Prima di studiare Dante lo respirai in casa. Mio padre con i suoi studi filosofici e mia madre con i suoi studi letterari mi raccontavano già da bambino le avventure di Dante…

Henry Holiday, l’incontro immaginario fra Dante e Beatrice (con il vestito bianco) accompagnata dall’amica Vanna (con il vestito rosso), sul Ponte Santa Trinita in Firenze (1883)
Dante all’Inferno illustrato da Gustave Doré

Prima di studiare Dante lo respirai in casa. Mio padre con i suoi studi filosofici e mia madre con i suoi studi letterari mi raccontavano già da bambino le avventure di Dante nell’aldilà e spesso tiravano fuori per commentare i fatti della vita, terzine dantesche, figure, allusioni e narrazioni attinte dalla sua Commedia. Dante era ai miei occhi di bambino l’archeologia del fumetto, una via di mezzo tra Ulisse e Paperino, fratello maggiore di Pinocchio e del suo viaggio dantesco da burattino di legno a bambino. Vedevo Dante tramite le tavole di Gustavo Doré e la bellezza terribile delle immagini; però l’inferno sembrava un posto attraente, vivace, animato. Solo più tardi avrei scoperto che anche Borges esortava a “leggere il poema di Dante con la fede di un bambino, abbandonarci ad esso e così ci accompagnerà per tutta la vita” (Nove saggi danteschi). A Dante si addice lo stupore infantile.

Nel sussidiario delle scuole elementari Dante era citato per la prodigiosa memoria: si raccontava in un aneddoto illustrato con Dante in meditazione su un sasso, che un passante gli aveva chiesto quale fosse il suo cibo preferito e lui aveva risposto l’uovo. Tornato dopo molto tempo, il passante gli chiese “con che?” “Col sale” rispose prontamente Dante come se ne avessero parlato poco prima. Alle scuole elementari mi trovai nel 700° della nascita di Dante, tra le iniziative in aula magna e in classe, i quaderni della “Dante Alighieri”, allora percepita come il veicolo linguistico-patriottico d’italianità, quasi un vaccino obbligatorio, com’era l’anti-tubercolosi o l’anti-vaiolosa. Più tardi sarebbe venuto il Dante della goliardia, dove parafrasavamo i suoi versi e perfino ci mascheravamo nei suoi panni. Poi venne il Dante romantico, amoroso e passionale, come fu rappresentato soprattutto nel secolo romantico e figurato dai poeti e dai manieristi. Quell’immagine dantesca era per me consegnata a una cartolina che mia madre custodiva gelosamente, in cui condensava l’amor romantico: la riproduzione di un dipinto famoso di Henry Holiday che ritraeva il colpo di fulmine del giovane Dante per Beatrice: l’incontro sul Lungarno, Beatrice tra le sue amiche che si volge a guardare Dante, e lui che si ferma per ammirarla con una mano sul cuore, a significare e comunicare il suo turbamento, la sua emozione. Era un Dante innamorato, concepito su misura per le romanticherie del tempo. Piaceva figurare il poeta che spasimava e soffriva d’amore, come un precursore dei languori e dei corteggiatori romantici.

Colsi solo più tardi la grandezza di Dante, quando alla fine del liceo lessi al mare d’estate l’intera Divina Commedia. Lo feci di nascosto dai professori; se l’avessero scoperto, probabilmente me l’avrebbero rovinato. O almeno così temevo. In quel tempo, infatti, erano saliti in cattedra i primi docenti venuti dal ’68, con una preparazione mediamente scarsa, una forte refrattarietà a tutto ciò che era antico, classico o proveniente dalla scuola tradizionale e l’ossessione di demistificare, desacralizzare, tirar giù dal piedistallo. Tutto andava reinterpretato in chiave ideologica d’attualità. Per giustificarne la lettura e lo studio, si sforzavano di attualizzare i classici, e Dante più di tutti, liberandolo dal guscio infame del medioevo oscuro. Ai loro occhi la domanda essenziale da farsi era l’attualità di Dante, “cosa dice ai giovani d’oggi”. Ma questo riduzionismo, che è poi diventato nei nostri anni un canone obbligato nel politically correct, non coglie la grandezza degli autori, la differenza dei tempi e delle culture, la ricchezza di conoscere mondi diversi e remoti. In quella pretesa c’è tutta l’arroganza, l’egocentrismo, la supposta superiorità del presente su ogni altra epoca e su ogni altro tipo di visione e di umanità. Quel tentativo ridicolo di giudicare i grandi del passato alla luce del razzismo e della xenofobia, del sessismo e dell’omofobia…

Dall’altro versante non mancavano gli stucchevoli insegnanti col loro imparaticcio scolastico, che ripetevano meccanicamente formule pigre come “la donna angelicata posta su un piedistallo”; a noi studenti non pareva una figura divina ma un manichino dell’UPIM, inerte e irreale sul suo piedistallo… Quei docenti di ieri e di oggi non coglievano o non colgono che la forza di Dante non è la sua attualità, la capacità di parlare ai ragazzi d’oggi, di rispondere ai nostri effimeri momenti di vita e di storia; ma la sua grandezza è nella capacità di toccare temi e pensieri, fedi e ardori, speranze e disperazioni, gioie e dolori che appartengono a ogni tempo, perché in realtà non appartengono in ultima istanza a un tempo o all’altro, ma rinviano alla condizione umana e all’eterno ritorno di tutte le cose. “Lo sommo desiderio di ciascuna cosa, e prima della natura dato, è lo ritornare a lo suo principio”, scrive Dante nel Convivio.

 

 

Fonte: MV, apparso su Libero il 5 dicembre 2020.   

Immagine: Henry Holiday, l’incontro immaginario fra Dante e Beatrice (con il vestito bianco) accompagnata dall’amica Vanna (con il vestito rosso), sul Ponte Santa Trinita in Firenze (1883)

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