Visti dalla finestra, a volo di uccello, i caruggi sembrano usciti dalla progettazione di un pazzo visionario, non c’è una linea retta, tutto un susseguirsi di curve e diagonali. l’orizzonte si allarga. La mente è libera, correre sui tetti e raggiunge il mare, laggiù. 

 

«CRÊUZA ZENÉIZE»

CARUGGI GENOVESI

racconto

di

Melissa Traverso

 

♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥

Abito all’ultimo piano di un vecchio palazzo del centro storico di Genova, senza ascensore. Faccio fatica a salire la ripida scala dai gradini consunti ma vengo ricompensata, dalla finestra della mia camera abbraccio una vista mozzafiato sui tetti della città. 

Mi sfilo il cappotto e lo lascio cadere, assieme alla borsa, sul letto. 
Appoggio la fronte al vetro freddo, le mani sullo stipite e i muscoli del collo iniziano a distendersi. Mi rilasso e l’angoscia che mi tormenta come un cancro rallenta la presa.

Ha piovuto e le tegole di ardesia brillano sotto una luce opaca. Il cielo si sta rasserenando, squarci di cielo azzurro si aprono un varco tra le nuvole scure. Sullo sfondo il mare è color petrolio, le onde si frangono con violenza sulla diga foranea. 

Manca solo la musica.

Nella libreria semivuota ho sistemato alcuni CD che appartengono ad un passato che voglio dimenticare. Ma non riesco a buttarli via, la musica che ho amato mi fa sentire triste ma anche meno sola.

C’è un po’ di tutto, blues, rock, classica.

I Clash. Due anni fa il gruppo ha suonato la mia colonna sonora. Ho tutti i gli album, da Give ‘Em enougt rope a Sandinista. Il mio preferito, Combat rock, lo sfilo dalla raccolta, apro la custodia ed infilo il Cd nel lettore. Alzo il volume e torno a guardare il mare in burrasca. 

Sono magnetizzata dallo scenario, la chitarra di Joe Strummer in sottofondo. 

Visti dalla finestra, a volo di uccello, i caruggi sembrano usciti dalla progettazione di un pazzo visionario, non c’è una linea retta, tutto un susseguirsi di curve e diagonali. 

Genova così diversa da Alessandria, dove sono nata e cresciuta, nel basso Piemonte. 

Una città avvolta nella nebbia durante l’inverno e soffocata dalla calura in estate. Tutt’intorno la campagna piatta e monotona, tagliata da grandi strade rettilinee. 

Non ho nostalgia di casa.

A Genova c’è il mare, si respira un’aria diversa e poi alle spalle si alzano le montagne. Il paesaggio è aggressivo, selvaggio e bello, come lo scorcio che sto guardando ora. Dall’alto prospettiva cambia, l’orizzonte si allarga.

La mente è libera di correre sui tetti e raggiungere il mare, laggiù. 

Libera di fermarsi a guardare indietro, ripercorrere i sentieri del passato, le sue impervie salite. 

Non serve che opponga resistenza, che la distragga. Non cede davanti agli sciocchi mezzucci che ho provato ad utilizzare in passato. Fare una doccia, preparare il pranzo, pulire come una forsennata le piastrelle del bagno.

Un giorno riuscirò a guardare solo avanti ma adesso non sono ancora pronta.

Avvolgo al dito una ciocca colore del rame brunito, con riflessi di fuoco. 

Capelli… il mio tormento.

Ricordo quando in classe, ero in seconda media, abbiamo letto un testo di Malcom X. Raccontava del leader delle pantere nere che da giovane era dominato dall’ansia di sembrare il meno afroamericano possibile e si era fatto stirare i capelli con gli acidi. 

Mi sono venuti i brividi. Mia madre non aveva ancora osato tanto con la mia criniera ma avrebbe potuto farlo se avesse avuto tra le mani quel testo ispiratore. 

