Tra mito e allegoria, la vista negata diventa rivelazione

Peter Bruegel Parabola dei Ciechi «Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso! »

CECITÀ E DESTINO: DA EDIPO A SARAMAGO, IL BUIO CHE ILLUMINA

Sguardi spezzati tra mito e allegoria: il sapere oscuro della luce

Redazione Inchiostronero

La cecità nasce dalla vista, come il negativo delle sue istantanee: è veglia e sonno dei sensi, possibilità del bianco e del nero. Non esiste un solo buio, ma tanti quanti gli sguardi che lo attraversano. «Dixitque Deus: Fiat Lux! Et facta est lux», ricorda la Genesi, eppure la luce non rischiara tutti allo stesso modo. Per Edipo è un sole accecante che brucia e inganna; per Saramago è «il male bianco», una cecità lattea che annulla il mondo. Nel primo caso, una colpa individuale che si fa tragedia collettiva; nel secondo, una malattia corale che si abbatte senza spiegazioni. Donne e lune restano custodi di una visione altra: Antigone, anti-donna tebana, e la moglie del medico, eroina silenziosa del Novecento. L’una si acceca per vedere oltre, l’altra sopravvive senza colpa né redenzione. Due opere che intrecciano il destino con l’allegoria, mostrando come la cecità non sia solo assenza di vista, ma incapacità di discernere il bene dal male, di cogliere la verità che «non è nascosta», come insegna l’alétheia greca.


La cecità nasce insieme alla vista, come il suo negativo, il riflesso oscuro delle istantanee di vita. È veglia e sonno dei sensi, è la soglia che oscilla tra presenza e assenza. Nel nero e nel bianco, nei loro estremi inconciliabili, abita la possibilità stessa del vedere. Infinite le sfumature, come i desideri sotterranei che ci agitano e ci definiscono.

«Dixitque Deus: Fiat Lux! Et facta est lux».

E Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu.

Così narra la Genesi, in una parola che crea il mondo e separa il caos dalla forma. Ma quella luce non è uguale per tutti: non illumina ogni vivente allo stesso modo. È ambivalente, duplice, mai unitaria. Da un lato la luce divina, piena, cangiante, incontenibile: non la si può fissare senza accecarsi, somiglia al sole che brucia e consuma. Dall’altro una luce pallida, esitante, lattiginosa: si lascia guardare, quasi sussurrata, come il chiarore lunare che consola senza rivelare.

E come due sono i volti della luce, così molteplici sono le cecità. Ogni occhio conosce il suo buio. Edipo porta in sé una cecità calda, assolata: nel pieno della canicola estiva il suo sguardo si piega, si torce, si brucia. Ubriaco di sole, sbaglia strada e destino. Saramago, invece, ci parla dell’opposto: una cecità bianca, lattiginosa, non ipovisione né oscurità, ma un bianco totale che annulla ogni contorno. È il «male bianco», una condanna collettiva senza forma e senza ombre.

La cecità tebana è singolare ma devastante: colpisce un uomo solo e si allarga come un morbo a un’intera stirpe, fino a corrompere una città intera. La cecità novecentesca di Saramago, al contrario, non sceglie, non distingue: investe una moltitudine, spegne ogni occhio, trasforma il popolo in un coro anonimo di sguardi spenti.

In entrambi i mondi, restano le donne come custodi di una visione altra. Antigone, anti-donna per eccellenza, che osa sfidare la legge della città per obbedire a una legge più alta. E la moglie del medico, anonima, senza nome, che si finge cieca per amore e diventa guida silenziosa dei ciechi.

La cecità può essere auto-inflitta, gesto estremo di rifiuto e di consapevolezza, come quella di Edipo. Oppure etero-imposta, come nel Saggio sulla cecità, che cala dall’alto come una maledizione senza colpa. È singolare o corale, ma sempre allegorica. Cecità è incapacità di discernere, di distinguere il bene dal male, di giudicare con giustizia.

Edipo ha visto troppo senza capire nulla: la sua parabola è ossatura antifrastica, un sapere che si muta in ignoranza, una colpa inconsapevole che culmina nell’autopunizione.

«Ahimè, tutto è chiaro ormai!»,

grida accecandosi, quando il buio diventa rivelazione. Nel romanzo di Saramago, al contrario, il male bianco resta incomprensibile, impersonale, privo di senso. La moglie del medico, l’unica a conservare la vista, vorrebbe avere la forza tragica di Edipo, strapparsi gli occhi per non vedere più. Ma non può: non c’è peccato da espiare, solo l’insostenibile peso di uno sguardo che rimane vigile mentre tutto intorno è cieco.

Edipo

Il destino punta il suo arco contro Edipo. La tensione sibila come una veste che sfiora il pavimento, come il panno in cui fu avvolto da neonato e poi abbandonato sul monte Citerone, con i piedi trafitti e legati: marchio di un fato che lo avrebbe seguito per sempre. «Nessun mortale può sfuggire al suo destino», ammoniscono i cori tragici, e nel caso di Edipo questa massima diventa ossatura della sua intera vita.

