I radical chic hanno trionfato per assenza dell’avversario. L’esito è drammatico e si condensa nel trionfo del politicamente corretto ovvero il proibizionismo delle parole e dei pensieri nel nuovo vangelo il razzismo antirazzista

 

 

Carla Bruni sfila

 

Tom Wolfe

Nel giugno 1970, giusto mezzo secolo fa, Tom Wolfe,(1) scrittore americano, elegante dandy metropolitano, virginiano di nascita ma newyorchese sino al midollo, scrisse sulla rivista New York Magazine un articolo che fece epoca, in cui utilizzò un’espressione che si propagò immediatamente in tutto il mondo: radical chic. Non era ancora famoso, il quarantenne giornalista che avrebbe poi scritto fortunati romanzi come Il falò delle vanità(L.C.) (1987) e il fondamentale saggio sull’arte Maledetti architetti(L.C.) (1981). Nonostante decenni di lavoro inesausto, il brillante poligrafo sarà ricordato soprattutto per quell’articolo e quella fulminante definizione.

Felicia e Leonard Bernstain

Aveva partecipato, rimanendo senza fiato, a un ricevimento dell’alta società colta di New York nel sontuoso appartamento, un attico della centralissima Park Avenue, del direttore d’orchestra di origine ebraica Leonard Bernstein, Lenny nell’insopportabile gergo riduzionista americano. La moglie Felicia, una protagonista dei salotti della Grande Mela, intendeva raccogliere fondi a favore delle Pantere Nere,(2) movimento politico rivoluzionario marxista formato da giovani negri, oops, afroamericani. Era il tempo in cui lo spirito del ’68, nato nelle università della costa occidentale americana, tracimato nel resto d’America e in Europa, diventava senso comune delle nuove generazioni.

Tommie Smith and John Carlos, saluto del Black Power alle Olimpiadi, Mexico City, 1968

50 anni di Radical chic? In mezzo secolo, poco più di due generazioni, ci ha messo letteralmente in ginocchio, persuasi a detestare ciò che siamo!

I partecipanti, tutti ricchi, tutti appartenenti all’alta borghesia, gente di potere con conti in banca milionari, erano deliziati dalla presenza di qualche rivoluzionario irsuto, si lasciavano insultare, anzi

sembravano felici di condividere l’odio delle Pantere Nere. Quell’odio era rivolto a se stessi, un anticipo dello spirito distruttivo della nostra civiltà che Roger Scruton(3) (T.P.I.) SIR ROGER SCRUTON, L’ULTIMO CONSERVATOREall’inizio del

Gianrico Carofiglio “Manipolo di gente sudata”

secolo XXI avrebbe chiamato oicofobia. Amici del proprio nemico, disprezzatori di se stessi e del ceto i cui privilegi si guardavano bene dall’abbandonare, quei membri dell’upper class ebbero, da allora, una scintillante definizione collettiva: radical chic. Radicali sì, persino estremisti – naturalmente solo a parole – ma pur sempre chic, snob (che significa sine nobilitate, senza nobiltà…) raffinati, diversi dalla massa, dal populace che uno scrittore italiano, Gianrico Carofiglio, ha recentemente bollato come “sudata”, se partecipa a dimostrazioni sgradite alla sinistra.

Il radical chic non era che un gruppo alla moda, anzi à la page, che ostentava modi, vezzi, linguaggi di estrema sinistra, ma restava assai attento a mantenere i vantaggi della condizione di agio, di ricchezza economica, per niente disposta a condividerla con l’oggetto della sua ammirazione presbite, il popolo, i diseredati, I dannati della terra(L.C.) del libro di Frantz Fanon, che inaugurò (1961) i fatidici anni Sessanta. Dalla parte del popolo, per la rivoluzione, ma sempre a debita distanza, lontani dalla vita vera, vestiti alla moda, serviti da camerieri in livrea, meglio se del Terzo Mondo e non in regola con la previdenza sociale. Pittoreschi, astuti imbroglioni, ma hanno vinto loro.  

