Buche, biglie, pulsanti e alette. La sfida attorno alla macchina era una prova di abilità da pochi spiccioli, ma che con­sacrava i piccoli grandi re dei bar dello sport.

«Lavori troppo di polso e usi male l’avam­braccio». Inizia con una serie di battu­te da tilt, da corto circuito, il film Trop­po forte di Carlo Verdone, dove l’aspi­rante stella del cinema Oscar Pettinari prova a insegnare improbabili tecniche di gioco – «il flipper è come un amples­so» – al malcapitato avventore di un bar.

Il flipper era magico, per i suoi rumori pazzeschi, per le sue luci brillanti, per l’abilità che si doveva comunque acquisire, sia nel lancio delle palline (rigorosamente a molla, in quegli anni, attorno al ’69) che nello sballottamento della macchina durante la discesa della bilia nelle buche che si accendevano e sparavano numeri sul contatore, oppure per impedire che la pallina ti fregasse prima del tempo, riducendo la durata del “game”. Ma attenzione al famigerato “TILT!” che ti azzerava la partita. Il flipper ingoiava una moneta da 50 lire, se ricordo bene. E tra spintoni, urla, qualche parolaccia, risate e sfottò del pubblico che si appassionava alle imprese del campione di turno, si giocava almeno dieci-quindici minuti. Poi, sfiniti, ma a volte soddisfatti di aver raggiunto il proprio record di punti, si lasciava il posto ad altri. Se avanzava ancora una moneta, la si infilava nel juke-box, e si cercava la canzone del cuore, quella che ci aveva fatto innamorare in quel periodo, di quella ragazza che manco ti degnava di uno sguardo. Il fatto è che il flipper esercitava un’attrazione accettabile per i giovani, all’uscita della scuola, o prima di tornare a casa la sera. Non ci rimettevamo la paghetta, assolutamente no. Era uno strumento utile al barista per fare un po’ di soldi, ma era anche un momento di socializzazione, magari banale, ma semplice e quasi innocuo.
Tempi andati.

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