalla mattina alla sera. Col passare dei mesi gli capitava di rimanere fuori intere settimane, fino al giorno in cui non è più tornato. I gendarmi non hanno capito perché non avessi denunciato prima la sua scomparsa. Non ho detto loro che era già scomparso da anni, anche quando ancora si sedeva a tavola con me. Eppure, quando dopo un mese ho capito che non sarebbe tornato, mi sono sentita abbandonata come le tombe che pulisco regolarmente, altrettanto grigia, smorta e traballante, pronta per essere smantellata e vedere i miei resti gettati in un ossario.

 

5

Il libro della vita è il libro supremo che non possiamo

chiudere e riaprire a piacimento, vorremmo tornare

alla pagina in cui si ama, ma abbiamo già sotto

le dita la pagina in cui si muore

 

Ho conosciuto Philippe Toussaint nel 1985 al Tibourin, una discoteca di Charleville-Mézières.

   Era appoggiato al bancone del bar, io ero la barista. All’epoca inanellavo lavoretti precari mentendo sulla mia età. Un amico della casa famiglia in cui vivevo mi aveva falsificato i documenti per farmi diventare maggiorenne.

   Ero senza età, avrei potuto avere quattordici come venticinque anni. Mi vestivo solo in jeans e maglietta, avevo i capelli corti e orecchini dappertutto, pure nel naso. Ero esile, e mi truccavo gli occhi di nero per darmi un look alla Nina Hagen. Avevo smesso di andare a scuola, sapevo leggere e scrivere male, ma ero capace di fare i conti. Avevo già vissuto parecchie vite, e il mio unico obiettivo era lavorare per pagarmi un affitto e andarmene al più presto dalla casa famiglia. Poi avrei visto il da farsi.

   Nel 1985 l’unica cosa regolare che avevo erano i denti. Avere bei denti bianchi come le modelle delle riviste era stata la mia ossessione fin da piccola. Quando le educatrici venivano alla casa famiglia e mi domandavano se avessi bisogno di qualcosa chiedevo regolarmente una visita dal dentista, come se la mia vita e il mio futuro dipendessero dal sorriso che avrei avuto.

   Non avevo amiche, sembravo troppo un maschio. Mi ero affezionata ad alcune pseudosorelle, ma le ripetute separazioni e i cambi di famiglia mi avevano massacrato. Mai affezionarsi! Pensavo che portare i capelli rasati a zero mi avrebbe protetto, mi avrebbe dato il cuore e la grinta di un ragazzo, ma l’unico risultato era che le ragazze mi evitavano. Ero già stata a letto con qualche ragazzo per fare come tutti, ma niente di trascendente, era stata una delusione, non ci trovavo niente di allettante. Lo facevo tanto per darla a bere agli altri, o per ottenere in cambio un vestito, una stecca di fumo, un ingresso da qualche parte, una mano che stringesse la mia. Mi piaceva molto di più l’amore delle fiabe, quelle che nessuno mi aveva mai raccontato: “Si sposarono ed ebbero molti, molti, molti…”.

   Appoggiato al bar con in mano un bicchiere di whisky e cola senza ghiaccio, Philippe Toussaint osservava gli amici che ballavano sulla pista. Aveva una faccia d’angelo, una specie di Michel Berger a colori: lunghi riccioli biondi, occhi azzurri, pelle chiara, naso aquilino e una bocca di fragola… pronta per essere mangiata, una fragola di luglio ben matura. Indossava jeans, maglietta bianca e giubbotto nero. Era alto, ben piantato, perfetto. Appena l’ho visto il mio cuore ha fatto bum, come canta il mio immaginario zio acquisito Charles Trenet. Con me Philippe Toussaint avrebbe avuto tutto gratis, anche i bicchieri di whisky e cola.

   Non doveva fare niente per baciare le belle bionde che gli ronzavano intorno come mosche intorno a un pezzo di carne putrida. Aveva l’aria di fregarsene di tutto, lasciava che fossero gli altri a darsi da fare. Non alzava mai un dito per ottenere quello che voleva, ma solo per portarsi il bicchiere alle labbra tra un bacio fluorescente e l’altro.

   Mi dava le spalle. Di lui vedevo solo i boccoli biondi che con le luci da discoteca passavano dal verde al rosso al blu. Era più di un’ora che i miei occhi si gingillavano con i suoi capelli. Ogni tanto, chinandosi verso la bocca di una ragazza che gli sussurrava qualcosa all’orecchio, mi dava modo di osservarne il profilo perfetto.

   Poi si è girato verso il bar e il suo sguardo si è posato su di me per non staccarsene più. A partire da quel momento sono diventata il suo giocattolo preferito.

   Da principio ho pensato che si mostrasse interessato a me per le massicce quantità di alcol che gli mettevo gratis nel bicchiere. Servendolo facevo in modo che non mi vedesse le unghie mangiate, ma solo i denti bianchi perfettamente allineati. Aveva l’aria di un ragazzo di buona famiglia, ma per me, a parte i colleghi delle case famiglia, tutti sembravano ragazzi o ragazze di buona famiglia.

   Dietro di lui si era formato un ingorgo di squinzie come al casello dell’autostrada del Sole nei giorni di grande esodo, ma lui continuava a guardare me con occhi pieni di desiderio. Mi sono appoggiata al bancone, di fronte a lui, per essere sicura che stesse guardando proprio me. Gli ho messo una cannuccia nel bicchiere, poi ho alzato gli occhi. Sì, stava guardando me.

   «Vuole qualcos’altro?» gli ho chiesto. Non ho sentito la risposta. «Come?» ho gridato. Lui mi si è accostato all’orecchio e ha detto: «Te».

   Mi sono riempita un bicchiere di bourbon alle spalle del principale. Al primo sorso ho smesso di arrossire, al secondo mi sono sentita bene, al terzo ho trovato il coraggio di allungarmi verso il suo orecchio e rispondere: «Potremmo bere una cosa insieme, quando stacco».

   Ha sorriso. I suoi denti erano come i miei, bianchi e allineati.

   Quando Philippe Toussaint ha allungato il braccio al disopra del bancone per sfiorare il mio ho pensato che la mia vita sarebbe cambiata. Ho sentito la mia pelle indurirsi, come se avesse avuto un presentimento. Philippe Toussaint aveva dieci anni più di me, una differenza d’età che lo poneva in alto dandomi la sensazione di essere la farfalla che guarda la stella.

 

Continua a leggere…

 

L’autrice

Valérie Perrin lavora da sempre nel mondo dell’arte del cinema e per anni è stata fotografa di scena delle più importanti produzioni cinematografiche francesi tra cui quelle del marito Claude Lelouch. Il suo talento nel cogliere attraverso l’obiettivo situazioni, atmosfere, emozioni le ha fatto conquistare numerosi premi. Ed è proprio quel talento che emerge nel Quaderno dell’amore perduto, un romanzo d’esordio che ha incantato il pubblico e la critica. Con Cambiare l’acqua ai fiori ha vinto il Prix Maison de la presse, il Prix Jules-Renard e il Prix des lecteurs du Livre de poche.

 

  • Cambiare l’acqua ai fiori
  • Valérie Perrin
  • Traduttore: Alberto Bracci Testasecca
  • Editore: E/O
  • Collana: Dal mondo
  • Anno edizione: 2019
  • In commercio dal: 12 maggio 2020
  • Pagine: 476 p., Brossura
  • EAN: 9788833570990 Acquista € 17,10

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