Un tipo umano, il radical chic, responsabile dello slittamento della sinistra dal versante operaista e dalla lotta anticapitalista a quello dei diritti di ogni minoranza presuntamente offesa

Camilla Cederna leopardata

Tom Wolfe li smascherò, mostrò la loro ipocrisia, e, in qualche modo, indicò alla destra politica e culturale un sentiero d’attacco che, ahimè, rimase lettera morta. In Italia fu Indro Montanelli(4) a riprendere i temi di Wolfe in un altro celebre articolo del 1972, sul Corriere della Sera, espressione della borghesia lombarda, da cui dovette andarsene per il repentino balzo a sinistra della linea

Indro Montanelli e la sua “Lettera 22”

editoriale, in sintonia con gli altri grandi quotidiani nazionali. L’attacco era rivolto a Camilla Cederna(5), giornalista sinistrissima e borghesissima, animatrice dei salotti milanesi, ma probabilmente il vero obiettivo di Montanelli era Giulia Maria Crespi(6), la “zarina “milanese, espressione di una delle grandi famiglie della borghesia imprenditoriale, editrice del Corriere neo schierato a sinistra, apparentemente contro i suoi stessi interessi. Solo apparentemente, poiché in realtà in quegli anni si saldava, nell’intero Occidente, un’alleanza velenosa tra il dominante marxismo culturale – già ampiamente depurato dalla lotta contro la grande proprietà privata a seguito della lunga stagione egemonizzata dalla Scuola di Francoforte(7) (T.P.I.)FRANCOFORTE. GRAND HOTEL ABISSO.– e le classi alte, i grandi proprietari capitalisti diventati antiborghesi per mantenere meglio la presa sulla società e conservare, anzi aumentare, ricchezza e potere.

I “francofortesi”: Max Horkheimer e Theodor Adorno

Un tipo umano, il radical chic, responsabile dello slittamento della sinistra dal versante operaista e dalla lotta anticapitalista a quello dei diritti di ogni minoranza presuntamente offesa, convogliandone le pulsioni verso un finto, generico, anelito al buonismo universale. L’anno successivo all’articolo di Tom Wolfe, John Lennon avrebbe scritto l’inno del relativismo post moderno, Imagine, un testo

Yoko e John durante il bed-in di Amsterdam, da martedì 25 a lunedì 31 marzo 1969

radical chic come il suo autore, trasferito a New York dalla natia Liverpool, ricco, tossicodipendente, burattino nelle mani della seconda moglie, l’intellettuale Yoko Ono, di cui addirittura assunse il cognome prima di essere ucciso a 40 anni da un ammiratore convinto che l’ex Beatle avesse tradito gli ideali della sua generazione. “Immagina che non ci sia alcun paradiso; è facile se ci provi. Niente inferno sotto di noi, solo il cielo sopra di noi. Immagina tutte le persone vivere per oggi. Immagina che non ci siano paesi. Non è difficile da fare, niente per cui uccidere o morire e anche nessuna religione.” Il perfetto programma radical chic di una civilizzazione irresponsabile, estenuata, autoreferenziale, preda dell’odio di sé, nichilista.

Ha agito nel tempo un potente apparato culturale sostenuto da gruppi sociali di vertice, chinato esclusivamente sulle identità marginali. Negli ultimi decenni quelle identità sono diventate un terreno cruciale di scontro metapolitico. I diritti delle donne, degli stranieri, della comunità gay e di qualunque altra minoranza sono in cima ai programmi di tutti i partiti che si dicono di sinistra. Si tratta, sempre, di diritti – e capricci – di ceti abbienti, post borghesi: i radical chic, ammettiamolo senza timore, hanno sbaragliato il campo. Sono loro a dettare l’agenda politica e soprattutto quella dei costumi. Tom Wolfe e Montanelli, Raymond Aron in Francia, hanno suonato l’allarme invano. Nessuno si è levato in piedi per contrastare l’egemonia velenosa del radicalismo post borghese.