Col senno di poi quella paura ingenua mi fa sorridere. Mia madre ha una mentalità così ristretta e piccolo borghese che non ho mai corso il rischio che sfiorasse quel settore della letteratura. 

Ma a dodici anni ero stata presa dal panico e avevo strappato la pagina dell’antologia. La professoressa di lettere mi aveva sgridata davanti alla classe e avevo preso anche una nota. Mia madre l’aveva firmata senza battere ciglio.

Capelli. Da bambina mi tormentavo sull’origine dei miei ricci ramati che risaltavano anomali tra i colori della famiglia. 

Mio padre e mia madre avevano tonalità mediterranee, capelli lisci e scuri, la pelle ambrata. 

Io invece ero pel di carota. 

Fantasticavo su un’adozione misteriosa e a quattordici anni aveva scoperto l’esistenza della bisnonna paterna di origine irlandese. C’era un ritratto a olio in casa di una zia che eravamo andati a trovare a Roma. 

   «Perché non me ne hai mai parlato?» ho chiesto sotto shock a mia madre. 

   «La vedo per la mia prima volta», mi aveva risposto stupita. 

La donna del quadro aveva una chioma fulva che ricadeva sontuosa sulle spalle, la sua carnagione chiara era esaltata da un abito blu, profondamente scollato. Una donna dal fascino esotico, la mano dell’artista l’aveva collocata in uno spazio e un’epoca indefinita, sullo sfondo un cielo azzurro, slavato, quasi bianco. Dal punto di vista artistico era solo una crosta.

Mio padre, indifferente come al solito a tutto ciò che riguardava la mia vita, aveva alzato le sopracciglia e gettato uno sguardo sfuggente al ritratto, mormorando una delle sue banalità: «Nelle fotografie in bianco e nero non si distingue il colore dei capelli». 

Quell’immagine aveva profondamente colpito finalmente una svolta, avevo esultato io.

Ho implorato la zia affinché mi regalasse il dipinto e sono tornata ad Alessandria con quel trofeo. 

L’ho appeso in salotto come prova che la mia criniera non era il frutto di una mutazione genetica o di una relazione extraconiugale. Semplicemente un carattere ereditario recessivo.

   «Graziosa questa bambina, non vi assomiglia per niente, da chi ha preso i capelli?»

La mamma non avrebbe più risposto con un sorriso di circostanza al tormentone della mia infanzia. C’era il ritratto della bisnonna appeso in salotto e le parole diventavano superflue convinta che grazie al dipinto i rapporti con i miei genitori sarebbero migliorati. 

Invece non è cambiato nulla. Il quadro è rimasto appeso alcuni mesi e poi la mamma lo ha portato in camera mia.

   «Non c’entra niente con lo stile del salotto», si era giustificata. 

Ma non era adatto neppure alla camera di una ragazzina adolescente. 

Avevo tappezzato le pareti del mio rifugio con i poster degli attori e dei cantanti che mi piacevano, Marlon Brando sulla motocicletta del film “Il selvaggio”, Keanu Rives con il soprabito di pelle nera di “Matrix”, Madonna in calze a rete che imitava Marylin, Kurt Cobain bello e dannato. 

Il dipinto a olio era decisamente fuori posto anche in camera mia e alla fine l’ho portato in cantina, dove è rimasto a coprirsi di polvere, dimenticato da tutti.

La mia vita ha continuato a scorrere monotona nella piatta provincia alessandrina. 

Sono diventata alta, ho superato la mamma di una buona spanna e raggiunto il papà. Il mio seno invece non ha seguito una parallela evoluzione. A sedici anni sembravo uno spaventapasseri.

   «Andiamo nel negozio di Chiara, troveremo qualche cosa che vada bene anche a te. Copriti quelle ginocchia sporgenti, non metterti i tacchi che sembri una giraffa. Un fidanzato non lo troverai mai».

