Una lettera dal tempo della fine delle illusioni

«Caro amico ti scrivo…»
Tra il tramonto del secolo americano e il saccheggio silenzioso dell’Europa
Il Simplicissimus
“Caro amico ti scrivo…” non è un vezzo nostalgico, ma l’avvio di una riflessione amara e necessaria. A partire dal simbolismo del 31 dicembre come possibile spartiacque storico, il testo interroga la fine del secolo americano e il declino di un ordine economico fondato su finanza senza sottostante, oligarchie e dominio globale. Di fronte all’impossibilità di sostenere indefinitamente questo sistema, gli Stati Uniti tentano una reindustrializzazione forzata svuotando l’Europa e ciò che resta dell’Occidente, dopo il fallimento del progetto di saccheggio verso Est. Ne emerge una lettura disincantata del presente: non una crisi passeggera, ma un cambio d’epoca, vissuto più come spoliazione che come rinascita, più come fine che come nuovo inizio. (N.R.)
Cari amici, il 31 dicembre dell’anno scorso mi venne da scrivere che quella data poteva essere presa a simbolo dell’inizio di un nuovo secolo, dopo quello americano che possiamo far cominciare attorno alla Prima guerra mondiale o forse ancora prima, a seconda di come vogliamo vedere le cose. Questo arco di tempo comprende sia l’ascesa, sia il declino che ci sta travolgendo: gli Usa e le sue oligarchie non hanno altro modo di evitare un crollo totale dell’economia, che si regge su un oceano di denaro senza sottostante, che svuotare il resto dell’Occidente per tentare una reindustrializzazione. In poche parole, di saccheggiare l’Europa e gli altri lembi del loro dominio, visto che è fallito il tentativo estremo di depredare la Russia e in seguito la Cina.
Gli sciocchi che non riescono a vedere oltre il loro naso e non hanno alcuna sensibilità storica, parlano di Trump come se fosse la radice del male e di queste politiche, non rendendosi conto che gli Usa non hanno altra strada per uscire fuori dal dedalo in cui li ha cacciati la finanziarizzazione dell’economia. Trump semmai è imbarazzante perché fa ciò che comunque verrebbe fatto, senza indorare la pillola e persino con brutalità. Il che ovviamente spiace a chi, pur essendo burattinaio dalle oligarchie di comando, ha interiorizzato l’ipocrisia del politicamente corretto, come mimetizzazione del nulla politico che esprimono. Ora, come ha detto in un’intervista l’economista Michael Hudson, i maggiori centri di ideazione economica americana oltre che i grandi gestori patrimoniali, gli Stati Uniti hanno ancora tre anni da ballare prima di un crollo epocale. Lo stesso Rapporto sulla Sicurezza Nazionale afferma: probabilmente abbiamo solo tre anni per mettere in atto quello che sarà, speriamo, un ordine coercitivo di “America first”, di “rendere di nuovo grande l’America”, a spese di altri Paesi.
A spese nostre ovviamente. Ora, tre anni di tempo sono più o meno ciò che resta alle attuali leadership europee, parte integrante di questo piano o di queste cattive intenzioni, per imporre politiche distruttive per l’industria e per la stessa vita civile: il combinato disposto di guerra, terrore climatico, immigrazionismo selvaggio, censura, smantellamento dello stato di diritto e ogni tanto rinnovati allarmi sanitari imperniati peraltro sulle comuni malattie stagionali, sono le armi a loro disposizione per confondere, impaurire e imporre una sorta di disciplina bellica. Macron in Francia, Starmer in Inghilterra e Friedrich Merz in Germania, sono certamente al punto minimo della loro popolarità, la stragrande maggioranza dei cittadini non è d’accordo con loro e persino li disprezza e non mi azzardo a parlare dell’Italia dove l’intero milieu politico dovrebbe piuttosto stimolare la crescita di una nuova branca dell’entomologia. Ma intanto governano, le economie dei maggiori Paesi vengono sacrificate seguendo le politiche promosse da questi tre leader e dalla leadership dell’Ue sotto Von der Leyen e Kaja Kallas e non ci saranno elezioni per i prossimi tre anni. Ciò dà agli Stati Uniti il tempo per far sì che i suoi principali sostenitori cerchino di attuare questo nuovo ordine economico. Non vi fate confondere dalle prese di posizione dell’amministrazione americana contro le misure della Ue che tentano di soffocare il dibattito: fanno solo parte del gioco che ovviamente deve celare il fine ultimo cui si tende.
Ovviamente tutto questo si inserisce nel riconoscimento che gli Usa non sono più in grado di reggere una posizione unipolare, ma proprio per questo tentano di definire i confini di influenza. Se posso esprimere una speranza, ma anche una considerazione fondata sui fatti, l’America first con tutti i suoi corollari, i suoi strumenti e le sue illusioni, è destinata a fallire. Innanzitutto perché Cina e Russia non hanno alcuna intenzione di mollare a se stesso e ai gringos il Sudamerica, ovvero il continente che gli Usa considerano il loro cortile di casa. Poi perché la finanziarizzazione dell’economia americana è ormai troppo profonda per essere facilmente superata dalle rapine che si vogliono attuare in Europa e altrove: il sistema di accumulazione del capitale attraverso il solo denaro che genera se stesso risulta comunque più remunerativo, meno problematico e politicamente meno rischioso rispetto alla produzione reale. Infine, perché mezzo secolo di queste politiche hanno eroso la base umana e cognitiva sulla quale formare persone in grado per capacità e mentalità di ricostruire il sistema produttivo. E infine perché gli ultimi anni hanno messo in luce che l’onnipotenza militare degli Usa è più che altro un mito, una macchina narrativa che si è duramente scontrata con la realtà non appena ha avuto a che fare con un avversario diretto non con piccoli Paesi.
Questo però è ancora peggio per noi perché ci saremo sacrificati per nulla. Che dire di più? Buon anno: gli auguri sono d’obbligo, specie quando le cose vanno male.
