“Il carretto passava e quell’uomo gridava gelati…” 

La storia del gelato è assai vecchia non priva di leggende curiose. Lo testimonia già una ricetta di Plinio il Vecchio che insegna come mescolare ghiaccio tritato con miele, succhi di frutta e altri ingredienti e parla, anche, di un attivo commercio di neve dal Terminillo, dal Vesuvio e dall’Etna. Lungo le strade principali dell’Impero Romano erano molto diffusi i Thermopolia, che non sono altro che l’equivalente dei nostri carrettini del gelato. Comunque, uno dei primi documenti storici in cui si parla di “gelato” è di un poeta greco vissuto ad Atene intorno al 500 a.c., che racconta quanto fosse in uso presso i greci e quanto a loro piacesse preparare bevande rinfrescanti con succhi di frutta come il limone, arricchito con miele, succo di melagrana, e naturalmente neve o ghiaccio. Sì, perché i primi gelati così erano preparati: succhi di frutta mischiati a neve o ghiaccio che sin dall’antichità l’uomo aveva imparato a conservare o riprodurre per mezzo di tecniche rudimentali ma, efficaci. 

Vero la fine dell’Ottocento i primi del Novecento, grazie all’intuizione di alcune famiglie di gelatai bellunesi, i Pampanin, i Bortolot, i Sagui, fecero la comparsa i primi carretti in legno, spinti a mano. Dentro c’era una camera di metallo stagnato che veniva riempita con un misto di ghiaccio e salamoia per tenere bassa la temperatura. Nella camera stagna venivano immersi i contenitori del gelato. 

Poi ai primi del ‘900 con l’ avvento della bicicletta i carretti si trasformano in tricicli. 

Ed eccolo, con un lungo scampanellio, compariva all’improvviso. Il muso a triangolo smussato, tanto da sembrava una barca incompiuta, una chiglia senza poppa. Sui fianchi la scritta in corsivo «Gelati», lucido, con delle strisce oblique di un colore blu mare. Perché il mare e l’estate doveva ricordare. Un banco in lamiera zincata con due grossi coperchi, a forma di coni d’acciaio lucidi, sotto ai quali si celava la sua specialità. Al di sopra una tenda da sole a strisce bianche e blu per evitare la calura estiva. L’uomo indossava un camice bianco e un cappello azzurro, prendeva  due sassi e li metteva sotto le ruote per bloccare il carretto. Quindi apriva uno sportello ed estraeva due contenitori, uno con le cialde piatte e le coppette di cialda, l’altro con le monete spicciole per il resto. 

Si lisciava i baffi,  si avvicinava al secchio della Malvina e si lavava abbondantemente le mani. Diceva che chi lavora con il gelato deve sempre essere pulito diversamente c’era il rischio di prendere la “cagarella’’. Poi afferrava la campanella e scampanellava gridando: “Gelati! Gelati!”. Ben presto il carretto era circondato da mamme e bambini festanti che non vedevano l’ora di leccare quelle bontà. Apriva i coperchi ed iniziava la vendita dei gelati. L’uomo usava un asticella graduata su cui inseriva il primo biscotto. Una volta spalmato il gelato, il biscotto veniva ricoperto da un’altra cialda. Era l’altezza del prodotto finito che ne stabiliva il prezzo e non il numero di gusti scelti. 

Ad esempio un gelato da 20 Lire (1 centesimo di Euro) era considerato un premio, quindi da acquistare solo in occasioni speciali. 

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