I confini delimitanti la Vita e la Morte sono innegabilmente tenebrosi e vaghi, ma l’essere seppelliti ancora vivi è senza dubbio il più spaventoso di tutti gli estremi che mai possa toccare a un comune mortale. Era stato “chiamato” in uno sperduto paese, da un mortale che desiderava mettere in atto quello che riteneva il coup de théâtre della sua vita.

 

racconto

di

Riccardo Alberto Quattrini

 

“Non manca mai a nessuno

una buona ragione per uccidersi”

Cesare Pavese.

 

I confini delimitanti la Vita e la Morte sono innegabilmente tenebrosi e vaghi, ma l’essere seppelliti ancora vivi è senza dubbio il più spaventoso di tutti gli estremi che mai possa toccare a un comune mortale. Non abbiamo nomi propri, ma il solo menzionarci incute da sempre paura e terrore. Siamo chiamati i Legionari degli Arcangeli di Michele. Il nostro compito è affiancare ogni mortale nel momento in cui oltrepassa quel diaframma, quel tramezzo, quella barriera che separa la vita dalla morte. Da sempre ci ritraggono come scheletri ricoperti da un mantello nero, con un cappuccio a nascondere il teschio e una falce perennemente impugnata. Niente di più falso. Noi possiamo assumere le sembianze più idonee all’occasione. In questo momento sono un anonimo mediatore che ritorna da un mercato agricolo. Indosso il cappotto e un cappello nero a falde larghe, una giacca di lana grezza marrone, pantaloni di velluto e una camicia di flanella a quadri. Sono di buona e robusta stazza e mi sto recando in un paese sulla cresta di una collina, immerso in una vallata spettacolare, piena di vigneti, campi rigogliosi, pascoli e alberi. Lì vive un mortale che, da un po’ di tempo, richiede la mia presenza, anche se c’è ancora tempo, prima che metta in atto ciò che ha in mente. Sono salito su una corriera e, come faccio sempre, mi sono seduto in fondo, in questo modo posso osservare i mortali che viaggiano con me. Oltre all’autista, ci sono tre donne e quattro uomini, vestiti in maniera sobria. Una delle donne è giovane, ha poco più di vent’anni, e si lamenta con l’altra, più vecchia e avvezza alle confidenze. La ragazza le sta raccontando che il marito della signora Bozzoli, dove è a servizio, approfittando dell’assenza della moglie, le ha accarezzato le gambe, mentre stava sulla scala a lavare i vetri. Rimarca che non è la prima volta.

   «Tu che hai fatto?» domanda l’amica.

   «Nulla. Che potevo fare?» risponde piagnucolando, con il fazzoletto premuto contro le labbra.

   «Dai retta a me, che di mani addosso ne ho avute tante quando ero più giovane. Lascia che lui ti guardi, e se ci scappa qualche carezza lascia fare. Ma solo carezze e nient’altro. Hai capito?»

La giovane si asciuga il naso, e annuisce.

Quante bugie dicono i mortali. La più anziana, in gioventù, ha tollerato ben oltre le carezze. Rimase incinta di uno dei padroni e ora la figlia si prostituisce vicino alle mura cimiteriali. La terza donna è una contadina, pensa di avere un brutto male e torna da una visita specialistica e dovrà attendere prima di sapere l’esito. Vorrei dirle di stare tranquilla, che tutto si risolverà per il meglio. Due degli uomini, invece, sono militari in licenza. Quello biondo con i capelli a spazzola, terminata la ferma obbligatoria, si arruolerà nella Celere e morirà a Modena nel 1950, durante gli scontri violenti per una manifestazione sindacale. Ora basta spiare nelle loro vite; smetto di osservarli e guardo il paesaggio che scorre lento dai finestrini impiastricciati.

A destinazione ci avvolge una nebbia spessa. L’uomo che scende con me si tira su il bavero del pesante pastrano e, lasciata la Provinciale, s’inerpica per una mulattiera appena illuminata da un lampione smorto. A mezza strada si volta, mi fa un cenno con la testa e dice:

   «Ti conosco te, sai!»

