Cosa succede quando per la prima volta ci si accorge di aver la possibilità di andare “oltre”, di varcare i limiti delle proprie ossessioni, del proprio “chiodo fisso”? È quello che scoprirà il geometra Alessandro Nelson.

 

CHIODO FISSO

 

 

racconto

di

Riccardo Alberto Quattrini

 

 

Solo i battiti uniti del sesso e del cuore insieme possono creare l’estasi.”

Anaïs Nin”

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   Era una di quelle giornate dove il colore del cielo si confonde con lo sfondo delle case grigie di periferia e ne crea il confine. Aveva piovuto ininterrottamente fin dalla notte prima: le strade erano simili ad acquitrini e le macchine, transitando, sollevavano grandi spruzzi d’acqua mentre le persone tentavano di ripararsi dietro gli ombrelli che abbassavano a mo’ di scudi medievali.

   Il geometra Alessandro Nelson, era intento a pettinarsi i baffi folti con un pettine a denti sottilissimi. Si guardò i pochi capelli che, con un gioco sapiente di riporti e un gran uso di brillantina, gli permettevano ancora di coprirsi parte del cranio pelato. Aveva l’abitudine, ogni volta che si recava in bagno, di scostare appena le veneziane e di sbirciare meccanicamente dalla finestra. Aveva a disposizione un’ampia visuale che andava dalla strada sottostante agli edifici di fronte. Lo stava facendo anche quel giorno quando ebbe un sussulto.

   Uno di quei palazzi era adibito quasi esclusivamente ad uso uffici: facevano eccezione alcuni appartamenti situati agli ultimi piani dello stabile. Esattamente all’altezza del suo sguardo c’era un’ampia finestra divisa orizzontalmente a metà, nella cui parte superiore spiccava la scritta della compagnia di viaggi: “GLOBO MONDIAL TRAVEL S.r.l.”. Nella metà inferiore si erano materializzate un paio di gambe sedute dietro ad una scrivania. Il fatto di non poter vedere il corpo che le indossava accese maggiormente la sua vorace curiosità. Il geometra Alessandro Nelson, con i suoi precedenti, avrebbe potuto disquisire per ore e ore di gambe. Anche lui, come Paolo sulla via di Damasco, da giovane ebbe una folgorazione; una rivelazione che da allora lo aveva quasi ossessionato. Accadde durante la sua giovinezza, quando un gruppo di ragazzi che frequentava decisero, per scherzo, di rinchiuderlo in una ex carbonaia la cui unica luce proveniva da una bocca di lupo posta un paio di metri sopra la sua testa. Non sapendo come trascorrere il tempo – era con vinto che, alla fine, lo avrebbero liberato – cominciò a osservare i passanti che transitavano lungo il marciapiede. Alcuni di loro si fermavano davanti alla vetrina del negozio che sapeva esserci sopra la sua testa. Per tutto quel tempo tenne la testa rivolta in alto. Si accorse così che poteva tranquillamente sbirciare sotto le gonne che si attardavano a guardare la merce sapientemente esposta. Incuriosito come lo può essere un ragazzo di quell’età che si accorga di poter spiare qualcosa di proibito, tranquillo e serafico come un curato di campagna si abbandonò alle sue osservazioni: gambe snelle, gambe grosse, gambe giovani, gambe vecchie, gambe aggraziate, gambe sgraziate: gambe, gambe, gambe! Le aveva sognate per molte notti di seguito: gli giungevano in sogno come incubi, come una sorta di ossessione, tanto che la mattina si risvegliava con il cuscino madido di sudore. Alfine si convinse che doveva ritornare nuovamente là, in quello scantinato, dove tutto aveva avuto inizio. Così rieccolo nuovamente nella vecchia carbonaia a osservare, anzi, a contemplare quell’universo che giorno dopo giorno gli appariva sempre più interessante, giungendo al punto di munirsi di una torcia elettrica per meglio esplorare sotto quelle gonne. Trovava quell’attività sempre più avvincente ed eccitante. Quegli arti avevano preso il sopravvento sul razionale ma ormai non lo ossessionavano più: poteva dunque gestire le sue pulsioni sessuali come meglio credeva. Gli sembrava che quei corpi, di cui non distingueva né le forme né i volti ma solamente le gambe, si potessero paragonare a delle famiglie con tante madri e in cui la figura paterna era totalmente assente, così che riusciva a non esserne geloso tanto da desiderarne la morte; era la trasformazione del ragazzo in un re edipico.