Luca Ricolfi

Luca Ricolfi, sociologo attento ai movimenti sismici della società, afferma che la sinistra – rimandiamo ad altra occasione il dibattito sull’equivoco significato del termine e del suo deuteragonista minore, destra – resiste e detta il passo per un’unica ragione, la formidabile capacità di travestimento, di assumere come un camaleonte o uno Zelig ogni ruolo e cavalcare qualsiasi cambiamento. I “radical chic” di Wolfe sono i vincitori di mezzo secolo di kulturkampf, guerra culturale. La vecchia alta borghesia proprietaria comprese in anticipo che l’opinione pubblica post moderna, per essere governata e mantenuta sotto il tallone dei suoi interessi, doveva essere sedotta con parole d’ordine volte al cambiamento continuo, alle novità, al mito del progresso, all’effimero. Spazzare i residui dei principi di ieri – patria, famiglia, religione, lavoro, diritti e giustizia sociale, ordine morale e civile – avrebbe reso più agevoli le immense operazioni di ristrutturazione antropologica necessarie per perpetuare il potere nelle solite mani.

Roger Scruton

Il filosofo Roger Scruton, recentemente scomparso, definì con “oicofobia”, l’odio per se stessi e per le proprie radici, che è l’approccio intellettuale del tipo”Radical chic.

In Italia, maestro fu Giovanni Agnelli. Dopo aver letteralmente deportato in Piemonte migliaia e migliaia di famiglie ex contadine come mano d’opera per la Fiat, alle prime crisi – la “congiuntura”

Giovanni Agnelli in una caricatura di Mad Milo

di fine anni ’60 – fu bravissimo a scaricare i costi sul bilancio pubblico, realizzando un’intesa di lungo periodo con la sinistra politica, che stava abbandonando il mito comunista, e con i ceti intellettuali di ascendenza marxista, a cui vennero affidate la direzione dei giornali, della televisione, le più importanti cattedre universitarie e la guida delle istituzioni culturali. All’epoca, la destra – e con essa la DC, occupata a difendere con i denti camere di commercio e casse di risparmio – non capì la portata strategica, storica, dei mutamenti di cui i gruppi “radical chic” erano banditori, limitandosi a deprecare o a criticare gli aspetti più ridicoli. Un’attitudine difensiva, pigra, impaurita, a cui la politica avversa alla sinistra non forniva rimedi né progettava alternative. I radical chic hanno trionfato per assenza dell’avversario, impegnato in ritirate strategiche, battaglie di retroguardia, pesca delle occasioni elettorali, pago, negli anni ’80 dell’individualismo liberista di Reagan e della signora Thatcher.  La destra ha difeso egregiamente i quattrini (ahimè, quelli altrui!) ma ha perduto per k.o. tecnico il controllo della cultura di massa.

Usa scontri per la morte di George Floyd

L’esito è drammatico, e si condensa nel trionfo del politicamente corretto, ovvero il proibizionismo delle parole e dei pensieri, e nel nuovo vangelo, il razzismo antirazzista di cui vediamo il dilagare in questi giorni, con il caso di George Floyd. Mezzo secolo fa, la New York ricca e bianca finanziava comunisti di pelle nera in feste con abiti alla moda, commentando le novità della controcultura underground mentre sorseggiava cocktail serviti da impeccabili camerieri in livrea messicani, neri o asiatici. Oggi impone con successo di inginocchiarsi in memoria di una vittima che era però anche un pregiudicato pluri recidivo, volgarizzando un’idea perfettamente razzista, a parti rovesciate. Il poliziotto assassino, nella semplificazione emotiva, rappresenta tutti i bianchi maschi sfruttatori e violenti di ogni luogo e di tutti le epoche, il male assoluto, uniti contro Floyd, simbolo di tutti i neri di ogni tempo.  

Il razzismo attribuito per estensione a ogni bianco, del quale si ha l’obbligo morale di depurarsi ponendosi in ginocchio, vergognandosi di abusi non commessi, diventa attributo dell’intera struttura

sociale, qualcosa che oltrepassa la capacità di ciascuno di pensare in una maniera o in un’altra. Il razzismo – ur-razzismo, parafrasando l’ur-fascismo di Umberto Eco – sarebbe dunque un attributo relativo alla pelle, una condotta, un’ideologia legata alla razza (bianca). Tale antirazzismo è sottilmente razzista. Denuncia un’intera comunità umana, quella bianca “caucasica”, alla quale attribuisce pensieri e istinti a cui non può sfuggire, se non negando in radice la sua identità. È il vecchio incallito razzismo ribaltato in autorazzismo. Per sopravvivere e trovare l’indispensabile nemico, si veste del suo contrario e riemerge con forza sconosciuta, ma sempre con lo spirito equivoco del ricevimento nell’attico di Lenny a New York City.

