Il sindaco è il mestiere più ingrato che ci sia…

CHE BRUTTO MESTIERE FARE IL SINDACO

Don Camillo & Peppone

Ti candidi sindaco, ma perché ti vuoi mettere nei guai? Il sindaco è il mestiere più ingrato che ci sia. Sei sulla graticola per tutto il mandato e anche oltre, sei il politico più esposto al giudizio, al pregiudizio e alla rabbia della gente, sempre in prima linea; sei nel mirino dei magistrati e degli inquirenti, sei il capro espiatorio di tutti i problemi e i fatti che succedono nel tuo comune di competenza, sei sospettato di ogni furto, abuso e abominio accaduto nel tuo territorio, sei colpevole di ogni marciapiede, ogni buca e ogni cassonetto, perfino dei cinghiali in centro o di uno stupro in periferia. E prendi un compenso decisamente inadeguato per le responsabilità che ti carichi sulle spalle. E poi, la carica di sindaco non è più il trampolino di lancio per la carriera politica.

Eppure ci sono ancora tanti volontari che sgomitano e si fanno la guerra senza quartiere per disputarsi la poltrona in palio che somiglia piuttosto a una ghigliottina. Lo vedete anche per la tornata del prossimo 3 ottobre, quando Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna e altri comuni eleggeranno il primo cittadino.

In principio fu la legge per l’elezione diretta del sindaco. Forse l’unica riforma elettorale e politica che ha davvero funzionato tra tante riforme e riformette, leggi e contro leggi elettorali. Sull’onda di quella riforma nacque la stagione dei Sindaci, la loro grande popolarità, la loro ascesa. Si cimentarono personalità politiche come Rutelli e Veltroni, Bassolino o Fassino, Orlando o Bianco, la Moratti ed Alemanno; la carica di sindaco lanciò sul campo nazionale figure come Renzi o Chiamparino. Avemmo il primo sindaco-filosofo eletto dal popolo, il doge di Venezia Massimo Cacciari. E Mastella, De Mita, Cofferati… Venne pure la stagione dei sindaci sceriffi, da De Luca a Emiliano, poi elevati al rango di governatori nei rispettivi emirati.

Ora, invece, non un leader si cimenta per la candidatura a sindaco, ma figure minori o d’apparato, outsider o gregari. Nessun sindaco oggi è ricordato con gloria; anzi il meglio che possa capitare è che venga dimenticato in fretta, e senza strascichi giudiziari. Nessuno è diventato o si accinge a diventare leader nazionale, pronto a giocare a livello centrale e nazionale la fama di sindaco. Una fatica immensa, una gogna mediatica pazzesca e poi come compenso guadagnano meno di un parlamentare qualunque, un peone. Anzi, c’è una legge non detta nel nostro sistema politico in base alla quale più sei irrilevante, inutile e lavori poco e più guadagni: pensate per esempio ai parlamentari europei. E più ti impegni e offri il petto alle frecce come san Sebastiano, e meno guadagni. Come il sindaco, o l’assessore.

Non vi dico poi le aggressioni al sindaco, soprattutto nei comuni più piccoli, in particolare al sud. Mazziare il sindaco è uno sport diffuso. Pugni, calci, sputi e proiettili sono diventati l’ingrato companatico per l’attività di primo cittadino. Si, è l’effetto collaterale dell’elezione diretta dei sindaci; l’esposizione uninominale e mediatica assai forte, la personalizzazione della politica, il risvolto plebiscitario del voto diretto hanno la sgradevole controindicazione di concentrare sui sindaci aspettative generali e personali, civiche e private, un tempo riposte sui partiti o ammortizzate in più vasti iter decisionali, politici e amministrativi. Il decisionismo espone di più alle intemperanze della platea, semplifica il bersaglio. Da quando c’è la personalizzazione del potere, con lo sciame mediatico e le tv locali, gli odii e amori vengono concentrati e catalizzati in modo univoco e a volte incivile su di lui.

Il tasso di violenza dentro e intorno alla politica è sempre stato molto alto; ma in passato si esprimeva in chiave ideologica e collettiva, ora invece si esprime ad personam in chiave criminale. Chi può dimenticare le furibonde lotte sindacali e politiche del passato, le roventi lotte contadine, gli scontri tra estremisti, i picchetti, gli assalti, i copertoni bruciati, gli agguati e gli scontri di piazza? A volte nei confronti delle autorità erano aggressioni simboliche come gli sputi all’auto blu o le monetine. Il primo esempio di sindaco malmenato nella repubblica italiana fu letterario. Vittima fu il sanguigno Peppone, sindaco-compagno; l’aggressore però aveva mani sante e intenzioni pie, trattandosi di don Camillo. Ma il mondo piccolo del dopoguerra, che si agitava tra il brusco e il lambrusco sullo sfondo padano della guerra civile appena conclusa, è finito da un pezzo.

Negli anni di piombo l’uomo di potere che veniva colpito era un simbolo più che una persona, ora accade il contrario: il sindaco viene colpito a prescindere dal suo ruolo simbolico e autorevole, ma in quanto persona che detiene il potere e non mantiene impegni veri o presunti. A sud, poi, il rapporto personale è più forte, il temperamento è più caliente, la cafoneria più diffusa e in alcune aree domina la criminalità organizzata di stampo mafioso; un sindaco difficilmente può ignorarle, diventa facilmente complice per non diventare vittima. A volte lo è già in partenza, col voto di scambio. Poi c’è l’effetto mediatico della società sguaiata che passa da alcune trasmissioni sboccate e aggressive, irriverenti verso il potere: c’è chi crede che dare uno schiaffo a un sindaco sia come consegnargli un tapiro a Striscia la notizia. O esercitare il ruolo di popolo sovrano. La fascia tricolore non è uno scudo immunitario ma indica più vistosamente l’obbiettivo da colpire.

Insomma farsi eleggere sindaco non è un premio ma una condanna. Pensateci, candidati al martirio comunale.

 

 

Fonte: MV, Panorama (n.35)

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