Quando l’identità smette di coincidere con sé stessa.

 

«Come sopportare in me quest’estraneo?»

Pirandello, lo specchio e l’estraneo che abita l’Io.

di Gaia Cassese

Partendo da Uno, nessuno e centomila, il testo attraversa la frattura che separa l’Io dall’immagine di sé. Vitangelo Moscarda scopre che ciò che chiamiamo identità non è un nucleo stabile, ma una costruzione vista dall’esterno, necessaria e insieme inabitabile. Lo sguardo allo specchio diventa così esperienza perturbante: non restituisce il soggetto, ma lo espone a un’alterità interna, a un “altro” che parla al suo posto. Tra Pirandello, Rimbaud e Freud, l’Io emerge come spazio decentrato, attraversato da presenze estranee, costretto a convivere con ciò che non può riconoscere né possedere. Un’indagine sulla difficoltà — e forse sull’impossibilità — di essere davvero uno con sé stessi. (N.R.)


Come sopportare in me quest’estraneo? Quest’estraneo che ero io stesso per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo? Come restare per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla vista degli altri e fuori intanto dalla mia? Vitangelo Moscarda conclude così il suo monologo sull’”inseguimento dell’estraneo”, e da questa vertigine prende forma la sua progressiva – fino al collasso – frattura identitaria. Una deriva interiore che attraversa l’identità dell’uomo moderno, all’interno di un mondo in cui lo sguardo altrui e le dinamiche della visibilità digitale trasformano l’essere, l’esistere, in “apparire”, “essere visti”. Di fronte a questa disturbante intuizione, Vitangelo perde il controllo e impazzisce. Ma noi sembriamo conviverci benissimo.

 

Nel suo noto romanzo Uno, nessuno e centomila, (1)Pirandello fa osservare a Vitangelo Moscarda, la cui mente in crisi, separata dal corpo, è completa protagonista, come accade talvolta di guardare allo specchio un’altra persona che, a sua volta, guarda noi: non possiamo vederci, ma siamo visti. E se spostassimo gli occhi nei nostri stessi, rimanendo faccia a faccia con il nostro singolo e rassegnatamente familiare riflesso, cosa, o meglio, chi vedremmo precisamente? “Gengè” si chiede cosa succederebbe se provasse a guardare la sua immagine allo specchio senza che questa faccia lo stesso: vuole conoscere quell’immagine fuori di sé, vedere quell’estraneo che è in lui come lo vedono gli altri. Staccando lo spirito dal corpo, vede “niente. nessuno”, un’immagine necessaria ma in cui non riesce proprio a riconoscersi, e che era per tutti, sommariamente, proprio lui. Scopre che, come scriveva Rimbaud nel 1871, Je est un autre, che l’io è un altro, non identità ma effrazione, irruzione di una voce che parla al posto suo. Viene quindi a mancare la convinzione di essere uno con sé stesso, rendendosi conto che il suo essere è abitato da un Estraneo: “l’Io non è padrone in casa propria” – come dice Freud –, venendo così decentrato e spersonalizzato, spodestato al di fuori di sé.

Questa terrificante scoperta nasce, per il protagonista pirandelliano, dall’esterno (conosciamo tutti l’episodio della moglie che gli fa notare il difetto del suo naso) e si configura man mano in una vera e propria crisi esistenziale, tutta interiore, generata dall’ossessivo bisogno di dominare le percezioni altrui di sé. L’incalcolabile moltiplicazione di queste rende la persona, così, una maschera, condanna dell’uomo moderno, che quindi scopre di essere sede di molteplici ruoli, voci, desideri che non possono essere ricondotti a una, coerente, identità. Dal momento in cui sopraggiungono i social, c’è un nuovo teatro dell’essere, un’ulteriore messa in scena dell’identità in cui riconoscere gli altri e noi stessi.

C’è la creazione di una “bolla dell’io”, per cui l’algoritmo diventa nuovo demone pirandelliano. Byung-Chul Han, in un suo saggio del 2013, dice che nella nuova società digitale ognuno diventa proprio strumento di esposizione, configurando l’Io come “progetto” di prestazione per apparire conforme alla società. Ed è quasi del tutto inconscia l’attività costante di trascinare il nostro essere alla scoperta di un’identità da mostrare agli altri nella maniera più convincente possibile, ma lo facciamo per poterci, e farci, riconoscere. Quotidianamente siamo quella o quell’altra persona, capiamo quale ci riesce meglio, quale diventare in un contesto diverso – con persone di cui soffriamo la validazione, per quanto sia mortificante ammetterlo. Ma, attenzione, non ce ne dispiace come a Vitangelo, la cui psiche, nel corso dell’opera, crolla repentinamente fino a impazzire del tutto. Perché in fondo quanti di noi riescono veramente a sapere, ad accettare chi siamo, senza che gli altri intorno ci facciano sentire reali, o meglio, visti?

Ci sentiamo gratificati a pubblicare una foto in cui appariamo bene, pur non riconoscendoci in quella posa, in quel filtro, in quell’immagine; eppure anche il nostro feed di Instagram dice qualcosa su chi, come siamo, dando un’ulteriore visione di noi agli altri. Siamo interpretazioni, molteplici e soggettive ma, comunque, profondamente intrinseche al nostro modo di percepirci personalmente. Forse, perché la più terrificante scoperta siamo noi nel nostro più profondo inconscio, nei pensieri che emergono per un solo istante, nelle più remote e angosciose nostalgie che proviamo, nelle paure inspiegabili e nelle insicurezze irrisolvibili. Non solo non possiamo vederci vivere, ma non riusciamo nemmeno a realizzare, a decifrare a fondo chi siamo per noi stessi. E allora la nostra prima vera identità è quella che si infligge verticalmente su di noi, è dataci dall’esterno, ed è tutta fatta di apparenze. È l’estraneo che indossa i nostri vestiti ed esce di casa, che si mette in posa per le foto, quello in cui non ci riconosciamo veramente, ma che il resto del mondo vede al nostro posto. È quello che non conosceremo mai, e mai come gli altri, e mai gli altri allo stesso modo.

Gaia Cassese

 

 

(1) Consigli di Lettura

«L’IO PIRANDELLIANO DI “UNO, NESSUNO E CENTOMILA”»

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