È con questa faccia da straniero che cerco sempre più spesso di capirci qualcosa nelle istruzioni

CON QUESTA FACCIA DA STRANIERO


È con questa faccia da straniero che cerco sempre più spesso di capirci qualcosa nelle istruzioni, farcite di termini inglesi, che si associano all’uso del mio smartphone, ma debbo averne una simile anche quando in TV qualcuno s’inchina par praticare il baciamano ad una ladra matricolata di etnia ROM: quella per la quale – detto salmodiando, una svenevole litania – il borseggio sulla metro del rider che torna a casa dopo una giornata di fatica, è un lavorooooo, grida lei. So – forse per una questione di età – di essermi fatto chiudere in un’ansa nascosta del fiume dove l’acqua è immobile e grigia, mentre l’avanzata inarrestabile del progresso premia l’eccesso incarnato da un esserino sciapo come Luxuria, il conformismo servile di un Parenzo, la pochezza trascendentale di un Librandi. La replica del ‘600, cioè della rarefazione del pensiero che viene surrogata e mascherata dalla tirannide dei lustrini, è ribadita dalla ritrazione della politica che è molto simile a ciò che avviene nei circoncisi e nelle pozze aggredite dal solleone. C’è sempre meno popolo nelle vicende del Paese anche perché è andata avanti col tempo l’ecatombe delle persone normali mentre è aumentato in misura considerevole il numero di coloro che fanno sfoggio, avvolti in una nuvola di coriandoli e di scintille, della loro arrembante diversità, soprattutto quando essa cospiri contro i valori fondanti della Nazione.

Farsi la barba e guardarsi ogni mattina allo specchio non è l’unica occasione in cui mi accorgo di avere una faccia da straniero. Ci sono posti nella mia città dove ancora posso entrare senza dover esibire il passaporto, e altri posti dove la vista della donna velata che porta in braccio un pargoletto mentre ne tiene un altro nella carrozzina che sospinge avanti a sé, rende purtroppo molto bene l’idea di cosa sarà questo Paese quando, dopo aver pagato dazio alle truppe americane che ne calpestano il territorio dal lontano 1943, registrandone ogni più timido sospiro, dovranno pagarlo anche agli invasori, travestiti da poveri diavoli e da commiserevoli puttini, che arrivano dal Sud del mondo: saranno, infatti, loro – costituendosi in partito (cosa già avvenuta coi noti risultati nel Regno Unito), e sfruttando gli statuti dell’ordinamento democratico che fa leva sulla potenza dei numeri – a stabilire se puoi ancora disporre di qualche spicciolo dell’asse ereditario messo insieme per te dai Padri in due secoli di battaglie, senza che essi abbiano mai fatto nulla, tranne che buttare qualche migliaio di euro sul conto correte degli scafisti.

Un Gay Pride

Noi Italiani, assediati dalla torma degli Italioti, noi uomini rimasti a vegliare su di una rachitica fiammella perché non si spenga per sempre, siamo vittime, colpevoli, di un drammatico paradosso. Ci si arrende alle minoranze che sbandierano la loro sessualità malata come se la scena appartenesse soltanto a loro, pensione completa alle Tremiti. Si fa fatica a tirar fuori uno straccio di legge che elimini gli imbrattatori di opere d’arte: tanti idioti quanti se ne possono contare sulle mani di un monco. Ci si nasconde, paralizzati da tanta soverchieria, tra gli ‘atri muscosi’ e i ‘fori cadenti’ mentre la TV offende di continuo la comunità degli onesti facendo, a spese nostre, pubblicità a quelli che non lo sono. Ma, privi ormai della capacità di raffrontarci con la nostra storia passata e di misurare il nostro presente sulla scorta di quanto possiamo vedere dalla finestra, non ci si vergogna all’idea che i Francesi stanno da quasi un mese sulle barricate per impedire il prolungamento dell’età pensionabile di due anni, mentre ci si era fatti irretire dalle lacrime di una vecchia megera, scritturata da Mario Monti, che lo spostava, in Italia, oltre il limite superato il quale si è già più morti che vivi.

Inoltre, nel prendere atto di sfuggita dei moti milanesi del ’48, non si realizza che allora gli Austriaci non erano poi così tanto diversi dagli Americani. Che negli affari di giustizia pretendono di essere trattati con un metro differente da quello utilizzato per tutti gli indigeni (vedi, a titolo di esempio, l’episodio del Cermis, la fucilazione irrituale di Calipari, il delitto di Perugia, l’assassinio del vicebrigadiere Cerciello Rega). Che ci hanno riempito di bombe atomiche e ci hanno trasformato in un bersaglio preferenziale per i cecchini dell’altra sponda in caso di apocalisse. Che fanno fuori senza troppi complimenti chiunque, come Mattei o come Moro, si azzardi ad impostare una politica nazionale che non sia sincronizzata sul meridiano di Washington: nella fattispecie del presidente della DC, mettendo addirittura un loro delegato nella stanza dei bottoni per assicurarsi che la macumba decretata contro di lui sarebbe andata a buon fine.

È dunque assai facile sentirsi stranieri in questo Paese se si è italiani e se si rifugge dalla tentazione di essere assimilati a degli italioti. La scarsa dimestichezza con le osservazioni scientifiche, per le quali mi sentirei forse portato se non mi fossi incarognito per tutta la vita sulle materie letterarie, non mi ha impedito, abusando della mia immaginazione, di dividere i connazionali in tre fasce e di collocare in quella enormemente più grande, che sta al centro, l’Italia degli Italiani invisibili che parlano Italiano e dalla gente comune che sta lì quasi solo per respirare, sia pure con molto affanno, e per pagare le tasse.

Sopra di essa, a somiglianza dello spettro elettromagnetico che sfuma da una parte negli infrarossi e, dall’altra, nell’ultravioletto, si allungano per l’appunto una striscia sottile, che è quella dell’Italietta serva e chiassosa rappresentata dai manutengoli del Potere, e un’altra striscia, ancora più sottile, che faccio coincidere con l’Italia sparita dei navigatori, dei santi e dei poeti, delle persone capaci, comunque, di secernere delle qualità speciali.

Lo sparo di una pistola per Tenco e Di Bartolomei. La corda per Di Donno, che sfidava, lui, da solo, la mafia internazionale del farmaco. Una modesta stanza d’albergo e il bicchiere lasciato a metà sul comodino da colui – Pantani – che si faceva beffe delle leggi della statica, inarcandosi in salita sul sellino della bicicletta e andando a vincere in solitaria sotto lo striscione del traguardo pieno di neve, di pioggia e di gente, e quella scarsa lama di luce, trattenuta da una grossa tenda a fiori, in cui Pavese – tradito da tutti e da tutto – vide virare al nero l’ultima istantanea della sua vita. Eppoi, il tonfo di una macchina che spegne i dribbling di Meroni, mette fine all’eresia di un Buscaglione troppo diverso dalla mielosa rappresentazione dell’amor cortese, tutto lacrime, e niente gnocca, e quello di un camion che piomba su Rino Gaetano tirando una riga sotto i suoi elenchi, belli grossi come quelli del telefono, ma coi nomi di chi allora già rompeva, e rompeva parecchio, come Pasolini, ma con tutt’altro stile.

Nel concludere, perché è ora, non so decidermi su quale titolo dare al pezzo. Se ‘Con questa faccia da straniero’ oppure ‘Non è (più) un Paese per geni’. Severamente combattuto, mi aiuterò con la classica monetina.

Franco Scalzo

 

 

 

 

 

 

 

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