Atene, anno 424 a.C.: debutta sulle scene I Cavalieri, graffiante opera comica del grande commediografo

C’ERA UNA VOLTA LA SATIRA

I CAVALIERI DI ARISTOFANE

 

« – Tu ci credi veramente agli dèi? –
– Certamente! –
– Che prova ne hai? –
– Che gli dèi mi hanno in odio. Non basta? –
– Mi hai convinto. – »

Atene, anno 424 a.C.: debutta sulle scene I Cavalieri, graffiante opera comica del grande commediografo – oggi diremmo “sceneggiatore e regista” – greco Aristòfane, passata alla storia come «la più feroce satira politica che sia mai stata scritta». Tanto che Aristofane dovette recitare egli stesso la parte principale, che nessun attore osava interpretare e di cui nessun artigiano volle fabbricare la maschera teatrale.

Sono tempi di decadenza. È, questa, l’Atene post-periclea in vertiginosa caduta, inginocchiata innanzi all’indecenza di una classe politica canaglia, pullulante di demagoghi – oggi diremmo “populisti” – tanto scaltri quanto ingordi, inadeguati, gretti e parvenu.

È un’Atene esausta, dilaniata da anni di guerra fratricida, la Guerra del Peloponneso, che vede contrapposti gli Ateniesi ad altri greci, principalmente Spartani, e i cui beneficiari non sono certo i cittadini ateniesi. Aristofane ne è ben consapevole, e senza peli sulla lingua prende di mira, sopra tutti, il politico democratico Cleone, principale rappresentante della fazione guerrafondaia, rampante imprenditore figlio di un conciatore di pelli, giunto alla ribalta – primo plebeo nella storia politica ateniese – grazie a nessun altro talento se non l’ambizione e la ruffianeria: «ignorante e bigotto, saccente e moralista, avido e gretto, allettava i propri seguaci facendo balenare la prospettiva di vantaggi materiali».

Mappa del XV secolo che mostra la Pflàgonia (in alto).

Sulla scena Cleone è (mica tanto) camuffato da Paflàgone, uno schiavo originario della Turchia, di mestiere non a caso cuoiaio, dal nome parlante che, oltre a richiamare la Paflàgonia natia, si connette al corrispettivo greco di “gorgogliare”, “ribollire”, alludendo all’eloquenza demagogica del Cleone storico. Insomma, questo servo Cleone-Paflàgone è un fastidioso cazzaro logorroico e ruffiano, a servizio di un vecchio signore rincoglionito: Demos, palese personificazione del Popolo Ateniese, ormai totalmente blandito e raggirato dallo scaltro e volgare schiavo.

Per contrastare l’operato ignobile e spudorato del Paflàgone, altri due servi del vecchio Demos chiedono aiuto a un personaggio ancora più spregevole, un «salsicciaio mangiamerde» chiamato ancora una volta con un nome fortemente allusivo: Agoràcrito, cioè “eletto dalla piazza”.

Il confronto serrato tra i due procede incalzando in uno spassoso climax di insulti e turpiloquio, con rimandi continui ai bassi natali di Cleone, e qui Aristofane manifesta apertamente (e liberamente) tutto il suo sdegno verso la nuova classe politica ateniese, e in ultima analisi per la democrazia stessa e le sue caratteristiche ormai sedimentate: «la preminenza e lo strapotere della canaglia, l’immoralità e la miseria culturale della classe politica, il dominio dell’incompetenza, l’irresponsabilità eretta a sistema, l’eccessiva libertà concessa a schiavi e meteci, la lentezza e la corruzione dei tribunali, l’edonistica passione per le feste finanziate col denaro pubblico, la politica di rapina a danno delle città alleate».

Tutta roba che noi conosciamo bene, insomma. A quanto pare la democrazia è sempre, in saecula saeculorum, uguale a se stessa… Nessun si sorprenda dunque della quasi perfetta sovrapponibilità tra l’Atene di Cleone e l’Italietta di oggi. A fare la differenza, semmai, è la parreṡìa, la libertà di parola – la “stampa” non esisteva ancora: Aristofane, di corrente fieramente aristocratica, può permettersi di inveire pubblicamente (da un palcoscenico) contro l’uomo più potente di Atene, citandolo direttamente e riempiendolo di improperi; può alludere chiaramente a personaggi ed eventi – anche spinosi – dell’attualità; può, senza alcuna remora politicamente corretta, mettere alla berlina l’intero popolo ateniese e tutti i suoi vizi. Lo fa, e ne dichiara le motivazioni all’interno dell’opera stessa: «Insultare la gentaglia non è una colpa, ma un servizio che si rende alla gente onesta».