La mia adolescenza è stata segnata dagli sforzi di mia madre per plasmarmi a sua immagine e somiglianza. Ma non ero in grado di adeguarmi, nonostante la buona volontà. 

Pippi Calzelunghe restava Pippi Calzelunghe e non poteva diventare Annika, la ragazzina dal liscio caschetto del romanzo di Astrid Lindgren.

Anche se dentro di me ero sicura che l’eroina della mia infanzia non avrebbe mai fatto a cambio con la scialba ragazzina che abitava vicino a casa sua. Nonostante il caschetto biondo. 

Avevo paura a specchiarmi a figura intera, se passavo davanti alle vetrine dei negozi distoglievo lo sguardo. 

Ho vissuto un’adolescenza triste. Poi è accaduto il Fatto. 

Quella effe maiuscola pesa come un macigno e separa il prima dal dopo.

Frequentavo il liceo classico Leopardi. Quanti anni avevo? Sedici, no, mi sbaglio, diciassette.

Non avevo molte amiche, papà e mamma facevano continue pressioni perché frequentassi la gente giusta. Le mie potenziali amicizie venivano valutate in base agli estratti conto delle loro famiglie. 

Mio padre era il direttore della Cassa Rurale di Alessandria. Tutto facciata e perbenismo. Nessuna dolcezza o complicità nei suoi gesti quotidiani, tetro tra le mura di casa, appena fuori il suo viso non bello si apriva in un seducente sorriso. 

La Gina, nella sua guardiola, arrossiva sempre quando lui la salutava con un viscido baciamano. 

La figura slanciata, lo sguardo sicuro, i capelli sale e pepe. 

Sembra un banchiere piuttosto che un bancario. Vestiva in completo doppio petto, la camicia bianca e la cravatta regimental. Aveva quello che si definisce le physique du role e ne era spudoratamente compiaciuto. 

Non ho mai sopportato la sua ipocrisia e lui la ragazzina spigolosa che ero io.

Non ricordo che mi abbia accompagnata al cinema, in piscina, a scuola. Ci ha sempre pensato la mamma. 

La mamma, chiusa nei suoi cliché. Il caschetto castano perfettamente in piega, le punte dei capelli leggermente piegate all`insù, i terribili tailleur tutti uguali, tranne che per le sfumature di colore. 

 

Quando restavamo sole in casa, Camilla ed io ci acconciavamo con i suoi vestiti, i decolté dal tacco non troppo alto e non troppo basso, i foulard rosa antico o verde sottobosco da abbinare alle giacchine in tinta. E poi scimiottavamo lei e le sue amiche che prendevano il tè, spettegolavano di questo e di quello tenendo d’occhio lo struscio da dietro alle vetrate del caffè Roma. 

Camilla. La mia migliore amica. La mia ex migliore amica. 

La figlia del farmacista che vantava solidi possedimenti immobiliari. Papà aveva passato ai raggi x la posizione finanziaria della sua famiglia e aveva dato via libera alla nostra frequentazione. 

Ci eravamo conosciute all’asilo e siamo diventate inseparabili, sempre affiancate nel banco. Era l’amica alla quale confidavo i pensieri più intimi. 

Una bella ragazza, alta, slanciata, i biondi capelli che le scendevano morbidi sulle spalle. E poi sempre vestita alla moda, jeans e magliette firmate, un sacco di accessori. Quando andavamo in giro per negozi aveva il portafoglio pieno e nonostante tutto si divertiva a rubare rossetti e cosmetici dal banco del supermercato. La osservavo ammirata, io non ne avrei mai avuto il coraggio. 

Frequentavamo il liceo scientifico Leopardi, una scuola femminile d’élitè come sottolineava mio padre quando si faceva bello al bar della Piazza. 

In quarta avevamo cambiato l’insegnante di matematica. Al posto della signorina Debernardis, andata in pensione, era arrivato un ragazzo giovane, simpatico, che coinvolgeva in modo nuovo la classe. Eravamo tutte innamorate di lui, Clotilde più di tutte. Per lei il professore era diventato un’ossessione. 