Molti eroi greci nascono dal rifiuto, da un’infanzia negata o dalla condanna degli dèi: Edipo come Paride, Achille e persino Odisseo, figli del Caso e della Necessità. A unirli è la legge della Týchē, il Caso divinizzato, che non può essere eluso: quanto più la si rifiuta, tanto più essa si compie. «Gli dèi giocano con noi come fanciulli con i dadi», scrive Platone, e l’immagine si sposa al concetto indù del līlā, il gioco cosmico che crea e distrugge mondi con leggerezza infantile.

Il cammino di Edipo è un nóstos, un viaggio di ritorno e di scoperta. Parte da Tebe, approda a Corinto, ritorna a Tebe e infine termina a Colono, la patria di Sofocle. È un itinerario scandito da enigmi: l’oracolo di Delfi che annuncia parricidio e incesto («ucciderai tuo padre e giacerai con tua madre»), la Sfinge che lo mette alla prova con il suo indovinello («Qual è l’animale che al mattino cammina su quattro zampe, a mezzogiorno su due e la sera su tre?»), Tiresia che, cieco, vede ciò che il re vedente ignora. Ogni passo è un tassello di un mosaico che solo alla fine si ricompone in un’immagine terribile.

La verità, per i Greci, non è la veritas latina, scissione e scelta, ma alétheia: ciò che non è nascosto e deve essere svelato. Edipo però non comprende l’alétheia: il suo eccesso di fiducia nella ragione lo rende cieco alla verità che ha davanti agli occhi. È un uomo pio e razionale, ma la sua hybris – la tracotanza che oltrepassa i limiti umani – lo trasforma in tiranno. Risolve l’enigma della Sfinge, salvando Tebe, ma non riconosce l’enigma della sua stessa esistenza.

Giocasta, madre e sposa, comprende prima di lui l’orrore e sceglie la morte, togliendosi la vita come estrema forma di silenzio. Edipo, invece, non si ferma: insiste nella ricerca, convinto che conoscere significhi salvarsi. «Io devo sapere, anche se la mia rovina sarà la conoscenza», esclama. Non sa che la conoscenza lo condurrà al naufragio. Scoprirà di essere lui stesso la causa del miasma che avvelena Tebe, di aver ucciso il padre Laio e generato figli dalla madre.

Il contrappasso è ironico e crudele: colui che aveva irriso Tiresia per la sua cecità («Tu sei cieco di occhi e di mente», gli rinfaccia) finirà per vedere la verità solo quando non avrà più occhi. Si acceca con le fibbie della veste di Giocasta, e nel gesto disperato trasforma la luce in buio, la vista in conoscenza. «Non avrei mai dovuto vedere, non avrei mai dovuto sapere», grida. Ed è in quel momento che Edipo diventa davvero veggente: la cecità fisica si muta in visione interiore, in uno sguardo che penetra oltre la superficie delle cose.

Così la sua tragedia si fa canto universale della fragilità umana: un uomo che, credendo di governare il proprio destino con la ragione, si scopre marionetta degli dèi, giocattolo del fato. Il re che voleva vedere tutto, alla fine capisce che solo nel buio si può intravedere la verità.

Cecità

Se la tragedia di Edipo si gioca dentro una sola vita che diventa rovina di un’intera stirpe, la Cecità di José Saramago è il rovescio: una condanna collettiva, un contagio che si diffonde in un lampo, spogliando gli uomini della vista e con essa della loro stessa umanità. Non è un buio tradizionale, ma un bianco accecante: «Era una luce così intensa che diventava bianca, un bianco totale che annullava tutto il resto». Così inizia il male, senza cause né spiegazioni, come una condanna piovuta dall’alto.

I personaggi non hanno nome. Sono il medico, la moglie del medico, il vecchio con la benda nera, il ragazzo strabico, la ragazza con gli occhiali scuri. La malattia li priva non solo della vista ma anche dell’identità, ridotti a pura condizione biologica. «Dentro di noi c’è qualcosa che non ha nome: è ciò che siamo», scrive Saramago, e qui quel “qualcosa” diventa un residuo fragile, sopravvissuto a stento al crollo della civiltà.

La vera protagonista è la moglie del medico, l’unica a non essere colpita dal male bianco. Ma anziché rivendicare un privilegio, sceglie di fingersi cieca per condividere il destino del marito. È lei a guidare, a raccontare, a custodire una fragile fiamma di umanità. «Se puoi guardare, vedi. Se puoi vedere, osserva», ammonisce Saramago: e la donna senza nome diventa occhi per tutti, costretta a contemplare l’abisso in cui l’umanità sprofonda.

