Togliere fango e polvere, passare le pomate, spazzolare e lucidare scarpe era un mestiere che tanti ragazzi svolgevano nell’Ottocento – primi del Novecento e che ebbe un forte incremento nel dopoguerra. 
A capo dei piccoli Sciuscià c’era il vero Lustrascarpe, il più delle volte loro padre, che si posizionava sempre in un posto dove transitava tanta gente, per la concentrazione in un’area limitata di una chiesa, di una piazza o di un mercato, che erano luoghi deputati a raccogliere manifestazioni, riti, feste, ricerca di manodopera occupazionale e vendita di alimenti e generi vari.
Il Lustrascarpe era sempre lì ad aspettare, invitando i passanti col tipico richiamo “Pulizzamm pulizzamm….”. Purtroppo gli avventori erano sempre troppo pochi, anche perché non tutti avevano scarpe che valeva la pena di pulire e se capitava una giornata di pioggia il richiamo diventava addirittura un controsenso.
Seduto su uno scannetto e con la cassetta degli attrezzi a lato, sistemava il pezzo di legno su cui far poggiare il piede del cliente e dopo aver tirato dalla cassetta, spazzole dure e morbide, lucido di diversi colori e panno per lucidare, iniziava a pulire le scarpe guardandole come se fossero delle belle donne.
Quando il lustrascarpe si accingeva all’opera, si impadroniva del piede ponendolo sullo zoccolo di legno rialzato sulla sua cassetta, lo accarezzava togliendone il fango e la polvere e lo ungeva con un poco della sua mistura. La seconda parte del lavoro era la più importante, quella grazie alla quale, il cliente sarebbe ritornato: lo strofinio.
Dopo aver pulito e lucidato una scarpa avvertiva il cliente con un toc di spazzola sulla cassetta per cambiare piede senza disturbarlo. Molti signori infatti, erano poco inclini alla conversazione con un esponente del popolo che consideravano inferiore e utilizzavano quei minuti per chiacchierare con un amico o molto più spesso, per leggere il giornale.
A lavoro ultimato e sempre dopo aver dato l’ultimo tocco da maestro, una passata vigorosa con la seta di un vecchio ombrello tenuta ben tesa tra le mani in avanti e indietro, avvisava il cliente dicendo è servito e dopo aver ricevuto quel misero compenso, ringraziava sempre sorridendo.
Un mestiere che rendeva pochissimo, nonostante il tempo impiegato, ma che si faceva perché bisognava sfamare la famiglia, come tanti altri lavori che non erano dei veri mestieri, ma solo delle fasi isolate e marginali di alcuni.
Qualche sporadica presenza di questa attività si può ancora trovare nel centro storico di Napoli,  dove esiste un turismo attivo che riesce anche a rendere interessante questo modo antico di pulire le scarpe, ovviamente quelle di pelle-cuoio e di buona fattura. Resta comunque un ricordo d’altri tempi, come tanti ormai scomparsi, ma che restano patrimonio della nostra tradizione e della nostra cultura locale.
Sciuscià, è un termine della lingua napoletana, ora in disuso, che deriva dall’inglese shoe-shine.
Vittorio De Sica ne immortalò l’esistenza nell’omonimo film del 1946. Considerato uno dei capolavori del neorealismo italiano, tratta tematiche legate ai bambini e alla difficile vita che erano costretti a portare avanti per sopravvivere al complicato dopoguerra.
La pellicola però al botteghino italiano subì inizialmente un fiasco (solo 56 milioni di lire di incasso); il film venne aspramente criticato nelle sale dal pubblico colto e meno colto, soprattutto da coloro appartenenti a culture nazionaliste aristocratiche un po’ ipocrite, ancora di derivazione fascista, che professavano la necessità di mostrare sempre, all’estero, un’altra Italia, all’altezza sociale e istituzionale delle migliori nazioni europee, ma l’Italia non lo era nel ’45 né, lo era mai stata prima.
Anche numerosi e influenti esponenti della cultura politica di sinistra, criticarono aspramente il film di De Sica, non tanto per l’immagine negativa dell’Italia, data dal film al mondo, quanto per l’abbinamento letterario fantasia – realtà della narrazione, che apparve subito troppo squilibrato, indubbiamente dalla parte del primo termine.
Molto apprezzato invece all’estero, nel 1947, vinse il Premio Oscar e negli ultimi decenni, è stato inserito nella lista dei 100 film italiani da salvare.

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4 Commenti

  1. antonio rapelli

    6 aprile 2017 a 11:53

    Io ho avuto la fortuna di incontrarne uno alla fine degli anni ’50.
    Da giovane, negli anni della guerra, faceva lo sciuscià a Napoli.
    15 anni dopo, a cavallo degli anni ‘50 ’60 aprì un negozio a Milano dove vendeva articoli per calzature e al suo interno continuava a fare la sua vecchia professione di lustrascarpe.
    Il negozio, fino a pochi anni fa, era situato in un angolo della splendida e medioevale Piazza Mercanti.
    Alla mattina, prima di andare in Borsa, io passavo da lui per farmi lucidare le scarpe se non lo aveva già fatto mio papà a casa.
    Tirato così a lucido mi sentivo alla pari (io giovane operatore di borsa) coi vari Tycoons che affollavano la sala delle contrattazioni.
    A quei tempi iniziava il boom economico e il mondo degli affari era in continua ebollizione.
    L’atmosfera era tale che ognuno aveva la possibilità di esprimere il proprio carisma qualunque fosse la sua professione.
    Ed eccoci al nostro caro amico lustrascarpe. Egli si sentiva orgoglioso di partecipare a modo suo al risveglio eccezionale di tutto il paese e soleva dire, nel suo bel dialetto napoletano, che la sua grande gioia era vedere che, anche grazie ai suoi servigi, quasi tutti i suoi clienti avevano contribuito al progresso del paese.

    rispondere

    • Riccardo Alberto Quattrini

      6 aprile 2017 a 14:23

      Grazie Antonio del bel commento. Un giorno ti chiederò di parlarmi della borsa. Come avvengono le contrattazioni. Preparati.
      Ciao.

      Riccardo

      rispondere

      • Antonio Rapelli

        7 aprile 2017 a 19:35

        Volentieri! Però mi piacerebbe parlare dell’Italia degli anni ’50/’60 in cui includerei l’importanza che ha avuto la Borsa nello sviluppo del paese. Quella di oggi è un’ altra cosa è a me non piace.
        Ciao

        rispondere

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