Si truccava, si vestiva per lui, interveniva sempre a lezione, il più delle volte a sproposito. 

Purtroppo la matematica non era il suo forte, nonostante si impegnasse per fare bella figura riusciva a malapena a risicare la sufficienza.

E il professore le dava dei tagli piuttosto bruschi, la prendeva in giro. E lei piangeva tutta la notte. E mi teneva al telefono per ore.

Io invece sono sempre stata brava con i numeri, ho ereditato parte della testa di mio padre. Francesco Ansaldi mi aveva notata e incoraggiava apertamente la mia predisposizione davanti alla classe.

Camilla era gelosa.

Un pomeriggio è passata a prendermi per lo struscio in via Milano e mi ha raccontato che il professore l’aveva trattenuta dopo la lezione con la scusa di correggerle un compito e poi le aveva messo le mani addosso. 

   «Che cosa ti ha fatto?» le ho chiesto sbalordita. 

Camilla aveva sulle labbra uno sorriso malizioso «All’inizio niente di che, mi teneva le mani sulle ginocchia, mi guardava fisso negli occhi». Si è interrotta per vedere l’effetto che mi facevano le sue parole. Poi ha proseguito.

   «Ero paralizzata da quello sguardo, innamorata persa, sentivo il calore della sua mano sulla pelle. Ad un certo punto me la sono trovata sotto la gonna, con le dita arrivava allo slip. Ho avuto paura che si accorgesse che ero tutta bagnata e mi sono alzata di scatto». 

L’ho presa un po’ in giro, «Dai non scherzare», ma Camilla si era impuntata. Ha giurato e spergiurato. 

   «Mi sono alzata e sono corsa via come una scema. Dovevo restare invece», disse ridendo. Uscendo dall’aula si era scontrata con Alberta, una nostra compagna di classe.

   «Chiedi a lei se non mi credi, qualche cosa ha visto». 

Il giorno dopo, in classe, ho chiesto che cosa era successo e Alberta ha mimato la scena drammatizzandola. Camilla tutta agitata, rossa in faccia e il professore con il ciuffo scomposto ed imbarazzato.

Il mercoledì c’era di nuovo lezione di matematica, il professore Ansaldi era sempre il solito, accattivante con le sue battute. 

Suonata la campanella dell’intervallo la classe si era vuotata in cortile, noi ragazze di solito ne approfittavamo per andare a fumare e sbirciare i ragazzi del collegio degli Emiliani dall’altra parte del cancello. 

Il professore allora aveva fermato Camilla e le aveva chiesto di restare in classe. Con un’occhiata le avevo fatto cenno se voleva che rimanessi. Era eccitata, mi ha voltato le spalle e si è andata a sedere a fianco alla cattedra.

Al termine della ricreazione siamo tornate in aula ma Camilla non c’era. È iniziata la lezione di latino e lei non era ancora tornata.

La professoressa Longhi ha chiesto allora ad una compagna di andarla a cercare. 

Era nei bagni, in preda ad una crisi nervosa. 

Piangeva, gemeva. 

Anche la Longhi è uscita dall’aula e Camilla tra un singhiozzo e l’altro le ha detto che il professore di matematica l’aveva molestata. 

È scoppiato un casino, sono stai convocati i genitori, il professore. La preside è entrata in classe dicendo che il giorno dopo ci avrebbe sentite tutte sull’episodio. 

Quella sera Camilla mi ha telefonato «Mi devi sostenere», mi aveva detto «devi dire che hai visto anche tu che mi metteva le mani addosso».

   «Ma non è vero, me lo hai solo raccontato. Non è che ti sei inventata tutto per quel quattro che hai preso?»

Camilla allora si è messa a piangere.

   «Allora non mi credi e sei la mia migliore amica».