Quella di Aristofane – non solo in quest’opera – è satira vera, è un attacco portato con grande maestria, è letteratura immortale. Oggi ce la sogniamo.

Provando, in uno slancio di autolesionismo, a gettare uno sguardo allo scarno, raggrinzito panorama non dico letterario – per carità! – ma almeno satirico attuale, chi ci troviamo? Quali sono i comici più popolari oggi? Guardateli bene, se avete lo stomaco forte: un baraccone di fenomeni da Propaganda, praticamente un circolo di partito, tutti appartenenti alla stessa lobby politica ed editoriale, tutti dalla stessa parte, loro se la cantano e loro se la suonano.

Una miseria culturale e politica mai vista nella storia dell’Occidente.

Tanto più che sui banchi del nostro (?) parlamento siedono orde di paflàgoni e salsicciai, i più fetenti dei quali osano addirittura auto-proclamarsi “governo dei migliori”. A questi parassiti, nessuno – né politici, né giornalisti, né comici – ardisce opporre nemmeno una debole critica, figuriamoci una satira tanto feroce quanto quella aristofaniana.

Ve lo dico io allora, dal profondo del cuore: altro che governo dei Migliori!

Come usano dire i partenopei con azzeccatissima metafora, siete a sfaccimma ra gent. Siete feccia, scarto, monnezza, ciarpame. Siete la razza peggiore mai apparsa sulla faccia della terra, indegni di respirare la mia stessa aria, figuriamoci di reggere uno Stato degno di chiamarsi tale. Non c’è bestia, esistente o immaginaria, che vi si possa minimamente accostare, tanto siete ributtanti. Andreste ricacciati nelle viscere dell’inferno da cui siete sbucati, banditi in eterno dalla Civiltà.

«Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca o colore dei vestiti, chi non rischia, chi non parla a chi non conosce.» Lentamente muore, Pablo Neruda

Almeno al tempo di Aristofane c’erano i cavalieri, il corpo d’élite che dà il nome all’opera:

«I cavalieri, per il loro stesso reclutamento, erano aristocratici, in confronto agli opliti e alla fanteria leggera, tutti a piedi. Avevano la naturale “alterigia” dell’“uomo a cavallo” che, montato sul suo nobile animale, considera i suoi simili dall’alto al basso. Spesso avevano atteggiamenti laconizzanti e si facevano crescere i capelli lunghi alla moda spartiate».

Nell’opera aristofanea, il coro dei cavalieri «illustra l’alleanza difensiva tra distinzione e spirito contro l’elemento plebeo, in auge nello Stato. Infatti, i cavalieri, fiore dell’aristocrazia ateniese (…) depositaria di una tradizionale ricchezza e di buon senso (…), rappresentano delle forze di equilibrio del pensiero e dell’azione, tanto che a loro confronto Paflàgone e Salsicciaio appaiono né più né meno che un frutto di diseducazione elevata a simbolo della democrazia».

Ed è proprio grazie all’intervento dei Cavalieri che la commedia può avere il suo lieto fine: portatori di un’etica nobile di virtù e di austerità, daranno manforte al salsicciaio Agoracrito, permettendogli di sconfiggere il cazzaro Paflàgone. Il vecchio Demos, miracolosamente ringiovanito, può quindi ritirarsi a vita agreste con la bella fanciulla Tregua, allegoria della speranza – di Aristofane e di tutta la fazione filo-aristocratica – di instaurare la pace con Sparta.

A noi non sembra concesso questo lieto fine, ma nessuno può impedirci di godere di questa perla della letteratura classica, nella sua nuova veste editoriale, di recente uscita per Edizioni di Ar, a cura di Claudio Mutti.

