Siamo agli inizi degli anni Sessanta quando Catherine Spaak, attrice francese sedicenne, erede di un’illustre famiglia belga, trova il suo posto nel cinema italiano. Si tratta peraltro di un personaggio preciso. Abiti alla moda, gergo giovanile, arriva rapida su piccole spider, bionda, alto borghese, incredibilmente lunga e sinuosa.

Entra in scena a film inoltrato: è l’oggetto del desiderio, per uomini di mezz’età che la guarderanno spaesati. Antitesi delle procaci bellezze del dopoguerra, nell’Italia del boom, Catherine Spaak incarnerà molte variazioni della nuova gioventù. Più di pane e fantasia, è un modello di pragmaticità ed esercito del surf… E se per qualcuno doveva essere la Bardot italiana, di B.B. i suoi personaggi avranno “la malattia della felicità”.
Catherine Spaak nasce a Bolougne-Billancourt (nella regione Ile-de-France) il 3 Aprile del 1945 ed è la secondogenita di Claudine e Charles Spaak, quest’ultimo assistente di Renoir e Carnè, nomi noti della regia cinematografica francese, nonché sceneggiatore del capolavoro “La grande illusione”.
Dopo un’infanzia fatta di tristi inverni in collegio ed estati passate con la sorella Agnes spiando dal buco della serratura le imprese della nonna Marie, prima donna senatrice del Belgio, e mascherandosi con gli sfarzosi vestiti della mamma anche lei attrice, Catherine, sebbene ancora quindicenne, sente presto l’esigenza di scappare da quella famiglia tanto bizzarra, quanto indifferente alla propria sensibilità.
Avuto il permesso paterno, Catherine si trasferisce in Italia nel 1960, e gira diversi film, alcuni come protagonista. Esordisce giovanissima nel film francese “Il buco” (Le trou) di Jaques Becker.

Catherine Spaak viene notata da Sophia Loren, che folgorata dai lineamenti delicati e dalla grazia inconfondibile, nonostante la giovane età, la suggerisce al compagno produttore Carlo Ponti, per la parte della diciassettenne innamorata Francesca studentessa di buona famiglia che si concede a un uomo maturo, nel film “I dolci inganni” (1960) diretto da Alberto Lattuada.
Il suo personaggio di ragazzina cinica e spregiudicata farà scalpore. Il film farà discutere la censura e la conseguente pubblicità che ne deriva, faranno innamorare di lei più di una generazione di spettatori. Catherine diviene il simbolo di una nuova femminilità: non più sottomesse o vittime di un sistema che le danneggia in quanto donne, i suoi personaggi si fanno sempre più sfacciati e capaci di esercitare il proprio potere anche in relazione al genere maschile. Una bella novità rispetto alle svampite, passive e succubi di figure mascoline forti, interpretate da Sandra Milo e Stefania Sandrelli, altrettanto famose in all’epoca.

Ed eccola diventata una sex symbol ritrovandosi a recitare in numerose pellicole entrate poi nella storia della cosiddetta “Commedia all’italiana”: “Il sorpasso” di Dino Risi (1962).

 

 

 

Luciano Salce alla ricerca di un’interprete da affiancare a Ugo Tognazzi ne “La voglia matta”, la sceglie come ragazzina viziata e maliziosa: La performance si rivela riuscitissima, nonostante l’antipatia, confessata negli anni successivi dalla Spaak per quel personaggio, simbolo di una femminilità sfacciata.
Abbandonato il genere “lolita” interpreta così commedie dal tono più amaro e sarcastico. Interpreta “Adulterio all’italiana” (1966), “Intrighi al Grand Hotel” (1967) e la preziosa collaborazione con il maestro Monicelli ne “L’armata Brancaleone” (1966) sul cui set è vittima degli scherzi più osceni e goliardici di Gassman, che con il resto della troupe si diverte a vederla imbarazzata. Intanto nella vita privata si consuma il dramma della separazione dei propri genitori, che vedrà la madre ben presto chiusa in un manicomio e il padre trasferitosi in Costa Azzurra con una ragazza più giovane e vittima del gioco d’azzardo.