Mi sono sentita in colpa. Mi avevano irritato tutte quelle storie che raccontava. Sapevo che le aveva ingigantite perché si intuiva con chiarezza che Francesco Ansaldi la considerava una ragazzina viziata e decisamente rompipalle. 

Ma quella mattina avevo visto il professore mentre fermava Camilla, trattenendola per un braccio. Sembrava ci fosse della confidenza tra loro. Di solito era sempre formale, si rivolgeva a noi dandoci del lei.

Invece aveva detto «Camilla, fermati un attimo, ti devo parlare».

La situazione era strana, sospetta. Mi sono fatta convincere perché Camilla sembrava veramente sconvolta.

 

Il giorno dopo, davanti alla preside, ho riferito tutto quello che sapevo colorando la mia versione con le sfumature che mi aveva chiesto Camilla. Calcando la mano su quella stretta al braccio, sullo sguardo languido (di lui), sul fatto che lo avevo già visto in quell’atteggiamento, «Poi mi ha fatto un cenno sbrigativo perché uscissi fuori dall’aula» (un vero e proprio falso).

La mia testimonianza è stata decisiva, i genitori di Camilla hanno sporto denuncia ai carabinieri, Francesco Ansaldi è stato sospeso e per qualche mese non se ne abbiamo più sentito parlare. 

Tra noi ragazze giravano aneddoti fantasiosi, sembrava che tutte avessero ricevuto attenzioni particolari da Chicco, il soprannome che gli avevamo dato. Sono comparse delle scritte sui muri dei bagni, nei corridoi, “Chicco ti amo, voglio fare l’amore con te, in…terrogami!”. 

Poi improvvisamente la notizia, una doccia fredda che ha gelato i nostri animi sovraeccitati. Il professore Francesco Ansaldi si era buttato giù dal balcone di casa, dal settimo piano. Aveva lasciato un biglietto dichiarando la sua innocenza e l’impossibilità ad andare avanti a causa di tutto il fango che gli era stato buttato addosso. 

Pochi giorni dopo Camilla mi aveva confidato che si era inventata tutto per ripicca. 

Era stata lei a fermare il professore e a corteggiarlo, gli aveva dichiarato il suo amore e lui l’aveva respinta. 

Quell’ultima mattina di lezione, Ansaldi l’aveva fermata per farle un predicozzo cercando di farle capire che stava vivendo un transfert con l’insegnante, una relazione da manuale di psicologia, capitava a molte. Le aveva detto sorridendo che quanto prima si sarebbe innamorata di un suo coetaneo. 

A quel punto Camilla era crollata, non solo lui non era innamorato di lei ma era spocchioso, arrogante. 

Cosa poteva saperne di quello che le ribolliva nel cuore? 

Quando davanti ai bagni la professoressa Longhi le aveva chiesto spiegazioni Camilla aveva raccontato delle molestie.

   «E quell’episodio precedente, quando me ne hai parlato la prima volta?» le avevo chiesto e la voce mi tremava. 

   «Volevo solo che mi invidiassi, me lo sono inventato. Eri tu la sua cocca». 

Sembrava che Camilla parlasse di qualche cosa che non la riguardava da vicino, eravamo in salotto e con il telecomando faceva uno zapping forsennato. Improvvisamente si è fermata davanti al nostro telefilm preferito, Beverly Hills 2000, e la sua attenzione è stata catalizzata dalla lite scoppiata tra Brenda e Donna. “Mi piacciono da morire quei jeans, mi starebbero benissimo” ha mormorato incantata. 

A quel punto sono stata catapultata altrove, in una dimensione a me ignota. Guardavo angosciata Camilla come ad una sconosciuta seduta nel mio salotto. 

Chi è questa? Mi sono chiesta facendomi prendere dal panico.