Il Re del Rock Lenny Kravitz firma gli interni dell’ultimo Condominio di Lusso Di New York

Il mondo radical chic, nella sua azione distruttiva, ha compreso che l’uomo è un animale simbolico, un essere che “chiama le cose con un altro nome” e sa condensare le realtà più vertiginose in oggetti e termini semplificati. Può simbolizzare l’amore in un anello o la patria in una bandiera. Ha bisogno di immagini che lo sostengano e proteggano contro l’orrore del vuoto, horror vacui. Ha distrutto simboli venerandi che quasi nessuno ha difeso, sapendo bene che quando si abbattono i simboli che uniscono – da alcuni anni è il turno delle statue e delle opere d’ingegno degli esecrati maschi bianchi eterosessuali – i popoli non tardano a rispondere ruggenti, come mandrie invasate, al richiamo della foresta.

Umberto Eco caricatura

Umberto Eco: esponente intellettuale di vertice del mondo “Radical chic

Il materialismo di quei ceti ha sporcato la vita quotidiana di tutti, mettendo a profitto la tossica lezione del marchese de Sade, il più coerente teorico del male del XVIII secolo, per il quale, se si

Ritratto di D.A.F. de Sade a circa 20 anni di età, opera di Charles Amédée Philippe van Loo. Si tratta dell’unico ritratto contemporaneo.

vuole allontanare gli uomini dalle realtà spirituali, la distruzione dei simboli risulta ben più efficace delle stragi. Spogliati dei simboli – ciò che richiama i principi – gli uomini diventano ciechi di fronte alle realtà che questi rammentavano. Alla cecità, alle tenebre, tuttavia, si può arrivare anche attraverso un sovraccarico di luce artificiale.

Cinquant’anni fa, la ricca borghesia capitalista, avviata a diventare “post”, domò la rivoluzione – vera o presunta – delle Pantere Nere, avvolgendola nelle sue spire, cooptandola nei suoi valori di cartapesta, riassunti nel simbolo del dollaro. Così avvenne per la pseudo rivoluzione del Sessantotto. Ucciso il padre, destituita l’autorità, gettati nel fango i simboli, ha mantenuto il mito del Progresso e sostituito l’uguaglianza economica – obiettivo del vecchio marxismo – con l’equivalenza. Delle idee, delle razze, delle civiltà, dei sessi, di tutto, eccetto il portafogli. In mezzo secolo, poco più di due generazioni, ci ha messo letteralmente in ginocchio, persuasi a detestare ciò che siamo. Loro, i radical chic per convenienza di classe, continuano a brindare nelle loro terrazze. Hanno cambiato in arcobaleno il colore delle livree dei servitori, regnano su un gregge istupidito, ma hanno – più di prima – il mondo in mano.

Un applauso amaro a loro, vincitori di una civilizzazione finita, maledizione a chi non ha alzato un dito per combatterli. Come sempre, guai ai vinti, noi.    

 

 

Note:

