Il petrolio si restringe ancora davvero

«Chiuso il Mar Rosso, altro petrolio in meno»

La chiusura del Mar Rosso riduce le esportazioni saudite e aumenta tensioni energetiche globali crescenti.

Il Simplicissimus

La chiusura del Mar Rosso al traffico di parte delle petroliere saudite apre un nuovo fronte nella crisi energetica internazionale. La riduzione dei flussi di greggio verso i mercati mondiali mette sotto pressione le rotte alternative e riporta al centro della scena il valore strategico dei principali passaggi marittimi. Ancora una volta, un conflitto regionale dimostra come gli equilibri geopolitici possano incidere rapidamente sull’approvvigionamento energetico globale, con ripercussioni destinate a estendersi ben oltre il Medio Oriente. (N.R.)


Gli Houthi dello Yemen, il Paese più povero del mondo, secondo e statistiche della Banca mondiale, sono da tempo immemorabile in guerra con l’Arabia Saudita che è invece uno dei Paesi più ricchi, eppure hanno sempre vinto. Questo sarebbe impossibile secondo le vulgate ideologiche del neoliberismo, tanto che gli illusi occidentali hanno pensato di avere facilmente ragione della Russia perché aveva un Pil simile a quello olandese, una cazzata che sentiamo dire ancora oggi, visto che l’idiozia è una delle condizioni più durature e disperanti dell’essere umano. Ad ogni modo adesso gli Houthi hanno chiuso il Mar Rosso alle petroliere cariche di oro nero saudita facendo mancare quei circa due milioni di barili al giorno che, tramite un oleodotto, bypassavano Hormuz: il flusso di petrolio saudita verso i mercati mondiali si ridurrà quindi da circa 5 milioni di barili al giorno a 1-2 milioni di barili al giorno. La carenza comincia a diventare drammatica, anche perché il Canale di Suez, altra via alternativa, non è in grado di far passare le grandi navi petroliere o gassiere.

Blocco del Mar Rosso

Questo fatto interviene mentre la guerra contro l’Iran si fa sempre più difficile per gli Usa che sono ormai a corto di munizioni nonostante la loro elefantiasi militare, cosa attestata anche da numerose dichiarazioni in tal senso di alti funzionai dell’amministrazione di Washington, sia pure rilasciate in forma anonima, ed esistono anche valutazioni da parte di analisti militari che stanno facendo i conti in tasca al Pentagono. Già questo rende molto improbabili le voci che accennano a un’operazione di terra, a una sorta di invasione dell’Iran per la quale occorrerebbe raschiare il fondo del barile degli arsenali, anche ammesso che fosse davvero possibile uno sbarco senza enormi perdite: questi sussurri fanno parte di una narrazione mediatica variabile di ora in ora e testimoniano più della confusione trumpiana che di reali strategie. Tra l’altro un attacco di terra implicherebbe l’uso di centinaia di migliaia di uomini, esposti a perdite terribili e questo in un momento di emergenza finanziaria per gli Stati Uniti.

A ciò si aggiunge un nuovo fattore: gli attacchi aerei americani hanno trovato una forte risposta iraniana che ha distrutto parecchie basi a stelle e strisce e costretto le forze armate Usa a concentrare il proprio arsenale bellico in una zona che si fa facendo sempre più piccola: dalle basi in Kuwait, Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti tutto ormai si appoggia sul territorio giordano e israeliano le cui dimensioni sono interiori a quelle della pianura padana. Questo fornisce a Teheran un ulteriore vantaggio perché i suoi colpi saranno sempre più efficaci visto che non devono disperdersi su una vasta area, ma su basi affollate e difese da missili antiaerei sempre più scarsi e per giunta non molto efficaci. L’Arabia Saudita – tanto per dare un esempio concreto – ha sparato circa 2800 Patriot contro i droni e i missili Houthi, senza riuscire mai a prevalere e anzi subendo parecchi danni alle proprie installazioni petrolifere.

Nel frattempo, la domanda di petrolio sui mercati globali continua a superare l’offerta disponibile. Le riserve sono ai minimi storici. Il gasolio e il carburante per aerei sono già molto costosi. La benzina e gli altri derivati ​​del petrolio seguiranno questa tendenza e così tutti i materiali che si ricavano direttamente o indirettamente dall’oro nero. Non c’è alcun dubbio sul fatto che Trump abbia perso la guerra contro l’Iran, ma non riesce a trovare una via d’uscita un po’ perché viene burattinato da Israele che ha evidentemente una capacità di ricatto sul personaggio oltre che sullo stesso Congresso statunitense e un po’ per la propria incapacità caratteriale e intellettuale di vedere la realtà delle cose. E purtroppo molto presto ne pagheremo tutti le conseguenze.

Redazione

 

 

 

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