   Da adulto divenne un vero cultore della materia, facendo suo il detto “Le gambe sanno parlare della donna che le indossa”. Eh sì, il geometra Nelson di gambe se ne intendeva: era meticoloso nell’analizzarle, catalogarle, quasi come un entomologo classifica per classi i suoi insetti. Anche ora che aveva scorto quelle gambe della sua dirimpettaia, mentre le osservava da dietro la veneziana appena scostata munito di un taccuino e di un buon binocolo, cercò di catalogarle in modo da farsi un’idea sul tipo di donna che le “indossava”. Quelle gambe, ignare di essere in quel preciso momento al centro di un’attenzione tanto licenziosa, si accavallavano tranquillamente da sotto la scrivania e ondeggiavano lievemente, si muovevano, si scavallavano, dondolavano, schiudevano spirargli sui muscoli inguinali, su un mondo il cui centro era per il geometra fonte estrema di vita. Questi osservò la scarpa nera con il tacco alto: “provocante e fallica”, scrisse nel taccuino con scrittura leggera e minuta; esaminò la caviglia sottile, il polpaccio ampio e nervoso, la coscia lunga e solida: una “tenerona ambiziosa”, annotò nuovamente sul taccuino. Riguardò nuovamente, ben sapendo che sarebbe stata l’ultima volta per quella giornata: non poteva certo assentarsi più a lungo dal suo ufficio. Voleva deliziarsi ancora una volta di quelle splendide gambe avvolte nel collant fumé quando il suo sguardo acuto notò un particolare che dapprincipio gli era sfuggito. Trasalì allontanando il binocolo dagli occhi arrossati. Già, quel piccolo particolare, quella minuscola farfalla colorata tatuata proprio sulla caviglia sinistra, notata nel momento in cui le gambe della donna si erano accavallate e messe di tre quarti… Era bastato quell’attimo, quel lieve e inconsapevole movimento, perché egli capisse che, per la prima volta, aveva la concreta possibilità di risalire alla depositaria di quelle gambe vertiginose. Negli anni, grazie al suo lavoro come geometra all’Ufficio Tecnico del Comune, era riuscito spesso – e con una certa facilità – a restare coinvolto in situazioni che gli permettevano di sistemarsi in cantine e scantinati da cui poter guardare quel suo mondo dalla prospettiva che preferiva: da sotto in su. Sapeva oramai di essere divenuto schiavo della sua ossessione, ma mai aveva guardato, o voluto guardare, le sue ignare vittime oltre l’inguine. Si accorse in quel momento di poter andare oltre, più su dei genitali: avrebbe potuto guardare la figura intera. Questo lo spaventò. Iniziò a domandarsi: “Come sarà? Che corpo avrà? E quale volto?” Un rivolo di sudore gli discese lungo la schiena. Ma una nuova curiosità si era orami fatta strada nella sua mente. Doveva escogitare un modo per giungere a quell’oggetto del desiderio.

   Quella di mettersi nell’atrio del palazzo e sperare di individuare quelle gambe mentre transitavano grazie a quel piccolo tatuaggio era stata l’unica buona idea che il geometra Nelson fosse riuscito a elaborare per raggiungere il suo scopo. Fu così che il giorno seguente, alle cinque meno un quarto, sotto una pioggia torrenziale iniziata fin dalle prime ore della mattina e che scendeva sbieca da un cielo plumbeo, arrivò accanto al grande portone d’ingresso, ai lati del quale alcune ditte avevano esposto delle targhe d’ottone lucido. Tenendo l’ombrello chiuso al di fuori dell’androne come una picca, Nelson alzò lo sguardo e cominciò a leggerle, incurante dell’acqua che, rimbalzando sul muro, gli bagnava il viso scoperto. ‘Notaio Filippo Armeggiani – 3° piano. Studio legale dottori Trezio & Marganò – 1° piano. Furio Colombo commercialista – 5° piano. Dottor Dimitri Klemos malattie cardiovascolari e ipertensive – 2° piano. GLOBO MONDIAL TRAVEL S.r.l. – 4° piano’.