Nell’attuale marasma editoriale, gravemente ammalato di una democratizzazione terminale, i cui sintomi si manifestano in una logorrea scrittoria, nella bulimia degli stampatori e nel vomito dei relativi prodotti di scarto – inconsistenti gli estensori, scadente l’essenza, inesistente la forma – l’auspicio è che il tanto discusso “ritorno ai classici” non sia solo una consolazione per i pochi rimasti vigili tra una pletora di dormienti, né un esercizio intellettuale fine a se stesso.

Piuttosto sia come il consiglio del medico coscienzioso, come la buona pratica terapica contro l’infezione, come il ripristino delle virtù che ci contraddistinguono in quanto uomini: intelletto, coraggio, giustizia.

 

«Bello, o Demos, è il potere
che possiedi, poiché tutti
han paura di te, come
d’un tiranno. Ma assai facile
è menarti per il naso;
godi ad essere adulato
e ingannato e sempre stai
con la bocca spalancata
al cospetto di chi parla;
la tua testa è lì, presente,
ma ce l’hai da un’altra parte.»

 

 

 

Alessandra Iacono

 

 

La prima edizione dell’opera in lingua italiana (Venezia, 1545) W/ p.d.

 

 

Trama

Due servi del vecchio Popolo detestano un terzo servo, Paflàgone, poiché quest’ultimo si è assicurato i favori del padrone con un comportamento ipocrita e falsamente adulatorio, ed è arrivato a spadroneggiare in casa facendo tutto ciò che vuole. Inaspettatamente, un oracolo dà soccorso insperato ai due fedeli servi del vecchio, rivelando che Paflagone sarà estromesso da un salsicciaio. La scelta di utilizzare un salsicciaio è tutt’altro che casuale: costui è un individuo ancora più immorale, cinico ed ignorante di Paflagone stesso, e quindi particolarmente adatto allo scopo.

Il salsicciaio (appoggiato dal coro dei cavalieri) affronta il rivale in una ridda di minacce, insulti, vanterie e aggressioni fisiche. Il duello poi continua nell’ecclesia e infine davanti al padrone, Popolo, in una serie di scontri verbali, ma anche di lettura di responsi oracolari e persino di preparazione di prelibatezze culinarie, in cui i due contendenti si rivelano sempre più beceri ed abietti. Il salsicciaio, con discorsi di bassa demagogia, riesce infine a risultare vincitore.

Popolo, tuttavia, a questo punto afferma di non essere così stupido come sembra, e che il suo obiettivo era quello di attendere il momento giusto per punire i disonesti. Ecco quindi che, con un rito magico, il salsicciaio (ormai diventato un uomo civile e stimato di nome Agoracrito) ridona a Popolo la giovinezza e gli presenta una bella fanciulla, la Tregua, con la quale il vecchio ora ringiovanito convolerà a nozze e vivrà ricco di sani propositi. Paflagone viene invece condannato a svolgere il vecchio lavoro del suo rivale: il salsicciaio.

Una metafora della situazione politica

Già nella parabasi degli Acarnesi, l’anno precedente, Aristofane aveva affermato di voler attaccare Cleone tramite i cavalieri. Questi erano infatti una delle classi sociali più importanti di Atene, ed erano decisamente ostili a Cleone (sostenuto invece dagli strati più bassi della popolazione). Questo spiega perché il coro che sostiene il salsicciaio sia costituito appunto da cavalieri.

L’opera, in effetti, rappresenta un attacco fortemente critico nei confronti di Cleone, l’uomo politico maggiormente in vista di quel periodo. L’intera trama si configura come metafora di quella che, secondo l’autore, era la situazione politica ateniese di quei tempi. Il personaggio di Popolo, infatti, rappresenta il popolo stesso (che è il padrone di casa, essendo Atene un sistema democratico), mentre i due servi simboleggiano Demostene e Nicia, generali e uomini politici del tempo, messi in ombra da un ingombrante antagonista. Paflagone, infine, rappresenta Cleone, il bersaglio principale della commedia. Nel momento in cui i due servi si lamentano del modo in cui Paflagone si è ingraziato Popolo con atteggiamenti ipocriti e adulatori, viene in effetti descritta quella che, nella visione di Aristofane, era la situazione politica di quei tempi. (Wikipedia)

 

Fonte: Ereticamente del 14 gennaio 2022

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