Riletture ironiche, ma filologicamente rispettose, dei grandi racconti della cultura occidentale.

«Cappuccetto Rosso – Il processo più ingiusto della letteratura»

Una fiaba che tutti conoscono, riletta con gli occhi dell’adulto che osa interrompere il racconto.

Redazione Inchiostronero


Nota redazionale

Tutti ricordano il lupo. Pochi ricordano ciò che accade davvero nella fiaba.

Una madre manda la figlia da sola nel bosco. Una bambina conversa tranquillamente con uno sconosciuto. Una nonna non si accorge di nulla. Un lupo parla come un perfetto gentiluomo. E nessuno, da oltre tre secoli, sembra trovare tutto questo minimamente strano.

In questo nuovo appuntamento de I Classici Smontati non riscriviamo Cappuccetto Rosso e non processiamo il lupo. Facciamo qualcosa di più semplice: rileggiamo la fiaba come farebbe un adulto di oggi, fermandosi proprio nei punti in cui il racconto pretende che il lettore non faccia domande.

Perché, qualche volta, il modo migliore per prendere sul serio un classico è concedersi il lusso di sorriderne.

🐺🐺🐺

Introduzione

Una fiaba piena di cose che non tornano

Ci sono storie che ascoltiamo così tante volte da smettere di ascoltarle davvero. Cappuccetto Rosso è una di queste. La conosciamo fin dall’infanzia. Sappiamo chi sono i protagonisti, ricordiamo il bosco, la nonna, il cacciatore e, naturalmente, il lupo. Tutto sembra così familiare che nessuno sente più il bisogno di fermarsi a riflettere.

Eppure basta riaprire la fiaba per accorgersi che qualcosa non torna.

Anzi, parecchie cose.

Una madre manda la figlia da sola attraverso un bosco. Una bambina incontra uno sconosciuto e gli racconta dove sta andando. Un lupo parla con impeccabile educazione. Una nonna viene sostituita da un animale con quattro zampe e nessuno si accorge della differenza. Infine arriva un cacciatore che risolve tutto con una rapidità che farebbe invidia ai migliori investigatori.

Da piccoli accettiamo ogni dettaglio senza battere ciglio. Da adulti, invece, la tentazione è un’altra: interrompere ogni tanto il racconto e chiedere all’autore:

«Scusi… ma davvero è andata così?»

È proprio questo lo spirito con cui affronteremo Cappuccetto Rosso. Non per correggere la fiaba, né per dimostrare che gli autori si fossero sbagliati. Sarebbe un esercizio tanto inutile quanto presuntuoso. Le fiabe non sono verbali di polizia e non devono essere realistiche. Hanno un altro compito: raccontare una verità attraverso l’immaginazione.

Ma proprio perché sono racconti così celebri, possiamo concederci un piccolo lusso: leggerli con gli occhi di chi non dà più nulla per scontato. Fermarci nei punti più improbabili, sorridere delle incongruenze, fare quelle domande che da bambini non ci saremmo mai permessi di porre.

Perché i classici, forse, chiedono soprattutto questo: di essere riletti. E qualche volta il modo migliore per prenderli sul serio è avere il coraggio di interromperli con un sorriso.

INDIZIO N. 1

Il lupo? Il meno sorprendente di tutti

«Mentre attraversava il bosco, Cappuccetto Rosso incontrò il lupo. Ma non sapeva che razza di animale fosse e non ne aveva paura.»

Aspetta un momento.

Non ne aveva paura?

Davvero?

Nessuno le aveva mai raccontato che nei boschi vivevano animali selvatici?

Nessuno le aveva mai spiegato che un grosso animale con il muso allungato, quattro zampe e una dentatura decisamente promettente fosse, quantomeno, degno di un po’ di prudenza?

Oppure Cappuccetto Rosso aveva già incontrato dei lupi in paese?

Magari aveva perfino giocato con loro, convinta che fossero semplici cani lupo.

La fiaba non lo dice.

E probabilmente fa bene.

Ma, riletta da adulti, questa frase diventa irresistibile.

Il problema non è che il lupo parli.

Nelle fiabe parlano tutti.