  • (1) Tom Wolfe, all’anagrafe Thomas Kennerly Wolfe Jr. (Richmond, 2 marzo 1931 – New York, 14 maggio 2018), è stato un saggista, giornalista, scrittore e critico d’arte statunitense. Nel 1989 ha teorizzato che l’unico modo per salvare il romanzo americano fosse quello di tornare al Realismo senza aver paura di utilizzare tecniche giornalistiche. Tesi sempre ribadita fino al 2013, aggiungendo il seguente argomento: «Il momento d’oro della letteratura americana, a mio avviso, è tra il 1893, anno in cui Stephen Crane scrisse Maggie ed il 1939, l’anno di Furore di John Steinbeck. Ovvio che sono stati scritti grandi romanzi sia prima che dopo, ma è quello il momento più fertile, con scrittori come Faulkner, Hemingway, Fitzgerald e Thomas Wolfe, attenti al realismo e al linguaggio. Dopo la seconda guerra mondiale l’influenza francese ha spostato l’attenzione sulla psicologia, facendo perdere gradualmente di realismo e distaccando l’attenzione dall’autenticità delle persone». Muore a Manhattan il 14 maggio 2018, a 88 anni, per le conseguenze di una polmonite.
  • (2) Pantere Nere o Black Panther Party (originariamente chiamato Black Panther Party for Self-Defence) è stata una storica organizzazione rivoluzionaria afroamericana degli Stati Uniti d’America. La peculiarità delle Pantere fu quella di rifiutare le istanze nonviolente e integrazioniste di King, a loro avviso inefficaci e addirittura motivate da una nascosta collusione con le strutture di potere dei bianchi. Al principio della nonviolenza le Pantere sostituirono quello dell’autodifesa (self-defence) come strumento di lotta fondamentale. In particolare, cominciarono a praticare il “Patrolling”. Questo consisteva nel pattugliare, tenendo sempre le armi in bella vista, le azioni della polizia, in modo da condizionarne l’operato, impedendo che questa abusasse del suo potere contro le persone di colore che fermava. Altra peculiarità del Black Panther Party fu la lettura della discriminazione dei neri all’interno di un’ottica marxista-leninista di lotta di classe, e quindi di opposizione alla struttura capitalistica della società statunitense.
  • (3) Sir Roger Vernon Scruton (Buslingthorpe, 27 febbraio 1944 – Brinkworth, 12 gennaio 2020) è stato un filosofo britannico. È stato un accademico, curatore, editore, avvocato, giornalista, romanziere, compositore e uno dei più controversi pensatori britannici. Un tema ricorrente del suo pensiero è il tentativo di comprendere e difendere le conquiste della cultura occidentale. Nella sua filosofia politica cerca di articolare e difendere il conservatorismo che faceva risalire ad Edmund Burke, il critico inglese della Rivoluzione francese. Curatore, dal 1982 al 2001, della Salisbury Review, una rivista politica conservatrice, Scruton ha scritto oltre 50 libri su filosofia, arte, musica, politica, letteratura, cultura, sessualità, e religione, oltre a romanzi e due opere liriche. Tra le sue pubblicazioni vi sono The Meaning of Conservatism (1980), Sexual Desire (1986), The Aesthetics of Music (1997), e How to Be a Conservative(2014). Ha scritto con regolarità su riviste quali The Times, The Spectator, e The New Statesman. Scruton ha abbracciato il conservatorismo dopo aver osservato, nel Sessantotto, le proteste studentesche del Maggio francese. Dal 1971 al 1992 è stato docente e professore di estetica al Birkbeck College, presso l’Università di Londra, e in seguito ha ricoperto varie altre cariche accademiche a tempo parziale in altre università anche negli Stati Uniti. Divenne noto negli anni Ottanta per aver contribuito a creare network accademici segreti nell’Europa dell’Est allora sotto il controllo dell’Unione Sovietica. Per questa ragione è stato insignito della Medaglia al Merito della Repubblica Ceca dal Presidente Václav Havel nel 1998. Dopo avere appreso nel luglio 2019 di avere un tumore, Scruton si è sottoposto a chemioterapia. È morto il 12 gennaio 2020 all’età di 75 anni.
