Disinformati e contenti

C’È DEL MARCIO NELLA COMUNICAZIONE

Quando la comunicazione smette di raccontare la realtà e plasma il pensiero collettivo con la menzogna.

Adriano Segatori

In C’è del marcio nella comunicazione, Segatori denuncia la sistematica falsificazione del linguaggio nei canali ufficiali di informazione, una deriva che, travestita da verità, indirizza le masse verso visioni distorte della realtà. Tra manipolazioni semantiche e rovesciamenti logici, la narrazione dominante si costruisce sul ribaltamento di concetti chiave come democrazia, capitalismo, fascismo e comunismo. Con uno stile diretto e documentato, l’autore smonta alcuni luoghi comuni e invita il lettore a riconoscere le trappole cognitive di un mondo in cui la parola ha perso il contatto con il reale. Se vuoi, posso proporti una versione più tagliente o più divulgativa. (Nota Redazionale)


Aldilà delle deformazioni lessicali decise a tavolino per far passare un certo pensiero e indirizzare un conformato giudizio sulla realtà circostante, la comunicazione ufficiale, che gran parte delle persone ritiene meritevole di attenzione e affidabile nei contenuti, è da decenni infiltrata e metastatizzata dal virus della falsificazione semantica.

Quando la logica viene snobbata, quando il linguaggio perde le sue prerogative di coerenza, di rigore e di verità, quando un’affermazione si scontra con la realtà diametralmente opposta, allora la stessa realtà viene manomessa e si perde ogni orientamento del punto di vista culturale e cognitivo.

Di esempi ce ne sono in grande quantità.

La democrazia promuove i legami sociali: falso! Come ha perfettamente spiegato de Tocqueville, la democrazia favorisce l’individualismo e disgrega i rapporti fra gli uomini.

«Il dispotismo democratico […] non spezza la volontà degli uomini, ma la ammorbidisce, la piega e la dirige; raramente li costringe ad agire, ma si oppone senza posa a che agiscano.»   La Democrazia in America A. de Tocqueville,

Le destre vagamente intese hanno sempre supportato il capitalismo: falso! “Il capitalismo reputava insopportabili i legami sociali instaurati dai totalitarismi di ‘destra’ (fascismo e nazionalsocialismo). […] i regimi totalitari avevano intuito che l’economia, lasciata libera di imporsi sulla società e la politica, avrebbe provocato conflitti sociali devastanti e incontrollabili”.

“Non c’è nulla di meglio dell’individualismo democratico, per il capitalismo”, osserva Francesco Germinario.

Fascismo e comunismo non sono sovrapponibili, perché quest’ultimo combatteva per la libertà: falso! Non è mai esistito, in nessuna parte del mondo, un regime comunista che non sia stato oppressivo e scellerato, se solo nell’Unione Sovietica si contano tra i 60 e gli 80 milioni di morti durante quel sistema politico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La fine delle frontiere è una conquista di libertà e di democrazia diffusa: falso. Il capitalismo transnazionale ha approfittato della retorica libertaria e democratica per abbattere ogni barriera che si potesse opporre all’incontrollata diffusione delle merci e degli uomini.

Si potrebbe continuare specificando ogni sfumatura contraffatta e travisata. E a questo punto si può ragionevolmente riconoscere come questa diffusa e infiltrante distorsione lessicale sia l’applicazione pratica della spesso citata lingua del bispensiero inaugurato da Orwell, dove una parola ha due significati diametralmente opposti tra l’enunciato e la realtà, cosicché diventa pressoché impossibile impostare un confronto dialettico in quanto ogni interpretazione è opinabile e la ragione è sempre dalla parte del controllore del mainstream.

Ormai i cervelli sono talmente ottenebrati dagli slogan che i tenutari del potere continuano incessantemente a diffondere – e a suggerire con una grande astuzia in tutte le rappresentanze politiche –, che anche la coscienza si è contratta e il senso critico raggrinzito.

Con maestria manipolativa, ad esempio, il potere si pone come garante del progressismo, includendo al suo interno tanto la truffa ecologista quanto la montatura globalista: il primo sostenuto della patetica utopia di modificare la stessa natura che ci circonda; il secondo puntando alla partecipazione emotiva verso gli ultimi del pianeta.

 

 

 

 

 

 

 

 

Nessuno all’interno di quella congrega variegata di scappati di casa che abbia avuto la predizione di essere preso per il culo. Questa considerazione, peraltro, risulta sufficientemente banale. Innanzitutto, il progresso non ha un limite intrinseco alla sua espansione, per cui – come per la tecnica – tutte le cose possibili devono essere attuate, aldilà di qualunque vincolo etico. La globalizzazione, poi, è stata direttamente inventata e continua ad essere sostenuta proprio da quelle potenze economiche e finanziarie che sono la struttura portante dell’ideologia capitalista. Essere anticapitalisti non può prescindere dalla condizione anti-globalista.

E invece no. Per i portatori del progresso, dell’uguaglianza, del diritto al lavoro, della dignità della persona e per altre varie illusioni della contemporaneità, tutto va nel migliore dei modi. E se proprio la cosa non dovesse corrispondere ad una propria progettualità, valga il decisionismo paranoico che Trockij attribuì a Lenin nella sua biografia: “Se il mio piano contrasta con la realtà, peggio per la realtà”.

Così, nell’illusione progressista, i negatori dell’identità, della sovranità e della determinazione resteranno molto semplicemente gli schiavi del vaneggiamento, come i prigionieri della caverna di Platone, plagiati ammiratori di simulacri e di miraggi.

Redazione Electo
Adriano Segatori

 

 

 

 

 

 

 

 

Descrizione

Già Benjamin aveva definito il capitalismo una «religione». L’attuale “religione” del capitalismo – una religione neopagana – si presenta come una colonizzazione culturale che ha condotto alla diluizione del ‘politico’ nell’economia. Ma forse gli aspetti più sconvolgenti di questo processo consistono, per un verso, nella coniugazione fra l’affermarsi del lavoro neoservile e l’estensione dei consumi e, per l’altro verso, in una vera e propria narcosi della coscienza ormai mercificata. Questa mercificazione sta progressivamente eliminando il principio di speranza tipico della tradizione culturale giudaico-cristiana. E allora è da chiedersi se finora non si era assistito a un gigantesco processo di «accumulazione originaria» che aveva appunto teso a mercificare ciò che caratterizza l’essere umano: la coscienza.

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