Gli faccio segno di proseguire tranquillo; alcuni mortali hanno la capacità di riconoscere le figure ostili. Non deve temermi adesso, non ancora, lo visiterò tra qualche anno. Percepisco il rumore ovattato della corriera che si allontana, due lumicini rossi spariscono nel buio della sera. Mi guardo attorno, chiudo gli occhi e mi ritrovo davanti all’insegna della taverna dove sono atteso: “Osteria del To*o”. La lettera più incisiva è miseramente caduta, mutilando l’animale più dotato per antonomasia. Spingo la porta ed entro. Il locale è poco illuminato, puzza di fumo e vino andato a male, un’immensa nube aleggia sul soffitto a botte. Ci sono diversi mortali accanto al bancone della mescita o seduti ai tavoli, li accomunano i bicchieri colmi di vino e le sigarette accese. Qualcuno grida una sonora bestemmia, tiene una mano nella tasca della giacca e, con l’altra, un bicchiere troppe volte riempito. Ha in testa un cappello chiaro, calato a metà del cranio coperto da quattro peli sudati. Il viso, rugoso come un terreno appena arato, è rosso per il troppo vino e il sole. I discorsi vertono principalmente sulle mucche che hanno nomi di donna: Fiorella, Bettina, Esterina o Suntina. Racconta uno, in dialetto stretto, che una sferzata di coda della Pratolina gli ha scorticato la pelle delle gambe. Tira su i pantaloni e mostra, quasi con orgoglio, le escoriazioni.

Mi avvicino. L’oste, di spalle, è intento a preparare il caffè con una logora macchina che sbuffa fumo come una locomotiva malata.

   «Oste, che cosa hai, oltre il vino, da offrirmi?»

L’oste, senza girarsi, dice nel suo dialetto:

   «Chèst chì vès forèst», e si gira depositando, con le grosse mani inadeguate, la tazzina sopra un piattino posato sul bancone. Ha la faccia tonda e avvampata come una grossa zucca, e ne ricalca tutte le asperità, due scopettoni ai lati rimarcano le orecchie grandi e spesse come due bistecche. «Innura?» chiede asciugando con uno straccio logoro il bancone. «Tì ses forèst nevéra? Chi», e punta ripetutamente l’indice, grosso come una salsiccia, contro il bancone «passa al vin giuär él vin», e ride e mostra i denti neri e gialli come caldarroste, poi batte una manata sul bancone che fa tremare i bicchieri. Anche gli altri mortali ridono sguaiati.

   «Bene» dico, «allora vada per il vino, e riempi anche i bicchieri dei signori», dico e faccio un ampio gesto con il braccio.

L’oste esegue felice. Percepisco la presenza del mortale che mi ha condotto qua. È seduto a un tavolo da cui può osservare il bancone e la porta d’ingresso; gli occhi scorrono ansiosi per il locale. Mi accendo una sigaretta e bevo qualche sorso di vino, prima di incrociare volutamente il suo sguardo. Ora mi ha notato, si alza e si avvicina, zoppica e tiene una brocca vuota nella mano, la posa sul bancone. È basso e tondo ma ha il viso scavato e ossuto, pallido, gli occhi piccoli e sbiechi come asole, un cranio con pochi capelli unti di brillantina e tirati da un lato, indossa un abito dozzinale. Per darsi un contegno, poggia un gomito sul bancone, ma la ridotta altezza, gli permette solo di assumere una posizione sghemba che lo rende ridicolo. Fissa un punto indefinito in fondo al locale, oltre il mio gomito.

Lo incoraggio con un saluto: «Buonasera.»

   «Buonasera», risponde subito con una voce rimasta troppo in gola. «Forestiero?» chiede.

Mi anticipa l’oste che, depositata una caraffa di vino rosso sul piano di legno, gli sussurra in dialetto:

   «Sì, vèss forestee.» Alzo le spalle il mortale continua:

   «Non ci faccia caso, non per niente lo chiamano il Torvo», così dicendo afferra la caraffa per il collo e fa due passi. Poi si ferma: «Non è curioso di sapere perché?»

