La damnatio memoriae ha lasciato il posto a una sorta di rivalutazione indistinta

Guglielmo Marconi

CANCELLARE MARCONI


Il giorno dopo la scomparsa di Ciriaco De Mita, l’università Suor Orsola Benincasa ha intitolato un’aula all’ex premier democristiano su iniziativa del rettore Lucio D’Alessandro; nei giorni successivi, invece, è stata inaugurata in un paese del Reatino la prima statua a Bettino Craxi. Due episodi che la dicono lunghissima su quanto, a distanza di qualche decennio dalla chiusura della prima Repubblica, il giudizio diffuso su quella lunga stagione politica sia cambiato. La damnatio memoriae ha lasciato il posto a una sorta di rivalutazione indistinta, a un “si stava meglio quando si stava peggio”, probabilmente dovuto all’insoddisfazione per il presente: ma entrambi gli atteggiamenti peccano di superficialità, rispetto a fenomeni storici e umani che avrebbero bisogno di un’analisi più approfondita.
Il processo è però curioso, considerando quanto invece sia diffuso l’atteggiamento opposto, quello cioè che va sotto il nome di “cancel culture” e che si sostanzia in una bocciatura ex-post di personaggi storici finora esaltati, ai quali si fanno le pulci rispetto a loro presunti peccati ed errori di carattere soprattutto etico e politico. L’ultimo a farne le spese è stato Guglielmo Marconi. Cardiff, la capitale del Galles, ha infatti congelato il progetto di dedicare all’inventore del telegrafo senza fili una statua, in ragione del suo passato fascista, del sostegno fornito all’invasione dell’Etiopia nonché, ciò che è peggio, a un’annotazione sugli studiosi ebrei candidati entrare nell’Accademia d’Italia.

Senza entrare nel dettaglio delle vicende, è fuori di dubbio che Marconi fornì al fascismo e a Mussolini un appoggio incondizionato e talvolta encomiastico. In cambio di quest’adesione ottenne indubbi vantaggi: di carattere personale, importanti per un uomo tanto ambizioso; di carattere istituzionale, tanto da accumulare un notevole numero di prestigiosissime cariche; di carattere scientifico, ottenendo dal Duce sostegno economico, anche se in misura inferiore a quanto desiderato, e soprattutto politico, poiché l’ostilità verso questo outsider sotto il regime era notevole.
Basti un episodio. Marconi succedette, alla Presidenza del CNR, a Vito Volterra, ebreo antifascista che fu successivamente emarginato ed estromesso da tutte le cariche che rivestiva e fatto oggetto di una pesantissima emarginazione, di un vero e proprio isolamento che lo costrinse a una sorta di esilio scientifico e che proseguì persino con la sua morte, quando soltanto in Vaticano gli venne dedicato un evento in memoria.

Marconi ne preso il posto con disinvoltura e anche con qualche caduta di stile e il paragone tra i due fa brillare di ulteriore merito la figura eroica di Volterra, uno dei pochissimi accademici che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo. Ma Volterra, per l’appunto, era un eroe, apparteneva cioè a una ristretta minoranza di intellettuali che ebbero il coraggio di rivendicare la loro libertà e indipendenza sotto un regime totalitario. Marconi fu sostanzialmente un opportunista e coltivava probabilmente una sincera ammirazione per Mussolini: condividendo entrambi questi atteggiamenti con la stragrande maggioranza degli italiani durante il ventennio.

La cancel culture è un atteggiamento ridicolo perché pretende di giudicare il passato con il metro, la sensibilità, gli occhi di oggi. Ma è un fenomeno complesso, nel quale entra anche l’atteggiamento tipicamente occidentale di continua a revisione dei propri fondamenti culturali. Quello che, ad esempio, ha portato la Chiesa Cattolica a pronunciare degli “auto da fé” su molte delle proprie precedenti scelte. Potremmo dire, anche se ai suoi sostenitori il termine non piacerebbe, che la cancel culture è una forma di revisionismo e che questo atteggiamento è profondamente connaturato alla sempre vivace evoluzione del pensiero occidentale.

Leonardo Rizzo

 

 

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