Poi improvvisamente un crampo allo stomaco mi ha fatto piegare in due, non riuscivo a respirare. Sono rimasta con la nuca appoggiata sulle ginocchia incapace di muovere un muscolo. Dalla bocca mi colava un liquido acido che si è condensato in un grumo ai miei piedi. C’è ancora l’alone sul parquet dopo tutti questi anni. 

Se mi siedo sul divano ne sento anche l’odore. 

Francesco Ansaldi, Francesco, Francesco, Francesco…

   «Arianna mi piace la tua testa, hai pensato di iscriverti a matematica? Certe tue intuizioni mi sorprendono», mi aveva detto un giorno. 

Ero arrossita, la matematica mi piaceva ma non pensavo di possedere una particolare genialità. Mi vedevo più orientata per le materie umanistiche, la filosofia, la storia, come mi avevano suggerito i miei genitori. 

Nell’orecchie ho ancora la sua voce rassicurante. La voce di un amico. Che ho tradito.

I sensi di colpa mi hanno aggredito con violenza quel pomeriggio di primavera, nel salotto di casa.

Hanno morso a sangue la mia coscienza e il dolore non si è ancora assopito. 

Non ho più rivolto la parola a Camilla, ho cambiato banco e mi sono messa nell’ultima fila, da sola. 

Mi sono isolata da tutto e da tutti. Ho smesso di mangiare e sono diventata scheletrica. Pelle e ossa, gli occhi infossati, la voce flebile. 

Mi sono rinchiusa nella mia stanza, uscivo solo per frequentare le lezioni. Mi vergognavo più di prima a camminare per le strade, tra la gente. Quando non potevo farne a meno teneva lo sguardo raso terra. 

Allora i miei capelli hanno iniziato a crescere disordinati, senza più vincoli e costrizioni. Mia madre li chiama il nido di serpi.

In casa non hanno dato molto peso al mio atteggiamento, tutto sommato portavo a casa buoni voti, che era la cosa più importante. 

In effetti studiare era stato l’unico modo che avevo trovato per sottrarmi temporaneamente a quel dolore sordo con il quale dovevo convivere. 

Riuscivo a distrarre la mente con lo studio mnemonico, ripetevo nomi, date, capitali, verbi irregolari, declinazioni, la prima cantica della Divina Commedia, quattromilasettecentoventi versi, tutto l’Inferno. 

Recitavo quei versi anche di notte, quando i minuti sembravano ore e l’alba non voleva mai arrivare. 

All’esame di maturità ho preso novantotto centesimi e durante l’estate i miei genitori mi hanno mandato a Londra, per perfezionare la lingua. 

Quando sono partita quasi non mi reggevo in piedi. 

Il dottor Marini, nostro medico di famiglia, era perplesso su quel viaggio. Ma i miei genitori non hanno voluto sentir ragioni. La mia vita era stata programmata e non potevano modificare le tappe previste. 

Non so se hanno fatto finta di non vedere oppure sono stati veramente ottusi. 

Una volta arrivata a Londra mi sono trovata catapultata in un ambiente nuovo e ho ripreso ad alimentarmi con una certa regolarità.

Mi ero convinta che la causa di tutto fosse stato il falso perbenismo che mi avevano inculcato a casa. Ero diventata l’amica della ragazza più “per bene” della città e le avevo dato fiducia incondizionata. Mi ero fidata di lei e di loro e ne aveva fatto le spese il povero Francesco Ansaldi, un bravo ragazzo. 

 

A Londra ho fatto tutte quelle cose che i miei genitori avrebbero considerato insulti personali. 

Ho perso la verginità e fatto esperienze con ragazzi conosciuti pochi minuti prima al pub e in discoteca. 

Quando incontrava un ragazzo lo valutavo sul metro di mio padre, se aveva le credenziali giuste per entrare nella sua lista nera allora andava bene. Ci facevo l’amore dove capitava, sperimentava scientificamente ogni possibilità di amplesso, di perversione. Non ne ricavavo alcun piacere fisico ma il senso di colpa si quietava. 