Il problema è che una bambina incontri un animale sconosciuto nel cuore di un bosco… e reagisca con la stessa tranquillità con cui saluterebbe il vicino di casa.

Fermiamoci un momento.

Per essere il cattivo più famoso della letteratura per l’infanzia, bisogna riconoscere che il lupo esordisce con una certa educazione.

Saluta.

Non ringhia.

Non mostra i denti.

Non balza fuori da un cespuglio.

Dice semplicemente: «Buongiorno».

Ed è qui che nasce il primo equivoco della fiaba.

Noi sappiamo già che il lupo è il cattivo. Lo sappiamo ancora prima di aprire il libro. Se chiedessimo a cento persone chi sia il colpevole, probabilmente tutte risponderebbero la stessa cosa: il lupo. Processo rapido, sentenza immediata e fascicolo archiviato.

Ma il testo racconta qualcosa di leggermente diverso.

Il lupo, almeno all’inizio, fa esattamente ciò che farebbe qualsiasi predatore intelligente: osserva, raccoglie informazioni, aspetta il momento opportuno. Non si comporta come un criminale da romanzo, ma come un animale che segue il proprio istinto.

A ben vedere, è persino il personaggio più coerente dell’intera storia.

La madre manda la figlia da sola nel bosco.

Cappuccetto racconta a uno sconosciuto dove abita la nonna.

La nonna vive isolata nel cuore della foresta.

Il cacciatore arriva nel momento esatto in cui serve.

Il lupo, invece, fa il lupo.

È forse l’unico personaggio che non tradisce mai il ruolo assegnatogli.

Ed è curioso che proprio lui sia diventato il simbolo universale della malvagità.

Forse gli abbiamo fatto un piccolo torto. Non perché sia innocente, ma perché gli attribuiamo colpe che appartengono agli uomini. La natura non conosce il bene e il male. Un lupo non è crudele. È un predatore. La crudeltà è una categoria morale inventata da noi.

Ecco allora il primo piccolo colpo di scena di questa rilettura. Più osserviamo il lupo, più ci accorgiamo che il personaggio meno assurdo dell’intera fiaba è proprio quello che, da tre secoli, abbiamo sempre indicato come il cattivo.

INDIZIO N. 2

 Scusi, signora…

Forse ci sfugge qualcosa.

Lei sta mandando una bambina, da sola, ad attraversare un bosco. Un bosco, non il giardino di casa. E la sua preoccupazione principale è… la bottiglia di vino.

Naturalmente stiamo sorridendo. Le fiabe non vanno lette con il codice civile in mano. Ma proprio per questo è divertente rileggerle da adulti. Ci accorgiamo di dettagli che da bambini ci sembravano perfettamente normali.

La madre raccomanda di non uscire dal sentiero, di salutare la nonna con educazione e di non curiosare nella stanza. Ottimi consigli, per carità. Ma manca quello che oggi verrebbe spontaneo a qualsiasi genitore:

«Se incontri uno sconosciuto, non fermarti a parlare.»

In effetti, quel consiglio arriverà… ma troppo tardi.

A questo punto nasce un’altra domanda.

Se Cappuccetto Rosso non sa che razza di animale sia il lupo, come mai non ne ha paura?

Possibile che vedere un grosso animale sconosciuto in mezzo al bosco non le provochi nemmeno un minimo di diffidenza?

Oppure il lupo era un ospite abituale del villaggio? Magari aveva già giocato con lei nel giardino di casa, trattato da tutti come un innocuo cane lupo?

Naturalmente la fiaba non risponde. E fa bene. Le fiabe vivono anche di queste ingenuità narrative. Ma, rilette da adulti, è difficile resistere alla tentazione di fermarsi e sorridere.

Perché Cappuccetto Rosso incontra il lupo e si mette a conversare con lui con una naturalezza disarmante.

La cosa curiosa è che nessuno, leggendo la fiaba, si scandalizza per la decisione della madre. Tutta la nostra indignazione si concentra sul lupo, mentre il racconto sorvola con sorprendente disinvoltura sulla scelta di affidare una bambina al bosco e… alla buona sorte.