 

Negli anni ’70 approda a ruoli di raffinata donna borghese, immagine che le rimarrà appiccicata addosso anche negli successivi.
Sempre di questo decennio sono poi “Diciottenni al sole” (1962), “La parmigiana” (1963), “La noia” di Damiano Damiani (1964). Celebre poi è la sua scena dove compare ricoperta di banconote.

Alla ricerca di una nuova famiglia, Catherine decide di costruirne una propria, sposando l’allora compagno Fabrizio Capucci. Purtroppo, colpevole la giovane età dei due, la situazione precipita dopo poco e l’attrice è costretta a scappare dall’Italia per sfuggire ai tentativi del marito di toglierle la figlia Sabrina appena nata, ma l’arresto alla frontiera di Bardonecchia la sbatte su tutti i giornali e la fa precipitare in una crisi che durerà diversi anni. Decisa a superare le difficoltà con intelligenza e impegno nel lavoro, nel 1968, è protagonista del musical tratto dall’operetta “La vedova allegra”, andato in onda sulla Rai per la regia di Antonello Falqui.
Durante questa esperienza conosce Johnny Dorelli; tra i due nasce una relazione sentimentale, che porterà al suo secondo matrimonio, più duraturo del primo, e alla nascita del secondo figlio, Gabriele. Nel corso di tale periodo la carriera professionale è spesso messa a repentaglio dai problemi di salute, l’anoressia e la terapia analitica che deve affrontare, senza contare le rimostranze di Dorelli, il quale la vorrebbe definitivamente lontana dagli ambienti dello spettacolo.

Abbandonato quindi il “lolitismo” dei primi anni, con pellicole quali “Il gatto a nove code” (1971) di Dario Argento, “Causa di divorzio” (1972), “Febbre da cavallo (1976) di Steno e “Io e Caterina” (1980) di Alberto Sordi.

Catherine non si lascia scoraggiare e approda a ruoli più ricercati, incarnando con estrema facilità, dato il proprio percorso di vita, le donne raffinate, di estrazione borghese dei personaggi che le vengono ora affidati. Diverse poi le performance riservate al piccolo schermo: impossibile dimenticare i quindici anni di registrazioni per la trasmissione Rai, “Harem”; un tentativo, quello del talk-show, di operare una sorta di verifica post-femminista, che si rivelerà molto utile nello scandagliare i sentimenti e il mondo emotivo proprio delle donne.
Gli anni Ottanta, dunque, segnano l’interesse più che altro per la scrittura, passione che in seguito alla morte paterna, non ha più paura di coltivare e che la porta, da giornalista per il Corriere della Sera, ad autrice di diversi libri, alcuni dei quali autobiografici. Il cinema non ha più quel ruolo fondamentale nella sua professione e dunque, esclusa qualche eccezione come quella per lo “Scandalo Segreto” (1990) di Monica Vitti, e le apparizioni nelle serie per la televisione, la Spaak si dedica con profitto anche ad un’altra delle sue passioni: il teatro. Famoso il testo da lei scritto e portato in scena, dedicato alla leggendaria cantante francese Edith Piaf.

Dopo il divorzio con Dorelli, il matrimonio lampo con Daniel Rey e la piccola partecipazione nel ruolo di ex-amante, diretta da Emidio Greco ne “L’uomo privato” (2007), arriviamo a tempi più recenti e la vediamo splendida signora, dal gusto sempre sobrio ed estremamente elegante. Nel 2012 è nel film di Carlo Virzì “Il più grande di tutti” e l’anno successivo torna in tv con l’ottava stagione della fortunata serie “Un medico in famiglia” (2013) dove interpreta una nonna eccentrica, sopra le righe. Praticamente ingovernabile.
Spesso invitata come ospite d’onore alle manifestazioni per l’arte e la cultura soprattutto italiana, oltre che francese, Catherine Spaak può perciò essere annoverata grazie ai propri contributi di attrice, di donna tra le donne, di scrittrice, di artista teatrale e di appassionata promotrice di filosofie orientali, tra coloro che a tale mondo, hanno senza dubbio dato lustro e risalto.
Nel 2015 ha partecipato alla decima edizione dell’Isola dei famosi, abbandonando però volontariamente alla prima puntata.

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