  

   Erano lì, in uno di quegli uffici al quarto piano: le gambe più belle e desiderabili che avesse avuto memoria di aver visto e alle quali si dedicò anima e corpo. Osservò l’interno del portone, dove alcuni gradini ricoperti da una spessa passatoia rossa trattenuta da aste di ottone lucido immettevano in un ampio atrio attraverso il quale gli impiegati sarebbero di lì a poco transitati. Guardò l’orologio nascosto sotto la manica dell’impermeabile: segnava cinque minuti alle cinque; di lì a poco avrebbero dovuto iniziare a uscire. Tirò fuori da una tasca un fazzoletto e vi ci passò le mani che sentiva sudate, poi lo rimise via e le affondò nelle tasche. Con l’aria di chi attende qualcuno si strinse nelle spalle e si accostò a un lato del portone osservando il cielo grigio e piovigginoso. Alle cinque in punto iniziarono a uscire alla spicciolata alcune persone; quando giungevano sulla soglia, prima di mettere fuori il primo passo, guardavano il cielo sodo e gonfio, si stringevano negli impermeabili e, dopo aver aperto gli ombrelli, venivano risucchiate dal fiume della folla che, alla chiusura dei molti uffici lì attorno, transitava lungo il marciapiede. Alle cinque e un quarto l’atrio era stracolmo di impiegati che, vociferando e ondeggiando come pinguini sul pack, si muoveva verso l’uscita. Il geometra si era prudentemente sistemato in cima ai gradini, una postazione strategica da cui poteva seguire meglio la gente che si avviava verso il portone. Il suo sguardo si muoveva veloce di gamba in gamba, scartando immediatamente quelle che non indossavano scarpe alte o collant, alla ricerca di quel piccolo e benedetto tatuaggio. Puntò su una brunetta dal viso sottile e dagli occhi grandi che, passatagli accanto, scese lentamente le scale. Le guardò le scarpe: nulla, erano basse. E quella? Mora, capello medio lungo portato sciolto sulle spalle, cappotto scuro: macché, indossava stivali alti e neri. Eccone un’altra, non molto alta, castana… no, niente, anche lei indossava scarpe basse. Dopo una decina di minuti l’atrio si era quasi completamente svuotato e Nelson cominciò a pensare che non sarebbe stato così facile portare a termine la sua ricerca. All’improvviso sentì un sopraggiungere di tacchi, attutiti dalla morbida passatoia. Si voltò e vide una donna dal portamento elegante che si dirigeva verso di lui. Incedeva con la camminata tipica che hanno le modelle quando sfilano lungo le passerelle: passo lungo e ancheggiamento pronunciato che faceva scendere lo sguardo. Le gambe erano belle ma non erano impreziosite da quel piccolo tatuaggio. Si convinse definitivamente che quel sistema non lo avrebbe portato da nessuna parte. Doveva escogitarne un altro.

  

   Con questo pensiero s’incamminò lungo la via. Aveva finalmente smesso di piovere e l’incedere si era più spedito: non occorreva più alzare o abbassare l’ombrello ogni volta che s’incrociavano altre persone. Giunse davanti a un bar e guardò all’interno: c’erano diversi tavolini vuoti. Entrò.

   «Cosa le porto?», gli domandò un cameriere sistemando il posacenere al centro del tavolino.

   «Mi porti un tè», disse dopo aver osservato il suo orologio che segnava le diciassette e quarantacinque.

   «Latte o limone?»

   «Limone. Grazie.»

   Il cameriere scivolò via veloce.

   «Ah! Senta!», fece il geometra alzando un braccio.

   «Sì?», chiese il cameriere ritornando sui suoi passi.

   «Ci ho ripensato. Un bianco secco.»

   «Un Cartizze va bene?»

   Il geometra annuì.

   Il locale era ampio e, oltre a quello dove era seduto lui, c’erano almeno altri quindici tavolini, molti dei quali occupati da persone che conversavano e sorseggiavano liquidi colorati da lunghi bicchieri, pinzando ogni tanto qualche patatina o infilzando un’oliva. Lungo il banco, imbullonati al pavimento, si trovavano degli sgabelli girevoli alti e colorati con una piccola ma comoda spalliera. Seduti su questi ultimi c’erano solamente due persone: un uomo dall’aspetto giovanile, molto elegante, che conversava tranquillamente con una donna e che, fumando, gettava ampie e spesse boccate di fumo verso l’alto soffitto a volta decorato da misteriose figure stinte. Dalla posizione in cui era seduto non gli era possibile vedere il volto della donna, ma solamente la sua silhouette e questa prometteva davvero bene.