Probabilmente, però, giudicheremmo la scena con eccessiva severità se dimenticassimo quando è nata questa storia. Le fiabe popolari appartengono a un mondo in cui i boschi erano luoghi realmente attraversati, i bambini crescevano molto prima di quanto accada oggi e la percezione del pericolo era profondamente diversa dalla nostra.

Ma questo non impedisce di sorridere.

Anzi, è proprio il contrasto tra il nostro modo di vivere e quello raccontato dalla fiaba a rendere queste pagine ancora così vive. Ogni epoca legge Cappuccetto Rosso con i propri occhi. Noi, inevitabilmente, la leggiamo con quelli di un adulto del XXI secolo.

E forse la prima persona alla quale verrebbe voglia di rivolgere qualche domanda non è il lupo.

È la mamma.

Riccardo, lo riscriverei rendendolo ancora più teatrale. La scena non è più semplicemente un dialogo: è un interrogatorio in cui il lupo non deve fare quasi nulla. L’ironia nasce proprio da questo.


INDIZIO N. 3

La conversazione più imprudente della letteratura

«— Dove vai così presto, Cappuccetto Rosso?

— Dalla nonna.

— Che cosa porti nel paniere?

— Focaccia e una bottiglia di vino.

— E dove abita tua nonna?

— A un quarto d’ora da qui, sotto le tre grandi querce; là c’è la sua casa.»

Fermiamoci un momento.

Se qualcuno vi fermasse per strada e, nel giro di un minuto, vi chiedesse dove state andando, cosa trasportate e dove abita un vostro parente… probabilmente cambiereste marciapiede.

Cappuccetto Rosso, invece, no.

Risponde.

Con precisione.

Con entusiasmo.

Quasi con orgoglio.

Il lupo, nel frattempo, fa una cosa straordinariamente semplice.

Fa domande.

Non minaccia.

Non rincorre.

Non alza la voce.

Non inventa travestimenti.

Non promette ricompense.

Si limita a conversare.

E la conversazione diventa il suo miglior alleato.

«Dove vai?»

Risposta.

«Che cosa porti?»

Risposta.

«Dove abita la nonna?»

Risposta.

A questo punto mancava soltanto:

«Mi scusi, potrebbe gentilmente disegnarmi una cartina?»

Oppure:

«La porta è aperta o bisogna bussare?»

Bisogna riconoscere che il lupo è un investigatore di grande esperienza.

Ma bisogna anche riconoscere che Cappuccetto è una testimone eccezionalmente collaborativa.

Il bello è che il lupo non deve nemmeno fingere.

Non racconta bugie.

Non si inventa una storia.

Lascia semplicemente parlare la sua interlocutrice.

È una tecnica vecchia quanto il mondo.

Chi fa le domande guida sempre la conversazione.

Chi risponde troppo… spesso finisce per raccontare molto più di quanto avrebbe voluto.

Riletta oggi, questa scena ricorda certi tentativi di truffa telefonica o informatica. C’è chi protegge con attenzione password, codici bancari e dati personali e poi, davanti a una voce gentile, finisce per raccontare tutto quello che non dovrebbe.

Naturalmente stiamo scherzando.

Ma nemmeno troppo.

Perché è proprio qui che la fiaba smette di appartenere al Seicento e diventa sorprendentemente moderna.

Il lupo non vince perché è più forte.

Vince perché ascolta.

Osserva.

Lascia che sia l’altro a fare il lavoro.

Ed è forse questo il dettaglio più inquietante dell’intera storia.

Il primo grande successo del lupo non è aver trovato la casa della nonna.

È aver incontrato qualcuno convinto che parlare con uno sconosciuto fosse la cosa più naturale del mondo.

INDIZIO N. 4

La nonna è cambiata parecchio… ma nessuno se ne accorge

«— Oh, nonna, che orecchie grandi hai!

— È per sentirti meglio.

— Oh, nonna, che occhi grandi hai!

— È per vederti meglio.

— Oh, nonna, che mani grandi hai!

— È per afferrarti meglio.

— Oh, nonna, che bocca grande hai!

— È per mangiarti meglio!»

Diciamolo con sincerità.

