La sudditanza felice dell’Europa che protesta solo quando è troppo tardi.

«Chi è causa del suo mal»

Trump e Musk come specchi scomodi: l’Europa scopre oggi i danni a cui ha applaudito per decenni.

di Marco Travaglio

L’articolo affronta con sarcasmo e schiettezza il grande paradosso della politica europea: indignarsi per le provocazioni americane dopo averne assecondato per anni scelte, interessi e linee strategiche. Travaglio smonta la retorica del vittimismo europeo — bandierine, lamentele, anatemi social — e richiama le classi dirigenti a una verità più amara: i problemi non arrivano dagli Stati Uniti, ma dalla nostra obbedienza sistematica. Se davvero vogliamo rispondere alla sfida americana, dice l’autore, occorre smettere di fare gli offesi e iniziare a fare gli adulti. Trump, in fondo, non ci rimprovera per disobbedienza, ma per eccesso di fedeltà. E forse è proprio da lì che bisognerebbe cominciare a capire «chi è causa del suo mal». (Nota Redazionale)


O tempora, o mores! Signora mia, ma ha sentito cosa dice di noi bravi europei quel cattivone di Trump?

E quel Musk, mamma mia che impressione! Dove andremo a finire! E giù insulti, improperi, anatemi, macumbe, bandierine europee sui social e nuove marcette col Manifesto di Ventotene usato come ventaglio.
Ecco: se le classi dirigenti e intellettuali europee pensano di affrontare la sfida lanciata dagli Usa non sabato, ma 30 anni fa, con la strategia della lagna, consolandosi con le scomuniche all’amico che finalmente si scopre nemico per evitare l’autocritica, hanno già perso.

Se invece vogliono ottenere qualche risultato, cioè fare eccezionalmente gli interessi dei cittadini europei, dovrebbero partire dalla brutale realtà: i danni che gli Usa potranno farci in futuro non sono niente al confronto di quelli che ci hanno già fatto col nostro consenso.

Il paradosso è che il presidente Usa ci cazzia per aver sempre obbedito agli Usa.

Bisognerebbe prenderlo in parola e piantarla, anziché seguitare a farlo con lui.

Gli diciamo no quando dovremmo dirgli sì perché ci conviene: sul piano di pace per l’Ucraina, continuando a finanziare e ad armare un regime terrorista che ci ha fatto saltare i gasdotti Nord Stream con la complicità di Usa e Polonia e fa di tutto per trascinarci nella terza guerra mondiale.

E gli diciamo sì quando dovremmo dirgli no perché non ci conviene: abbiamo sostituto il gas russo col Gnl americano che costa il quintuplo; abbiamo subìto i dazi Usa al 15% anziché rivolgerci a mercati in espansione che non vedono l’ora di fare affari con noi, tipo Cina, India e gli altri Brics; promettiamo il 5% del Pil alla Nato e compriamo armi Usa per regalarle a Kiev e aiutarla a perdere altri uomini e territori, distruggendo la nostra economia; e – contro lo stesso volere degli Usa – mettiamo a repentaglio l’euro con piani illegali di rapina degli asset russi, che dovremo poi restituire e pagare pure i danni.
Nel nuovo (si fa per dire) mondo dominato dalla legge del più forte, la regola di ogni negoziato dovrebbe essere quella di Pertini: “A brigante, brigante e mezzo”.

Trump ci bullizza?

Noi dovremmo essere altrettanto bulli: riprendere a comprare gas russo, aprirci ai mercati Brics, disdettare l’accordo sul 5% di Pil alla Nato, lavorare a un vero esercito europeo (che costerebbe meno delle già eccessive spese militari attuali: altro che riarmo) e chiudere tutte le basi Usa in Italia e nel resto d’Europa.

Il vecchio Carlo Donat-Cattin, diccì anomalo, diceva: “Prima di trattare con Agnelli bisogna dargli un calcio nei coglioni”.

I nostri sgovernanti, prima di trattare con Trump, i coglioni se li martellano da soli e poi, giunti a debita distanza, corrono a dare la colpa a lui.

Marco Travaglio

 

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano

 

 

 

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