Ma cos’è in gioco nella legge sull’omotransfobia? È in gioco la civiltà

CI STIAMO GIOCANDO LA CIVILTÀ

Ma cos’è in gioco nella legge sull’omotransfobia, nelle porte aperte ai migranti, nella difesa dei confini, nel principio di sovranità, nel politically correct, nella cancel culture, nei rapporti con gli islamici, i neri e i cinesi? È in gioco la civiltà. O se preferite, è la partita tra diritti umani e civiltà.

C’erano una volta la destra e la sinistra, i conservatori e i progressisti, i nazionalisti e gli internazionalisti. O se volete, i fascisti e gli antifascisti, i comunisti e gli anticomunisti. Ora, nell’era globale della pandemia e del governo di unità nazionale guidato da un tecnico super partes, come si dividono le opinioni politiche e le convinzioni civili? Le suddette categorie benché ancora usate, sono logorate dal tempo e dall’abuso; perdono forza nelle molteplici varianti, nei mutati contesti e negli usi polemici e residuali con cui vengono adoperate. Non sono più in grado di rappresentare la realtà e le divergenze attuali. E allora su cosa realmente si dividono oggi gli italiani, gli europei, gli occidentali, quali sono i temi sensibili più rilevanti?

In primo luogo i temi della biopolitica, ovvero gli ambiti che riguardano la vita e la morte, la nascita e i sessi, la denatalità, le adozioni e le maternità surrogate, le unioni omosessuali e le famiglie, il diritto alla vita o all’aborto, i cambi d’identità e il transumanesimo, l’animalismo, i costumi, la droga. In secondo luogo investono direttamente le categorie “protette” perché ritenute non tutelate adeguatamente dalle leggi e dai costumi vigenti: vale a dire le donne, i migranti, i neri, gli omosessuali, i trans, i rom, le minoranze religiose. In terzo luogo riguardano la memoria storica collettiva, le identità, le eredità religiose dei popoli, le tradizioni, le usanze e il loro rifiuto, i classici e la loro cancellazione, le arti e la censura, la toponomastica, i monumenti, le feste e le giornate mondiali, il passato e la sua negazione. Sono questi i temi che più dividono sul piano politico, civile o ideale, oltre quelli contingenti, sanitari o economici. La posta in gioco è la civiltà, minacciata dall’interno e dall’esterno.  Tutti i temi classificati come “divisivi” per il governo in carica (la legge Zan, la questione migranti, lo ius soli) risalgono a quel dualismo.

Le vecchie etichette prima citate non bastano più né si può liquidare in modo manicheo e denigratorio chi si oppone ai precetti del neoconformismo, come se la sfida fosse tra diritti umani e razzismo (più varie fobie). Invece da una parte c’è il sentire comune dei popoli, formatosi nel tempo e nelle generazioni; dall’altra c’è il nuovo canone di correttezza imposto dalle classi dominanti. Ovvero antichi pregiudizi di popolo contro nuovi pregiudizi ideologici.

Classifichiamo le due linee contrapposte in modo rispettoso per entrambe: da una parte prevale la preoccupazione per i diritti umani, dall’altra prevale la difesa della civiltà in pericolo. Ovvero da una parte sono in gioco i cardini della civiltà – la famiglia, il senso religioso, i legami comunitari, la tradizione, i simboli, l’amor patrio; per la parte opposta invece è in gioco l’acquisizione di nuovi diritti civili, globali, di genere, di minoranza. Incluso il diritto di cambiare connotati, sesso e cittadinanza.

I conflitti più aspri vertono infatti su razzismo, sessismo, colonialismo, suprematismo, islamofobia, xenofobia, omofobia, negazionismo, ma sono variazioni sullo stesso tema: la civiltà o i diritti umani globali.

Difendere la civiltà vuol dire tutelare le identità, le sovranità nazionali, la cristianità, le culture tradizionali. Promuovere i diritti umani significa invece sostenere l’emancipazione globale degli individui e dei popoli dalle loro culture, storia e tradizioni, ma anche dalla loro natura e differenze.

Chi difende la civiltà ama la comunità a partire dai più vicini. Chi difende i diritti umani ama il global a partire dai più lontani. Chi difende la civiltà riconosce i diritti in relazione ai doveri e a partire dai diritti naturali; rispetta il passato, il presente e il futuro e reputa intramontabili alcuni fondamenti. Chi difende i diritti umani si pone nella prospettiva del presente globale e sostiene le mutazioni. Chi difende la civiltà vuol tutelare le differenze dall’omologazione globale e dal riduzionismo radicale. Chi difende la società globale vuole azzerare le differenze e tutelare in modo speciale alcune diversità.

Difendere la civiltà non significa voler tornare indietro ed esaltare la guerra, la supremazia maschile, lo schiavismo, l’odio di classe o razziale. Vuol dire assumersi l’eredità della civiltà, delle tradizioni, dei simboli, senza riproporle meccanicamente nelle forme arcaiche; vuol dire non giudicare il passato con le lenti del presente, non processare o cancellare la storia perché differisce dalle odierne sensibilità, ma riconoscere la storia così com’è e poi distinguere quel che è vivo e quel che è morto, quel che è sempre valido e quel che invece è trapassato, con realismo; senza confondere il piano storico con quello giudiziario e il piano giudiziario con quello morale e ideologico.

La battaglia politica e sui social verte su queste contrapposizioni. Si sta alimentando un gigantesco senso di colpa della civiltà euro-occidentale per l’uomo bianco, etero, cristiano, figlio e genitore. Tutto viene ripassato nella padella del nuovo conformismo: dalla storia ai sessi, dalla cultura ai fumetti. È curioso notare che molti convinti europeisti sono in realtà affetti da eurofobia: odiano la propria civiltà e la processano in ogni campo.

 

 

 

Fonte: MV, Panorama, n.19 (2021)

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