Ci sono state volte in cui mi sono fatta pagare, come una puttana qualunque. 
Il denaro poi l’ho speso subito. 

Un pomeriggio sono entrata in una pasticceria di Oxford Street. 

Ricordo la vetrina di cristallo illuminata da una luce calda. Il profumo del burro e della cioccolata, il velluto spesso delle poltroncine. La cameriera sovrappeso, con la divisa grigia tesa all’altezza dell’ampio petto. Sembrava una mamma, pronta a soddisfare ogni mio desiderio.

Mi sono ingozzata di dolci, cheasecake, paste al cioccolato, crumble di mele. Sento ancora il biscotto croccante con la morbida mela caramellata che si scioglie in bocca. 

Finivo una porzione di torta e la mamma era lì, pronta ad accontentarmi. Ed io ordinavo un’altra fetta lucida di glassa, spolverata di promesse di felicità. 

Quel pomeriggio ho pagato un conto di cinquanta sterline. 

Poi sono andata in bagno, ho attaccato la bocca al rubinetto del lavabo e bevuto una grande quantità d’acqua. Quindi ho vomitato tutto.

Sollevando la testa dalla tazza del gabinetto mi sono sentita straordinariamente bene. Non sapevo dire se prevaleva il piacere perverso della gola o quello masochista del vomito. O se entrambi contribuivano all’orgasmo che aveva provato nel WC di quella pasticceria. 

Niente a che vedere con il sesso meccanico che avevo consumato poche ore prima. 

Ero pervasa da un’euforia che assomigliava alla felicità. 

Quella sera ho iniziato a specchiarmi, a guardare la mia immagine riflessa. Per la prima volta dopo anni. Quasi non mi conoscevo. La posizione delle lentiggini, la forma del seno.

Prima a mezzo busto, nello specchio del bagno della signora Smith che mi affittava una stanza. 

Poi a figura intera, nella sua camera da letto. Un giorno che ero sola mi sono spogliata e sono rimasta a guardarmi a lungo. Ero affascinata dalla mia figura, i capelli che scendevano a boccoli fino alla vita. Li ho trovati belli. Io ero bella.

Sono andata molte volte in quella pasticceria. Cercavo una mamma rassicurante e la trovavo sempre.

Poteva diventare in una strada di non ritorno. 

Ma ripetendo quei cerimoniali dimostravo a me stessa di possedere il pieno controllo sul mio corpo, sulle mie pulsioni. Sentivo di essere sempre più forte, padrona di me stessa. E lentamente ho iniziato a risalire la china.

Al ritorno in Italia ho voltato pagina, rinnegato il modello che mi aveva imposto la famiglia e ho iniziato a ricostruirmi una vita. Mi sono trasferita a Genova e iscritta a Matematica, come aveva suggerito Francesco. 

Ogni tanto torno ad Alessandria a trovare i miei. Con il tempo le visite si fanno sempre più rade.

Non resisto. 

Quando sono a casa sprofondo in un’apatia angosciata, trascorro le giornate a letto e non vedo l’ora di scappare. 

Mamma e papà sono sempre gli stessi e non capiscono che io sono un’altra persona. 

Quando pranziamo, in sala, si parla sempre di Tizio e di Caio, dei soldi che ha perso il primo e di quelli che ha guadagnato il secondo. 

   «La signora Corsini ha una colf filippina, non le paga i contributi».

   «Beata lei, l’ho vista ieri dal parrucchiere. C’era anche la Carla Bernardini, abbiamo deciso di organizzare un tè al circolo. Per Giovedì». 

Sposto lo sguardo ora sull’uno, ora sull’altra, in silenzio. Che lingua parlano quei due? Non certo la mia. 

Quando torno a casa mio padre mi allunga dei soldi di nascosto da mia madre piuttosto che stringermi in un abbraccio. 

È l’unico sistema che conosce per aprire un canale di comunicazione intimo con me. Da bravo contabile.