Annuisco e lo seguo. Ha un’andatura zoppicante per via del piede destro, stretto in uno scarponcino ortopedico. Ci sediamo e posa la caraffa sul tavolo. Entra precipitosamente in argomento temendo, forse, il mio disinteresse.

   «Lo chiamano Torvo per via del fatto che è collerico, irascibile. Ce l’ha con il mondo intero, e la sua collera è alquanto pericolosa. È sempre pronto a scaricartela addosso come una locomotiva a vapore.» Beve una lunga sorsata di vino e prosegue. «Una volta, eravamo in piena estate, un tipo non voleva pagare il vino bevuto, affermando che non era buono. Apriti cielo. Il Torvo, dopo essersi passato le mani enormi sul grembiule, l’ha sollevato dalla sedia e gli ha mollato una serie di ceffoni tanto forti da trasformargli la faccia in una tavolozza, dal rosso tenue al vermiglio.»

   «E i soldi?» domando.

   «Ah, quelli se li è presi!»

   «Bella storia», commento.

Lo sento distante. Si è tanto esaltato nel raccontarmi questa storia, che ora fatica a raccontarmi la sua. Lo aiuto. «Ha altre storie da raccontarmi?» I suoi occhi si fanno tristi, infelici. Sento tutta la sua apprensione, la sua titubanza. Non trova il coraggio di confidarmi ciò che da tempo ha progettato. Lo stimolo. Il mortale mi guarda e, come si stesse togliendo un peso troppo a lungo sopportato, sussurra:

   «Sì, le devo confessare un mio desiderio, che inseguo da diverso tempo e vorrei si realizzasse.»

   «Sentiamo», dico e fingo curiosità.

   «Ecco.» Beve una sorsata di vino e muove intorno lo sguardo; non è in quei muri sbrecciati che troverà le parole. Posa il bicchiere e, a man versa, si asciuga la bocca. «Vede signore, ho cinquantacinque anni, e da quasi trenta costruisco valvole termoioniche alla Osveco, giù in città. Prendo la corriera ogni mattina, appena albeggia, per rientrare la sera che è già buio. Avanti e indietro, sempre la medesima strada. Trent’anni che incontro le stesse persone, e molte le ho belle e accompagnate al cimitero.»

Tutti i suoi timori, le incertezze, i dubbi, si sono lentamente disciolti in quel vino.

   «Mi guardi, come mi vede?» Non attende la risposta. «Sono un uomo insignificante. Orfano dall’età di tredici anni, allevato dal fratello di mio padre, Eugenio si chiamava; Eugenio Adornato, succube di sua moglie, la zia Lina. Non aveva avuto figli e, per questo, mi puniva per un nonnulla. Alla loro morte, di quel poco che avevano, non vidi nulla. Tutto alla chiesa hanno lasciato. Non sono sposato, nemmeno fidanzato. Ho avuto una sola storia, molti anni fa. Poi lei se ne andò dal paese e sa con chi? Con il mio migliore amico, Franco Bezzi, lo stradino. Un giorno mi dissero che erano annegati scivolando giù da un ponte con la moto, tornando dalla balera di notte. Ne soffrii tantissimo, più per l’amico che per la Giulia. Da allora nessun’altra.» Tira fuori dalla tasca un pacchetto di sigarette stropicciato, ne prende una e la rolla tra le dita, la accende e aspira due lunghe boccate prima di proseguire. «È necessario che le confidi un segreto.» Abbassa il tono della voce, sposta lievemente la testa, e mi posa una mano sull’avambraccio. «Per farle comprendere la supplica che giungerà dopo» e si rimette dritto sulla sedia. «Ho un’orribile inclinazione», aspira nervosamente dalla sigaretta. «Mi piace mostrare…», e abbassa lo sguardo all’inguine. «Ora le spiego», riprende determinato «con me la natura è stata avversa. Mi ha dotato di un bel piedino che è motivo di scherno.» Solleva la gamba destra mostrando un piede deforme. «Si chiama piede equino. Bello vero? Ma se è stata avversa da un lato, togliendomi il piacere di correre, è stata prodiga dall’altro», e abbassa nuovamente lo sguardo sui pantaloni. «Ha capito?»