Questa è probabilmente la conversazione più paziente della storia della letteratura.

Perché dopo le orecchie…

…qualche dubbio dovrebbe nascere.

Dopo gli occhi…

…il dubbio dovrebbe trasformarsi in sospetto.

Dopo le mani…

…forse sarebbe il caso di fare un passo indietro.

E invece no.

Cappuccetto Rosso continua l’intervista con una calma ammirevole, come se fosse perfettamente normale che la nonna, nel giro di una notte, avesse sviluppato orecchie da lupo, occhi enormi e mani che sembrano pale da forno.

La domanda viene spontanea.

Ma il cappuccio rosso limitava soltanto la vista… o anche il buon senso?

Naturalmente sarebbe ingiusto prendere alla lettera una scena che non è mai stata pensata per essere realistica. Le fiabe vivono di ripetizioni, formule e dialoghi costruiti per essere ricordati e raccontati a voce. Quelle quattro domande preparano il momento culminante della storia e ogni bambino sa già quale sarà l’ultima risposta.

Ma proprio perché la conosciamo tutti, possiamo concederci il lusso di sorridere.

Il travestimento del lupo è talmente improbabile da funzionare soltanto in una fiaba. E forse è giusto così. Perché il racconto non vuole convincerci che Cappuccetto Rosso sia ingenua. Vuole mostrarci che il male, qualche volta, si presenta indossando i vestiti di chi ci è familiare.

Questo, probabilmente, è il vero significato della scena.

Non dobbiamo imparare a distinguere una nonna da un lupo.

Quello, diciamolo, dovrebbe riuscire abbastanza facilmente.

Dobbiamo imparare che le apparenze, da sole, non bastano mai.

Eppure resta una piccola soddisfazione.

Dopo aver riletto questo dialogo da adulti, possiamo finalmente confessarlo senza sensi di colpa.

Anche noi, almeno una volta, abbiamo pensato:

«Cappuccetto… forse era il caso di fermarsi già alle orecchie.»

INDIZIO N. 5

Alla fine il colpevole siamo sicuri che sia uno solo?

«Il cacciatore stava passando davanti alla casa della nonna quando pensò: “Come russa forte la vecchia! È meglio che entri a vedere se ha bisogno di qualcosa”.

Entrò nella stanza e vide il lupo addormentato nel letto.

«”Ti trovo finalmente, vecchio peccatore”, disse. “Era da tanto che ti cercavo.”»

Complimenti al cacciatore.

È probabilmente l’unico uomo nella storia capace di riconoscere un lupo… dal modo di russare.

Fin qui possiamo anche concederglielo.

Ma il bello deve ancora arrivare.

Il cacciatore osserva il lupo, riflette un momento e si dice:

«Forse il lupo ha divorato la nonna. Magari posso ancora salvarla.»

Fermiamoci.

Il lupo ha già ingoiato un’anziana signora.

Poi ha ingoiato anche Cappuccetto Rosso.

E il cacciatore pensa che siano ancora recuperabili.

Bisogna riconoscere che è un ottimista.

O un chirurgo con una fiducia sconfinata.

A questo punto prende un paio di forbici, apre il ventre del lupo e…

…succede l’impossibile.

Per prima esce Cappuccetto Rosso.

Viva.

Illesa.

Con ancora il fiato per esclamare quanto fosse buio là dentro.

Subito dopo esce anche la nonna.

Anche lei viva.

A questo punto viene spontaneo chiedersi che cosa fosse realmente lo stomaco del lupo.

Uno stomaco?

Oppure un piccolo appartamento ammobiliato?

Perché, a quanto pare, due persone possono rimanervi dentro senza essere digerite, senza soffocare e, dettaglio non trascurabile, senza che i loro vestiti riportino il minimo segno della permanenza.

Nemmeno il tempo di riprendersi e la fiaba rincara la dose.

Il cacciatore riempie il ventre del lupo con grosse pietre, lo ricuce con sorprendente abilità e se ne va.

Il lupo si sveglia.

Si alza.

Fa persino qualche passo.

Solo allora si accorge che qualcosa non va e crolla a terra.

Diciamolo.