  • (4) Indro Montanelli, (Fucecchio, 22 aprile 1909 – Milano, 22 luglio 2001), è stato un giornalista e scrittore italiano. Considerato da molti il più grande giornalista italiano del Novecento[4], si distingueva per una scrittura di straordinaria concisione e chiarezza, che gli conquistò un vasto seguito di lettori, e per la sua lucidità di analisi. Egli iniziò la sua carriera durante il ventennio fascista, e successivamente fu per circa quattro decenni l’uomo-simbolo del principale quotidiano d’Italia, il Corriere della Sera, e successivamente, lasciato il Corriere per contrasti sulla nuova linea politica del medesimo, diresse per vent’anni un altro quotidiano fondato da lui stesso, il Giornale, distinguendosi come opinionista di stampo conservatore. Fu gravemente ferito nel 1977 in un attentato dai terroristi delle Brigate Rosse. Con l’entrata in politica di Silvio Berlusconi, da lui apertamente disapprovata, lasciò Il Giornale e, nel marzo 1994, fondò la Voce, un quotidiano che chiuse tuttavia l’anno successivo. Fu anche l’autore di libri di storia molto popolari, caratterizzati da un originale approccio alle vicende storiche italiane. In ciascuna di queste attività Montanelli seppe conquistarsi un largo seguito di lettori.
  • (5) Camilla Cederna (Milano, 21 gennaio 1911 – Milano, 5 novembre 1997) è stata una giornalista e scrittrice italiana. Camilla Cederna si laurea in letteratura latina con una tesi su “Prediche contro il lusso delle donne dai filosofi greci ai Padri della Chiesa”. Esordisce come giornalista nel 1939, con un articolo sulla pasticceria Motta di Piazza Duomo, in cui venivano descritti i dolciumi e le commesse che li vendevano, pubblicato su L’Ambrosiano, quotidiano milanese vicino al Partito Nazionale Fascista. Dal 1945 al ’55 è redattrice nel settimanale L’Europeo, mentre dal 1958 all”81 lavora come inviata per L’espresso, dove è anche titolare di una rubrica di fatti di costume: Il lato debole. Negli anni ’90 collabora con il periodico Panorama. Nel 1971 Camilla Cederna fu la principale ispiratrice della lettera aperta pubblicata sul settimanale L’Espresso contro il commissario Calabresi e i magistrati che, secondo la giornalista, lo avevano tutelato durante l’inchiesta sul caso Pinelli. Quando Calabresi fu freddato di fronte alla sua abitazione, la giornalista si trovò al centro di dure contestazioni iniziate con il commento accusatorio del prefetto Libero Mazza ai giornalisti radunati, tra cui la stessa Cederna, all’ospedale San Carlo mentre all’interno veniva composto il cadavere del commissario. Il commento fu: «E pensare che è tutta colpa di quella carogna di Camilla Cederna che col suo libro su Pinelli e contro Calabresi, tra l’altro, ha guadagnato decine di milioni»
  • (6) Giulia Maria Crespi vedova Paravicini e Mozzoni (Merate, 6 giugno 1923) è un’imprenditrice italiana, discendente della famiglia di cotonieri lombardi, cugini dei proprietari della fabbrica di Crespi d’Adda. Giulia Maria fu educata da precettori privati, apprendendo le lingue tedesca, francese e inglese. Il primo marito, conte Marco Paravicini, padre dei suoi gemelli Aldo e Luca, morì in un incidente dopo 4 anni di matrimonio. A partire dalla metà degli anni sessanta, dopo la morte degli zii Mario e Vittorio Crespi, gestì come accomandataria – in luogo del padre Aldo, gravemente malato – la proprietà del Corriere della Sera, responsabile della linea e dei bilanci. Soprannominata la «zarina» per lo stile arrogante, e contestato, della sua gestione, il quotidiano operò una netta virata a sinistra: la nuova linea venne varata nel 1972 col licenziamento del direttore Giovanni Spadolini e la sua sostituzione con Piero Ottone, e sancita con l’allontanamento, l’anno successivo, del giornalista Indro Montanelli che la bollò come «dispotica guatemalteca» al termine di un lungo dissidio, mai ricomposto in seguito. Nel 1973, a causa degli ingenti passivi di bilancio del Corriere, la Crespi dapprima cedette quote della proprietà a Gianni Agnelli e Angelo Moratti; poi, nel 1974, liquidò la sua quota rimanente all’editore Andrea Rizzoli, uscendo definitivamente dall’amato Corrierone.
  • (7) La Scuola di Francoforte è una scuola sociologico-filosofica di orientamento neo-marxista. Il nucleo originario di tale scuola, formato per lo più da filosofi e sociologi tedeschi di origine ebraica, emerse nel 1923 nell’ambiente del neonato “Istituto per la Ricerca Sociale” (Institut für Sozialforschung) dell’Università Johann Wolfgang Goethe di Francoforte sul Meno, in Germania, sotto la guida dello storico marxista Carl Grünberg. Il nucleo successivamente si ampliò per numero di studiosi ed ambiti di ricerca. Il primo periodo di attività della scuola si inquadra nel primo dopoguerra, tra gli anni venti e gli anni trenta; all’avvento del nazismo il gruppo lasciò la Germania e si trasferì dapprima a Ginevra, poi a Parigi e infine a New York, dove continuò la sua attività. Dopo la seconda guerra mondiale alcuni esponenti (tra cui Adorno, Horkheimer e Pollock) tornarono in Germania per fondare un nuovo Istituto per la ricerca sociale.

