«Se tu fossi di ghiaccio ed io fossi di neve, che freddo amore mio, pensaci bene a far l’amore». 

Francesco De Gregori

Si acquistava il ghiaccio da mettere nella ghiacciaia (chi l’aveva) o nel secchio per tenere in fresco bottiglie o altri alimenti. L’uomo addetto lo portava sulla spalla appoggiato ad un sacco di juta.

Ma da dove venivano queste barre? Dalle fabbriche del ghiaccio. Il ghiaccio, infatti, ha una storia antica, densa di affascinanti racconti, che affollano le cronache di viaggiatori in Oriente, quando, fin dal Medioevo, avveniva il commercio estivo di neve e ghiaccio naturale, in città come Bisanzio, Tiro e Damasco.

Simbolo di benessere e bene voluttuario per eccellenza, durante l’età moderna il suo utilizzo si estende anche in Europa, poi, con l’incremento dell’industrializzazione, dal ghiaccio naturale si ha una rapida diffusione della produzione di ghiaccio artificiale. Così, da prodotto di lusso, si modifica in bene di prima necessità per la conservazione degli alimenti. Parallelamente, durante il colonialismo, diviene una vera e propria “moda” e la sua “fabbricazione” darà vita ad un fiorente mercato del quale i produttori americani saranno dominatori.

Nelle fabbriche del ghiaccio, si lavorava a ciclo continuo e, con acqua potabile dell’acquedotto, si producevano circa 50 quintali di ghiaccio al giorno, più o meno due quintali all’ora, che avevano la forma di stecche tronco-piramidali lunghe circa un metro, da 25 kg l’una.

Caratteristica che rendeva il ghiaccio prodotto in fabbrica diverso da quello odierno era il leggero odore di ammoniaca, residuo delle fasi di lavorazione. Un odore inevitabile, perché per la produzione si utilizzavano stampi dentro un’enorme vasca dove circolava una soluzione salina raffreddata dai compressori che facevano funzionare serpentine, in cui scorreva un gas liquefatto, in genere ammoniaca.

Per questa operazione di raffreddamento si sfruttava l’acqua di due pozzi artesiani adiacenti agli edifici: insieme approvvigionavano l’impianto con 50-60 litri di acqua al minuto.

I clienti venivano a caricarle col barroccino o col furgone ricoprendole poi con la paglia o con un sacco di juta inumidita per proteggerle dal sole, oppure venivano portate a domicilio dietro abbonamento stagionale direttamente dalla fabbrica. I clienti locali erano, in gran maggioranza negozianti, albergatori, baristi e anche venditori di cocomeri a fette. Le mettevano stese in esposizione a raffreddare sulle barre di ghiaccio, ed era anche un “bel vedere”. I ragazzi di bottega venivano a prendere le lastre di ghiaccio in bicicletta, mezze alla volta, caricandole sui portabagagli coperte da una balla. Tutti, invece, per una breve conservazione degli alimenti, disponevano di un mobile pensile con lo sportello a rete: la moscaiola; il burro lo si manteneva immerso in una tazza d’acqua, il latte sul davanzale della finestra, dalla sera cioè da quando passa il lattaio per la consegna a domicilio (un quartino o mezzo litro), alla mattina seguente.

Rare sono le cucine economiche, anche quelle a legna, al loro posto usavano ancora i focarili in laterizio e gli acquai sono di marmo o in graniglia, un conglomerato di cemento e marmo, sui quali non di rado le mamme lavano anche i figlioletti, con la consolazione di una pentola d’acqua calda. Per i più grandicelli e gli adulti si usa ancora spesso la conca dove fino a poco tempo prima si lavavano i panni dopo averli tenuti “in ammollo’ sotto un telo attraverso il quale filtra l’acqua e ricoperto di cenere residua della stufa dal potere imbiancante: era il bucato.

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