Dal punto di vista della medicina siamo in un territorio inesplorato.

Ma dal punto di vista della fiaba tutto funziona perfettamente.

Perché qui non conta il realismo.

Conta il lieto fine.

Il lupo deve essere punito, le vittime devono tornare alla vita e il bambino che ascolta il racconto deve poter chiudere gli occhi sapendo che il male, almeno questa volta, è stato sconfitto.

E forse è proprio questo il segreto delle grandi fiabe.

Quando smettiamo di chiedere loro di essere credibili, scopriamo che cercano di essere qualcosa di molto più importante:

indimenticabili.

Conclusione

Assolvere il lupo? No. Ma qualche domanda agli altri personaggi sarebbe il caso di farla.

Alla fine del nostro piccolo processo il verdetto non cambia.

Il lupo resta colpevole.

Del resto, nessuno può negare che si sia divorato una nonna, una bambina e abbia tentato di farla franca russando nel loro letto.

Tuttavia, dopo aver riletto la fiaba con gli occhi di un adulto, una domanda rimane.

Siamo proprio sicuri che sia l’unico imputato?

Perché, a voler essere pignoli, anche gli altri personaggi qualche spiegazione dovrebbero fornirla.

La mamma dovrebbe chiarire perché abbia ritenuto una buona idea mandare la figlia da sola nel bosco.

Cappuccetto Rosso dovrebbe spiegare come sia riuscita a raccontare a uno sconosciuto praticamente tutta la propria vita nel giro di pochi minuti.

La nonna, forse, potrebbe dirci perché abbia aperto la porta senza nemmeno chiedere chi fosse.

Il cacciatore, infine, meriterebbe una cattedra di chirurgia per aver eseguito l’intervento più straordinario della storia della medicina… con un paio di forbici e senza perdere un paziente.

Eppure è proprio questo il bello delle fiabe.

Se fossero perfettamente logiche, probabilmente le dimenticheremmo in fretta.

Invece ci accompagnano per tutta la vita proprio perché chiedono al lettore un piccolo atto di fiducia: accettare l’impossibile per arrivare a una verità.

Noi abbiamo semplicemente provato a fare il contrario.

Per una volta abbiamo interrotto il racconto, sorriso davanti alle sue improbabilità e posto quelle domande che, da bambini, non ci saremmo mai permessi di fare.

Non per prendere in giro Cappuccetto Rosso.

Ma per ricordare che un classico continua a vivere soltanto quando qualcuno trova il coraggio di rileggerlo con occhi nuovi.

✋✋✋

Adesso togliamo il sorriso

Abbiamo sorriso del lupo che esordisce con un educato «Buongiorno», della mamma che manda la figlia da sola nel bosco, della nonna trasformata in un improbabile sosia e del cacciatore che, con un paio di forbici, compie l’intervento chirurgico più straordinario della storia della letteratura.

Ma sarebbe un errore fermarsi qui.

Le fiabe non nascono per divertire gli adulti che le rileggono secoli dopo. Nascono per trasmettere un messaggio, per educare e, qualche volta, per spaventare.

La prima versione scritta di Cappuccetto Rosso apparve nel 1697 per opera dello scrittore francese Charles Perrault. Non era una fiaba destinata ai bambini, ma agli adulti, e soprattutto alle giovani donne. Il finale era molto diverso da quello che conosciamo oggi: il lupo divorava la nonna e Cappuccetto Rosso, e la storia terminava lì, senza alcun cacciatore, senza salvataggi e senza lieto fine.

Perrault non lasciava spazio ai dubbi. Concludeva il racconto con una morale esplicita, spiegando che i «lupi» più pericolosi non erano quelli che vivevano nei boschi, ma quelli che si aggiravano nei salotti, nelle città e nelle corti, seducendo con modi gentili e parole rassicuranti le ragazze più ingenue. Il lupo diventava così il simbolo del seduttore, dell’adescatore, dell’uomo capace di conquistare la fiducia della propria vittima prima di approfittarne.