Mi raddrizzo sulla spalliera e gli sorrido, limpido.

   «Per me è sempre stato l’unico vanto. Non ho altro. E gli amici, per questa mia dote, mi chiamano Pilone», e ride in modo osceno.

   «Non è poi così grave», lo consolo. «La natura è stata avara e munifica al contempo. E poi, tra ragazzi, è comune esibire, vantare, mostrare. Si ostenta la forza, il coraggio, ci si vanta per la bravura, l’intelligenza Ma l’ostentazione dilatata nel tempo, a volte, nasconde un disagio, una difficoltà di sopravvivenza.»

   «Si spieghi meglio», dice incuriosito.

   «Ecco, lei, con quel gesto, ha cercato di mandare un messaggio al mondo. “Ehi, sono qui! Anch’io esisto”.»

   «Sì, è proprio così!» conferma con gli occhi fissi in un punto lontano.

Mi do del bastardo. Non gli pare vero che qualcuno abbia compreso il disturbo che da sempre lo assilla.

Aggiunge in un sussurro: «Ho sempre desiderato che si accorgessero di me… anche se apparivo così insignificante.»

   «E ora, dopo questa lunga premessa, qual è l’epilogo?»

   «L’epilogo?»

   «Sì. Qual è il suo desiderio?» Trascorrono alcuni minuti prima che risponda, non trova le parole giuste per confessarlo.

   «Ecco…»

Ci siamo, penso.

   «Lei dovrebbe soltanto guardarmi», dice tutto d’un fiato.

   «Guardarla? Guardarla fare che?»

Il mortale reclina da un lato quella sua testa affusolata, e dice in un soffio:

   «Morire.»

   «Morire?» grido quasi e scatto sulla sedia.

   «Ssshhh!» il mortale si porta l’indice sul naso. «Qui hanno orecchie anche i muri.»

   «Lei vorrebbe che io la guardassi morire. Ho capito bene?» dico con voce più bassa.

Annuisce e aggiunge:

   «Lo so che può sembrare una richiesta assurda», dice giocando con il bicchiere vuoto.

   «Assurda?» fingo disappunto. «La definirei insensata, stramba, paradossale.»

   «Non ne ha il coraggio?» mi chiede.

Devo trattenermi per non ridergli in faccia. «Perché ha scelto me?» domando invece serio. «Me e non un suo amico, un compaesano.»

   «Ci avevo pensato», dice e guarda con amarezza il fondo del bicchiere «ma è gente di chiesa, bigotti. Bestemmiano in continuazione, poi, però, vanno a messa, si confessano e chiedono perdono al Signore.» Si versa ancora del vino, beve una lunga sorsata. «Lei, invece, è il cielo che l’ha mandata. La prego», miagola, carezzandomi quasi la mano.

Fingo riluttanza e poi sbotto: «No! È folle come richiesta. E poi, mi scusi, tra mostrare e togliersi la vita, ce ne passa. Ci vuole molto coraggio, molto, per compiere quel gesto.» Lo fisso in quegli occhi divenuti acquosi per il vino ingurgitato.

   «Sono sempre stato un vigliacco, ma ora temo più la vita che la morte», poi in una smorfia ridicola aggiunge: «ma anche lui voglio sorprendere. Soprattutto lui», rimarca e indica un punto indefinito del soffitto e vi rivolge lo sguardo opaco.

Resto per un momento a osservarlo, fingendo di non aver capito a chi alluda. Poi mi batto una mano sulla fronte:

   «Ah lui, quello che chiamano… chiamano…», faccio schioccare più volte le dita fingendo di non ricordare il nome.

   «L’angelo della Morte», dice in un soffio.

Già, l’angelo della Morte. «Lei, dunque, è convinto con questo gesto di riuscire ad anticipare ciò che è ineluttabile.»