 

 

Fonte

 

Libri Citati

 

  • Il falò delle vanità
  • Tom Wolfe
  • Traduttore: Ranieri Carano
  • Editore: Mondadori
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 1 MB
  • EAN: 9788852055041    Acquista € 7,99

 

Descrizione

Sherman McCoy è uno dei padroni di Wall Street e sente di avere il mondo in pugno: guadagna un milione di dollari all’anno, vive in un appartamento di quattordici stanze a Manhattan, al riparo dai pericoli e dalle violenze della metropoli multirazziale. Quando però una sera McCoy investe con l’auto un giovane nero nel Bronx, la polizia, i giornalisti, i politici e i difensori civici gli sono subito addosso, trasformando l’uomo di successo, il superprivilegiato, nella vittima designata di un’intera città. Una grande “commedia umana” che ha fatto tremare l’America dei potenti e dei pavidi, degli ipocriti e degli arrivisti. Tutti bruciati su un magnifico e indimenticabile falò delle vanità.

 

  • Maledetti architetti. Dal Bauhaus a casa nostra
  • Tom Wolfe
  • Traduttore: P. F. Paolini
  • Editore: Bompiani
  • Collana: Tascabili. Saggi
  • Anno edizione: 2001
  • Formato: Tascabile
  • In commercio dal: 30 aprile 2001
  • Pagine: 144 p.
  • EAN: 9788845249082  Acquista. € 9,50

 

Descrizione

Tom Wolfe, padre del “giornalismo d’opinione”, tratta qui della “perdita della qualità della vita” sotto il profilo dell’architettura. Lo scatolone di vetro è il comune risultato delle diverse tendenze che hanno animato quest’arte negli ultimi cinquant’anni: sull’impronta di Gropius, il celebre fondatore del Bauhaus, e Le Corbusier, massimo teorico del razionalismo, gli architetti europei sbarcati in America negli anni Trenta esercitarono un vero e proprio colonialismo intellettuale. Nacque così l’International Style, che ispirò palazzi di vetro, cemento e ferro, pressoché identici: privi di colore e linee curve. Ora la gente in quegli edifici tristi e scomodi non vuole più abitare, ma le soluzioni proposte dall’architettura postmoderna si limitano a riflettere e deformare i fantasmi del passato. “Nuovi scatoloni di cristallo rivestiti di lastre specchianti in modo da riflettere gli edifici vicini, anch’essi scatoloni di cristallo, e distorcere così quelle noiose linee rette, facendole sembrare curve”.

 

  • I dannati della terra
  • Frantz Fanon
  • Traduttore: C. Cignetti
  • Curatore: L. Ellena
  • Editore: Einaudi
  • Collana: Piccola biblioteca Einaudi. Nuova serie
  • Anno edizione: 2007
  • In commercio dal: 30 gennaio 2007
  • Pagine: LIX-230 p., Brossura
  • EAN: 9788806185473.  Acquista. € 22,80

 

Descrizione

Nell’opera di Fanon, e in particolare in questo suo libro, si è realizzata la presa di coscienza del significato universale della rivoluzione dei popoli coloniali e dell’avvento del “terzo mondo” come protagonista della nuova storia. Anche se il libro getta le sue radici nella rivoluzione algerina, e si alimenta della sua straordinaria esperienza, esso trascende di gran lunga l’ambito di una particolare nazione, per studiare l’intero processo su un piano internazionale, che tende a dare alla storia un’universalità effettiva e a fare dell’umanità intera il suo soggetto consapevole. La prefazione è di Jean-Paul Sartre.

 

 

 

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