   Il cameriere arrivò con il Cartizze che aveva ordinato e lo posò proprio davanti a lui, mentre alla sua destra sistemò due contenitori di vetro con olive e patatine fritte. Bevve e sgranocchiò le patatine mentre pensava al modo di raggiungere quelle gambe tanto agognate; le olive non le toccò, non gli piacevano. Quelle poi era snocciolate: senza dubbio le peggiori… Secondo lui sapevano solo d’acqua salata. Fu nel compiere il gesto di portarsi il bicchiere alle labbra che lo sguardo gli cadde e si fissò sulla donna appollaiata sullo sgabello. Osservando meglio le gambe di quella figura che gli voltava le spalle si accorse che c’era qualcosa di strano… come una piccola macchia proprio sulla caviglia sinistra. Sentì il suo cuore come gonfiarsi e il sangue pulsargli alle tempie. Era tanta l’emozione che per il momento concentrò lo sguardo altrove. Voleva, se era lei, gustarsi maggiormente quell’incontro tanto ravvicinato. Sollevò il menù davanti al viso lasciando scoperti solamente gli occhi, così che poteva guardarla senza essere visto. Prese il calice e se lo portò alle labbra, ma era tanto eccitato che la mano gli tremò e riuscì a bere solamente un sorso. Si mise in bocca una manciata di patatine, ma quasi non le masticò: si limitò a succhiarle. Temeva che quella donna potesse sentirne il rumore e voltarsi, rovinando tutta l’attesa. La donna, con le gambe allungate diagonalmente da un lato e le ginocchia tenute premute all’altezza del bacino per precludere scorci sottostanti, teneva i tacchi alti incastrati nell’anello più basso dello sgabello e, talora, si dondolava; conversava con fare confidenziale con l’uomo che, standole di fronte, ogni tanto faceva girare lo sguardo per il locale incrociando quello del geometra che, nascosto dietro il menù, abbassava immediatamente il suo. Occasionalmente, con la mano cercava di tirarsi giù la gonna rossa, palesemente troppo corta per scendere oltre le cosce sode. Nelson sentì un brivido corrergli lungo la schiena. Accartocciò il menù formando così un piccolo cilindro e vi guardò attraverso. Quel corpo armonioso e provocante, con il viso misteriosamente in ombra e le splendide gambe in primo piano, racchiudevano l’arcano fascino femminile suggerendogli i versi di Jacques Le Lieur:

    “Coscia che induce a fare e disfare

    Coscia di colei il cui ricordo

    Spesso mi fa risorgere la voglia

    Dispiaceri a mille e mille son piaceri

    Per cento estasi cento delusioni.”

   Posò sul tavolo il menù che si scartocciò lentamente come una spugna dopo che è stata strizzata. Si diresse verso il bancone e, giunto che fu alle spalle della donna, tanto vicino che gli sarebbe bastato compiere ancora un passo per vederne finalmente il volto, si fermò. Poté sentirne il profumo, così fragrante, e la voce chiara e aggraziata. Le guardò la piccola nuca, i capelli scuri e corti, il collo sottile, lungo ed elegante come un dipinto di Modigliani. Fece scendere lo sguardo lungo le gambe e osservò quella misteriosa macchia scura. Disegnata sulla caviglia c’era una piccola farfalla colorata. Era dunque proprio lei la splendida dirimpettaia che tanto l’aveva fatto sognare. In quello stesso istante capì però che mai avrebbe oltrepassato quello sgabello per cercare di vedere il suo volto. Preferiva immaginarlo, sognarlo; aveva il timore che, se l’avesse visto, ne sarebbe rimasto deluso. Il suo immaginario, in tutti quegli anni, si era creato una serie di volti che via via aveva fatto indossare alle sue ignare prede. A ogni paio di gambe aveva attribuito un volto, un viso che la sua mente fertile aveva elaborato; ne aveva attribuito uno anche a quella donna, un volto preciso e appropriato per quelle gambe, e non voleva assolutamente contrariare quella sua fantasia.

   “”, si disse, “è meglio che non lo conosca mai.”

   Di nuovo sereno il geometra Alessandro Nelson uscì dal locale.

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3 Commenti

  1. Daniele Aiolfi

    17 Settembre 2019 a 11:45

    Piacevole trasgressione, garbato racconto, congratulazioni all’autore. Ecco, adesso rompo le balle… il Cartizze è un Prosecco a produzione limitatissima, delizioso, ma con un tono zuccherino tra i 12 e 15 gr. litro, contro i 6 di un Prosecco brut (e quindi secco) Si degusta accompagnato a pasticceria secca, tipo i zaeti veneziani o un conterraneo tiramisù trevigiano. Perdonami, ma venendo dalla capitale del Prosecco, Conegliano, ed essendo un editore amante dei vini, è andata così. Il resto è tutto a posto, gambe comprese.
    Daniele Aiolfi

    rispondere

  2. Elisabetta Bordieri

    19 Agosto 2019 a 23:19

    Sì, è così, “meglio che non la conosca mai”. Un bel posto, la fantasia, dove vivere.

    rispondere

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