Giosuè Carducci scriveva:

Voglio scriver presto come/a’ miei be’ giorni./Vola come il pensier, mia buon penna./Non ricordare il tardo augel palustre;/Vola lа dove il mio desir l’accenna. O bellissima penna, o penna illustre./Vola, vola, per Dio, chi non t’aggiunga/La tua sorella del lavoro industre.

La penna d’oca viene utilizzata per scrivere dal 500 d. C. fino a circa metà dell’Ottocento. Le penne devono essere di volatile di taglia media (oca, cigno, tacchino, fagiano). Servono solo le prime tre alari destre (le sinistre hanno una curvatura che non consente una buona impugnatura). La penna d’oca deve essere “temperata” con il calore, quindi tagliata con due tagli ricurvi successivi, appuntita e fessurata. L’inchiostro era a base di tannino, ricavato da noci di galla o altri vegetali, in soluzione con solfato ferroso. All’inizio, fu la penna d’oca che sostituì il poco pratico giunco intinto d’inchiostro e usato come un pennello. La penna d’oca aveva accosto il “quill cutter” indispensabile per tagliare e affilare la punta. A portata di mano il calamaio e la scatoletta dei pennini di riserva intercambiabili, di piuma d’oca. La “plume scolaire” nel periodo in cui il francesismo imperava nelle scuole, era sul banco di legno con il foro per il calamaio e l’asciuga-pennino di stoffa. Si necessitava poi di spargi polvere (che fu sostituito dalla carta assorbente), della bottiglietta dell’inchiostro e del “cachet campron” per sigillare le buste e dopo, con le normative postali, la bilancina pesa-lettere. A differenza di oggi (dove impera il popolo dell’sms e delle e-mail), in un tempo non molto lontano si scriveva con penna e pennino. E si doveva anche saper scrivere bene e correttamente. Era una lotta contro carte che ‘spandevano’ l’inchiostro, oppure passava attraverso la carta contrassegnando i fogli successivi, con macchie e scarabocchi a non finire…era un tormentone! L’evoluzione della penna e del pennino, prosegue con la scoperta della stilografica. Ma non possiamo dimenticare quanto fu tribolata l’invenzione del pennino di cui non si conosce bene l’inventore. Alcuni ritengono sia del francese J. Arnoux verso la metà del secolo XVIII, altri indicano l’americano P. Williamson, un operaio che durante la scuola serale non riusciva a prepararsi la penna d’oca. Altri ancora, l’attribuiscono al Prof. Burger di Koenigsberg, che nel 1808 rese pubblica la sua scoperta. Poi, un certo Perry di Birmingham riuscì a brevettarla nel 1830. E il signor Perry divenne milionario. Una ricerca costante crea pennini preziosi, anche placcati in oro a 12 carati (l’inglese Mitchel nel 1855 lo presentò alla Esposizione di Parigi). In Italia furono le scatole di pennini a fare la sua comparsa con le serie dedicate a personaggi famosi: Re Umberto I, Vittorio Emanuele, Dante Alighieri, Giuseppe Garibaldi, ecc. Ancora in Francia, scatole belliche con l’effige di Luigi Napoleone Bonaparte e episodi di storie e battaglie Francesi. In Italia, nel ventennio fascista non fu da meno; scatole di pennini dai nomi littori: Balilla, Adua, Littoria, Impero, Audacia, Vesuvio ecc. Creazioni di scatole illustrate che divenivano di altro uso: porta-fiammiferi, porta-tabacco, porta-mozziconi di sigarette, porta-piccoli gioielli, porta pasticche, porta bottoni ecc. Il prezioso pennino visse solo un secolo e mezzo, perché alla fine dell’800 Waterman aveva iniziato a costruire industrialmente la “penna stilografica” e finalmente ci liberò dal vincolo del calamaio. Su queste furono prodotti anche pennini a punta “tronca” che consente tutt’oggi di poter scrivere con stili calligrafici antichi, dando alle lettere le “grazie” così artistiche dei calligrafi. Inoltre la penna stilografica divenne uno status-symbol e un obbligatorio regalo per le comunioni, matrimoni e cerimonie varie, soprattutto con pennino d’oro zecchino. Ovviamente i calamai divennero vere e proprie opere d’arte anche in metalli e pietre preziose, vetro, cristallo, ceramica, fine maiolica, finemente disegnati e decorati. Insomma un universo di attuale collezionismo antiquario, che и divenuto quasi introvabile se non negli “scambi” tra collezionisti o nelle fortunate aste di antiquariato.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Carica ulteriori articoli correlati
Carica altro Riccardo Alberto Quattrini
Carica altro C'era una volta...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

Etère, le escort dell’antica Grecia.

“Eleganti, colte e raffinate, l’etère erano le sole donne che, ad Atene, potessero permett…