Il mondo cieco diventa una prigione fetida: ospedali-lager, città ridotte a discariche, corpi abbandonati come scarti. La cecità porta con sé la caduta delle leggi, la dissoluzione dei vincoli sociali, la lotta feroce per il cibo e la sopravvivenza. «Dentro di noi c’è una bestia che aspetta solo di essere liberata», sembra dire ogni pagina del romanzo. Il male bianco non è solo una malattia: è allegoria del potere, del controllo, della fragilità dei legami civili.

Eppure, in mezzo a questo inferno bianco, restano le donne come custodi di senso. La moglie del medico si sacrifica, resiste, protegge. È martire senza colpa, eroina senza nome. Non si acceca come Edipo, non ha nulla da espiare: il suo fardello è quello di vedere troppo, di guardare la violenza, lo stupro, l’orrore, e non poter mai distogliere lo sguardo.

Alla fine, la cecità svanisce così come era arrivata, senza ragione, senza spiegazione. Gli uomini tornano a vedere, ma lo sguardo che recuperano non è più lo stesso. La donna del medico, che non ha mai perso la vista, piange di fronte a un mondo che le appare ancora malato. «Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono». È la condanna definitiva: la vera cecità non è negli occhi, ma nell’anima.

Confronto finale: Edipo e Saramago

Il filo che unisce Sofocle e Saramago è sottile e resistente: la cecità come condanna e come rivelazione. Due mondi lontani, due linguaggi diversi, un unico destino: l’uomo scopre se stesso solo quando perde la vista.

Edipo incarna la cecità come colpa, come espiazione individuale. Non nasce cieco, ma si rende cieco con le proprie mani. La sua vicenda è il paradigma della tragedia greca: l’uomo che crede di conoscere e invece ignora, che confonde la luce con l’ombra. «Tu sei cieco di occhi e di mente», gli dice Tiresia. Ma sarà proprio lui, il cieco, a rivelare la verità. Edipo invece, vedente, rimane accecato dal suo stesso orgoglio. Solo quando si strappa gli occhi con le fibbie della veste di Giocasta riesce finalmente a vedere: «Ahimè, ahimè! Tutto è chiaro ormai!», grida quando la verità si svela nella sua crudezza. La sua cecità non è malattia, è scelta tragica: si infligge il buio per dare luce alla coscienza.

Saramago rovescia questa dinamica. Nel Saggio sulla cecità la perdita della vista è collettiva, non individuale. Non è una colpa da espiare, ma un male inspiegabile che colpisce tutti senza distinzione. È allegoria di un mondo che smarrisce se stesso, dove l’umanità si dissolve in una massa anonima. «Era come se un mare di latte si fosse riversato su tutto», scrive l’autore per descrivere il male bianco. Non ci sono responsabili, non ci sono peccati personali, non ci sono dei che tirano i dadi: c’è solo la fragilità radicale della condizione umana.

Laddove Edipo grida di voler conoscere a ogni costo – «Io devo sapere, anche se la mia rovina sarà la conoscenza» – la moglie del medico di Saramago tace e guarda, unica testimone lucida di una catastrofe. Non sceglie di accecarsi, non ha nulla da espiare, ma porta il peso atroce di una vista che non può chiudersi. «Se puoi guardare, vedi. Se puoi vedere, osserva», ammonisce. La sua colpa è non poter essere cieca insieme agli altri, non poter condividere l’oblio. È un’eroina senza nome, diversa da Antigone ma ugualmente capace di opporsi alla disperazione con un gesto di resistenza: prendersi cura degli altri.

Anche le donne assumono ruoli speculari nelle due opere. Giocasta, che sceglie la morte pur di non vedere l’orrore, è il volto della disperazione. Antigone, che accompagna il padre cieco fino a Colono, è la custode di un amore filiale che si fa destino. Nella cecità saramaghiana, invece, le donne sono il vero argine contro l’oblio: «Le donne, diceva la moglie del medico, sono fatte per sopportare. E per sperare». Così esse diventano custodi della vita, dispensatrici di amore, uniche in grado di resistere al bianco che tutto annulla.

Edipo e Saramago divergono nel senso ultimo della cecità. Nel primo, essa è giustizia tragica: l’uomo paga con i suoi occhi l’errore commesso, il peccato di tracotanza, l’incapacità di leggere i segni del fato. Nel secondo, la cecità è condizione universale, metafora di un’umanità che non vuole vedere se stessa, che sceglie l’illusione di una vita “normale” anche quando tutto è corrotto. «Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono», afferma la moglie del medico nella conclusione del romanzo.

Così, dal sole di Tebe al bianco lattiginoso del Novecento, la cecità attraversa i secoli trasformandosi ma conservando lo stesso nucleo: è l’impossibilità di riconoscere la verità. Edipo la incontra quando è troppo tardi, Saramago ci avverte che la nostra epoca rischia di non incontrarla mai.

La Redazione

 

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