Diplomazie fallite e illusioni strategiche: quando la pace diventa un linguaggio senza interlocutori.

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«Che guerra sia»
La missione di Vance a Islamabad non apre negoziati, ma conferma la distanza crescente tra realtà geopolitica e narrazione occidentale.
Il Simplicissimus
Il viaggio diplomatico presentato come tentativo di distensione si rivela, nei fatti, un passaggio interlocutorio privo di effetti concreti. La rigidità delle posizioni iraniane mostra che Teheran non appare isolata né indebolita quanto certa retorica occidentale continua a sostenere. Sullo sfondo resta la persistente centralità della questione nucleare, evocata da decenni come strumento di pressione più che come dossier realmente risolutivo. L’impressione complessiva è quella di una strategia americana incapace di riconoscere i mutamenti dell’equilibrio internazionale e sempre più condizionata da alleanze, percezioni e automatismi ideologici. In questo scenario, il rischio non è soltanto l’ennesimo fallimento diplomatico: è la progressiva normalizzazione dell’idea stessa di conflitto come esito inevitabile. (N.R.)
Come c’era da aspettarsi, Vance ha fallito nella sua missione, diciamo così di pace, tanto per definirla in qualche modo. Anzi no, si è dimostrato l’ennesimo personaggio marionetta che è andato a Islamabad tanto per prendere tempo e dimostrare ancora una volta che con Washington non si riesce a trattare perché l’amministrazione americana, qualunque essa sia, non riesce a rinunciare né agli istinti imperialisti, né a considerare il mondo com’è e non come lo immagina o forse come lo immagina Israele che ormai sta determinando l’immaginario collettivo dell’America peggiore. Vance si è fatto imporre la solita balla dell’atomica iraniana che circola da trent’anni e pace all’anima sua, anche se dubito che certa gentaglia ne abbia una. Eppure, il fatto che Teheran non abbia ceduto di un millimetro sulle sue richieste, dovrebbe far comprendere che l’Iran ha ancora molti assi nella manica, che non è affatto distrutto come vorrebbe la leggenda che il Mossad sussurra alle orecchie di Trump, orecchie del resto molto sensibili visto che pur non essendo collegate a un cervello funzionante, gli ricordano quella misteriosa pallottola di avvertimento che Tel Aviv gli ha mandato sotto forma di fallito attentato.
Il comunicato della delegazione iraniana che potremmo definire eroica, visto che non si sa che fine potrà fare in mano a un nemico senza onore, non lascia spazio a dubbi sull’inconsistenza della cosiddetta trattativa: “Il nemico americano, che è vile, malvagio e disonesto, ha tentato di ottenere al tavolo delle trattative ciò che non è riuscito a ottenere con la guerra. Tra queste richieste figurano la consegna dell’uranio arricchito e l’apertura dello Stretto di Hormuz, pur in assenza di una conferma della sovranità iraniana su di esso. L’Iran ha deciso di respingere queste condizioni e di continuare la sacra difesa della sua patria con ogni mezzo necessario, militare o diplomatico.” In realtà Trump e l’America non sono nella posizione di pretendere nulla: la Casa Bianca è tormentata da una crisi politica interna, causata dal crollo dei sondaggi, dal malcontento tra i suoi stessi elettori e dalle ripercussioni dello scandalo Epstein, tanto da spingere la moglie del presidente a rassicurare gli elettori sul fatto che non conoscesse Epstein,(1) una balla grande come una casa, ma che importa, tanto il marito ne dice cinque o sei al giorno. A ciò si aggiunge il crescente contraccolpo economico planetario derivante dalla sua sconsiderata politica bellicista. Sul piano militare, gli Stati Uniti hanno consumato un enorme arsenale di armi, con una spesa calcolata per difetto di 30 miliardi di dollari, rimanendo senza munizioni per intraprendere un’ulteriore guerra contro l’Iran. E tutto questo senza alcun vantaggio strategico. L’immagine globale degli Stati Uniti non è mai stata così compromessa da ogni punto di vista.
Teheran ha le carte in mano e Trump rassomiglia sempre di più a un baro che si è fatto cascare gli assi nascosti. Senza più un consistente riserva di missili da difesa, senza la maggior parte dei radar di allerta precoce, senza più un consistente numero di armi di offesa che costringono i caccia a sorvolare il territorio iraniano ed esposti perciò al tiro contraereo, sia le basi americane in Medio Oriente o quel che ne rimane, sia le installazioni petrolifere e gasiere degli Stati del Golfo che hanno tenuto bordone a questo ennesimo tentativo imperialista, sono adesso sotto tiro. E dico questo non tanto per sottolineare i limiti della macchina militare americana non più sorretta da un sistema produttivo adeguato, quanto per avvertire che un presidente plagiato dal sionismo, incapace di uscire dalla gabbia in cui esso lo ha rinchiuso, ha una sola strada per non fare la figura del perdente, dello stupido Golem evocato da Netanyahu, quello di usare l’arma atomica. E se qualcuno poteva sperare che Vance riuscisse a guidarlo come un orbo fa con un cieco, adesso è fin troppo chiaro che non è il personaggio in grado di farlo.

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