Fu soltanto oltre un secolo dopo che i fratelli Grimm trasformarono il racconto nella fiaba che tutti conosciamo. Comparve il cacciatore, le due protagoniste vennero salvate e la storia assunse un tono meno tragico e più educativo, adatto a un pubblico infantile. Il lieto fine sostituì la tragedia, ma il significato profondo della vicenda rimase sostanzialmente immutato: il mondo può essere pericoloso e l’ingenuità ha sempre un prezzo.

Nel corso del tempo Cappuccetto Rosso è stata oggetto di numerose interpretazioni.

Il colore rosso del cappuccio ha dato origine a diverse letture simboliche. La più diffusa lo considera il segno dell’ingresso nella pubertà: il rosso richiamerebbe le prime mestruazioni e il passaggio dall’infanzia alla maturità sessuale. In questa prospettiva il bosco rappresenta il mondo adulto, mentre il lupo diventa il predatore sessuale dal quale la giovane donna deve imparare a difendersi.

Altri studiosi hanno proposto una lettura differente, sostenendo che nella Francia del XVII secolo il mantello rosso potesse evocare anche la prostituzione, trasformando la fiaba in un ammonimento rivolto alle giovani donne contro un determinato stile di vita. Si tratta, tuttavia, di un’interpretazione discussa e non universalmente accettata.

Esistono poi letture ancora diverse. Alcuni antropologi hanno ricondotto la fiaba ai periodi di carestia che colpirono l’Europa medievale, quando il cannibalismo non era soltanto una leggenda ma una tragica realtà documentata. In questa prospettiva il lupo avrebbe sostituito, nel corso dei secoli, figure ancora più inquietanti, come l’orchessa presente in antiche versioni popolari del racconto.

Anche la psicologia si è confrontata con Cappuccetto Rosso. Bruno Bettelheim, nel celebre Il mondo incantato, interpreta la fiaba come il racconto simbolico del difficile passaggio dall’infanzia all’età adulta. Il bosco diventa il luogo della crescita, il lupo l’incontro con il desiderio, il pericolo e la paura, mentre il ritorno alla luce rappresenta una maturazione interiore.

Quale di queste interpretazioni è quella giusta?

Probabilmente nessuna, oppure tutte.

È il destino dei grandi classici: continuano a generare nuove letture perché raccontano qualcosa che va oltre la loro trama.

Noi abbiamo sorriso delle incongruenze della fiaba. Ma chi l’ha scritta non voleva far ridere. Voleva educare, mettere in guardia e ricordare che il mondo, qualche volta, sa nascondere i propri lupi dietro un volto rassicurante.

Ed è forse proprio questo il segreto della sua longevità. Ogni generazione ride di dettagli diversi, ma tutte continuano a riconoscere, dietro quel bosco e quel mantello rosso, una storia che parla ancora di noi.

La Redazione

 

 

 

 

Con questo si chiude il secondo appuntamento de I Classici Smontati.

Il viaggio della collana è iniziato con «Ulisse – Il peggior navigatore del Mediterraneo?», dove abbiamo rimesso in discussione il più celebre eroe dell’antichità, chiedendoci se dieci anni per tornare da Troia a Itaca fossero davvero tutta colpa del destino… o, almeno qualche volta, anche di Ulisse.

Questa volta il banco degli imputati era occupato dal lupo di Cappuccetto Rosso. Nel prossimo processo, però, potrebbe toccare a un altro protagonista della letteratura.

Perché i classici non sono diventati immortali grazie alle risposte che ci hanno dato, ma grazie alle domande che continuano a suscitare.

Se non hai ancora letto il primo appuntamento della collana, puoi recuperarlo qui:

👉 «Ulisse – Il peggior navigatore del Mediterraneo?» (il link all’articolo)

Ogni nuovo Classico Smontato sarà un invito a rileggere un’opera che tutti crediamo di conoscere, con un pizzico di ironia, il rispetto dovuto ai grandi autori e la libertà di porre quelle domande che, forse, abbiamo sempre pensato ma raramente osato formulare.

La Redazione
  • «ULISSE, IL PEGGIOR NAVIGATORE DEL MEDITERRANEO?»

    Riletture ironiche, ma filologicamente rispettose, dei grandi racconti della cultura occid…

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