Mi guarda serio: «Sì. Lui mica se l’aspetta ed io… zac!» e cala il taglio della mano destra sul palmo dell’altra. «Anticipandolo gli scombussolo i piani, o no?» e stira le guance in un sorriso teso.

   «Mi faccia capire. Crede davvero che il suo gesto anticipi un evento prestabilito? È così convinto di fregarlo?»

   «Ne sono certo!» risponde.

   «E quale metodo userà per questo gesto estremo?»

   «Ma è semplice», dice sciogliendosi dall’incanto che l’ha bloccato. «Ma è semplice», ripete «con un gesto spettacolare, da esibizionista quale sono. Una bella fune appesa al collo.»

   «E dove avrà luogo questa sua esibizione?»

   «A casa mia», e si punta l’indice sullo sterno. «È sufficiente la sua presenza. Non le chiedo altro.»

Mi spiega i termini del suo piano accalorandosi mentre descrive la scena. Mi alzo dalla sedia e fingo di valutare la sua proposta. Il suo sguardo implora una risposta favorevole.

   «Va bene», dico alla fine. «La assisterò.»

Si alza sfregandosi le mani. «Vedrà, vedrà che non la deluderò.»

Poi s’infila il pesante pastrano, si avvia verso l’uscita e, rivolto all’oste, grida: «Torvo, pago domani.»

Ed esce sorridendo.

 

Fuori veniamo fagocitati da una nebbia spessa come un uovo sodo. Non un suono è percettibile, solo il gemito della scarpa ortopedica rimarca ogni passo del mortale. Le poche finestre, con piccoli rettangoli di luce irregolare, ci accompagnano lungo il breve cammino che ci separa dalla sua casa. Giungiamo davanti a un portone di legno. Lo apre. Nel cigolare pigro, mi fa segno di abbassare la testa per non sbattere contro la traversa. Saliamo alcuni gradini di pietra grigi, resi scivolosi dall’umidità della notte.

Infila una chiave nella serratura di una porta e, prima di entrare, con un movimento ampio del braccio, mi mostra il cortile. «Come vede è una vecchia casa di ringhiera. La latrina è in comune, in fondo alla balaustra.» Spinge la porta ed entra. Ruota un interruttore e una luce fioca illumina la stanza.

Entro, si fa di lato e dice: «Ecco, questa è la mia umile casa, non c’è altro.» Si leva il pastrano che appende a un attaccapanni inchiodato al muro come un Cristo. «Qua è trascorsa quasi tutta la mia vita.»

Si tratta di un grande stanzone rettangolare, con un’unica finestra che si affaccia sulla corte. La parete di destra è occupata da una credenza di legno bruno. Ai lati delle piccole vetrine piene di bicchieri, piatti disuguali, zuppiere sbeccate, bottiglie di vino e alcuni soprammobili impolverati. Nell’angolo, un ingiallito paralume sovrasta due poltrone ricoperte da una tela a fiori stinta e un basso tavolino di legno tondo. Sulla parete opposta, un letto sfatto, un comodino con una piccola lampada e una radiolina. Discosto, un armadio a due ante, il cui specchio macchiato riflette muto la stanza. Al centro dello stanzone un grosso tavolo circondato da quattro sedie spaiate. Una tenda, tirata sullo sfondo, nasconde il piccolo cucinino. Delle macchie d’umidità ristagnano sulle pareti grigie; l’acqua, scendendo dalla modanatura più alta, ha tracciato lunghe sagome scure. Sul soffitto, proprio sopra il letto, un’altra perdita ha disegnato un uccello minaccioso con le ali spiegate, segno d’oscuri presagi.

   «Ha cambiato idea?» domando mentre mi levo il cappotto che appendo assieme al cappello.

Il mortale scuote la testa, apre un’anta e ne cava una grossa corda. «Pensa che andrà bene?» chiede mentre me la porge.

La faccio scorrere tra le mani, poi do un paio di strattoni.