Il denaro e le apparenze prima di tutto. 

Non cambieranno mai. 

Sono io che devo guardare in un’altra direzione ed allontanarmi definitivamente.

Il lettore CD diffonde le note blues di Ghetto defendant. In sottofondo la voce calda di Allen Ginsberg che recita … hooked in metropolis she spent a lifetime deciding how to run from it … versi che parlano di me. 

I Clash, un gruppo punk impegnato che ha avuto molto successo negli anni settanta. Io li ho scoperti a Londra, negli anni novanta. Sono diventati una band di culto ed in molti pub suonavano la loro musica. Erano in sintonia con lo spirito anarcoide di quel periodo della mia vita. Quando li ascolto mi sento in bocca il gusto amaro della birra stout, la mia preferita.

Dalla finestra seguo il volo dei gabbiani sul mare in tempesta e cerco di fare il vuoto dentro di me. Sono stanca. Devo staccare la corrente.

Ho il mio metodo.

Hyde Park, Londra. Un polmone verde straordinario, un’oasi di pace al centro della metropoli. Il mio rifugio, dove terminavo i vagabondaggi disperati e mi sedevo su una panchina a piangere lacrime invisibili.

Un pomeriggio facevo una passeggiata assieme a Vikram, un ragazzo indiano che avevo conosciuto al pub. Ricordo solo il suo volto tra i tanti che ho incontrato. 

Occhi scuri e penetranti. Avrei potuto innamorarmi di lui. 

Non solo perché aveva la pelle scura e a mio padre sarebbe venuto un colpo all’idea di me tra le sue braccia. 

Diceva che ero bella e sapevo che non era un complimento.

Quel pomeriggio ci siamo fermati nel parco ad ascoltare un guru che aveva raccolto attorno a sé uno sparuto gruppo di persone. 

Erano seduti in cerchio, sull’erba, sotto il pallido sole inglese. Ci siamo uniti a loro e il maestro ha chiesto di concentrare l’attenzione su un acero secolare. 

Ognuno di noi ha contato silenziosamente le sue foglie, le increspature della corteccia ed è arrivata la sera. 

Mi sono estraniata dal mondo per diverse ore. 

Quando mi sono ripresa Vikram non c’era più. Ero rimasta sola, seduta sul prato illuminato dalla luce di un lampione. 

Consapevole di me stessa. 

Quella sera non ho cercato conforto nella pasticceria di Oxford Street. Non ho sentito il bisogno delle sue poltroncine di velluto, del sorriso materno della cameriera con il seno enorme, dell’odore acre del disinfettante che aspiravo nei gabinetti del locale. 

La mattina seguente ho comperato il biglietto per il volo che mi ha riportato in Italia. 

È una tecnica di meditazione che si adatta all’ambiente urbano, la uso spesso. 

Mi concentro su un soggetto e poi inizio a delinearne tutti i particolari, anche quelli più insignificanti. Affacciata alla finestra della mia camera inizio a contare le tegole di ardesia sui tetti della città vecchia.

Poco alla volta la mente si ripulisce, nelle orecchie sento solo il mio respiro e gli occhi mettono a fuoco un punto posto all’infinito. Tutto diventava bianco, lo spazio si vuota.

La musica è finita da un pezzo. Non so da quanto tempo sono qui, incollata al vetro a riguardare spezzoni della mia vita. Non riesco a staccarmi, lo sguardo scivola ancora lontano. Il sole è basso sull’orizzonte.

È un attimo e mi scuoto dal torpore. 

Estraggo dal lettore il CD dei Clash ed inserisco quello del concerto in Do minore di Bach. La musica barocca e il punk rock, sonorità vicine alle mie corde. Parlano un linguaggio emozionale che alimenta i miei ricordi, le mie paure, le mie speranze.

Ho il viso bagnato dalle lacrime e un senso di pace mi pervade. 

Francesco Ansaldi mi sta lasciando andare.

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