   «Sì, è una corda Standard Drop», rispondo volendo esagerare di proposito.

Lui la riprende e mi fissa con occhi interrogativi.

   «È la misura per le corde usate proprio per le impiccagioni. Questa è appunto una Standard Drop. Misura dai quattro ai sei piedi; perfetta per il suo scopo.»

   «Ne sono felice», dice un po’ fievolmente «pensavo non fosse abbastanza robusta.»

   «Lo è. Oh se lo è», convalido. «E dove intende appenderla?»

   «Vede quel grosso anello là, vicino alla finestra?»

Alzo la testa e vedo un grosso gancio che pende dal soffitto.

   «Ecco è là che pensavo di attaccarla.»

   «E come pensa di arrivare fin lassù?»

Lui indica il tavolo. «Prima mi dovrebbe aiutare a spostarlo sotto l’anello. Come vede, sono molto alti i soffitti in questa casa.»

Una volta sistemato il tavolo, afferra una sedia ve la depone sopra e mi allunga una mano. Gliela afferro e lo aiuto a salire. Il mortale depone il suo piede equino sul piano di legno che scricchiola appena, da lì sulla sedia che ciondola un poco. Percepisco un leggero tremito nelle gambe. Allunga le mani al soffitto, ma stenta ad arrivare all’anello. «Non ci arrivo» dice e mi guarda dall’alto, con una leggera vertigine.

Mi guardo attorno. Ecco, so quello che occorre. Mi avvicino al comodino, lo apro e lo svuoto da tutto ciò che contiene: libri, riviste per soli uomini, dischi in vinile e un pitale. Depongo anche la lampada e la radiolina.

   «Ora ridiscenda», gli ordino in maniera ferma. Il mortale ubbidisce. Prendo un’altra sedia e la sistemo sul tavolo, accanto alla prima. Quindi sollevo il comodino e lo appoggio sulle sedie, in orizzontale.

   «Salga», lo esorto. «Vedrà che ora ci arriva.» Gli porgo la mano e me la stringe deciso; è gelata e sudaticcia. Gli allungo la corda. Il mortale stende le braccia e la lega all’anello che pende dal soffitto. Mi guarda dall’alto. Lo sento elettrizzato. Il panico non l’ha ancora visitato. Sta pensando a quando da ragazzo, nascosto con i suoi compagni nel folto dei cespugli, attendeva la vittima designata. Non appena, dalla strada polverosa, giungeva una giovane contadina, con il cesto di vimini colmo d’erba appena falciata sulla schiena, saltava fuori per mettersi al centro della strada e mostrare con orgoglio l’unica cosa di cui la natura è stata generosa, calandosi i pantaloni. E poi via, a perdifiato, lungo i filari di granturco, a frustarsi le gambe nude.

   «Signore! Ehi!» lo richiamo. «Che fa, si è imbambolato?» e batto forte le mani.

   «No, no. Stavo ricordando, stavo solo ricordando.»

   «Il nodo. Il nodo che ha fatto, non va bene. Mi ascolti. Deve legare molto bene la corda a quell’anello, con nodi più stretti. Deve essere ben affrancata. Ha capito?»

Il mortale esegue.

   «Sì, penso che ora ci siamo. Aspetti! Faccia una prova.»

   «Una prova?» ripete sorpreso. «E in che modo?»

   «Stia attento, si attacchi bene alla fune e con le mani dia un paio di strattoni. Così, bene. Molto bene.» Annuisco soddisfatto. «Ora basta. Faccia un cappio.»

   «Un cappio?» domanda con un’espressione cupa.

   «Il cappio, sì. Il nodo scorsoio. Accidenti! Ha detto di essersi preparato ma non mi sembra. Lo avrà pur visto al cinema, in qualche film.»

Scuote la testa e riprova.

   «No, cosa fa? In questo modo, non mi muore.»

   «Come non muoio!» esclama.

Capisco di esasperarlo. Se continuo così perderà quel poco di coraggio che gli rimane e rinuncerà. «Facciamo così», riprendo più accondiscendente «scenda un attimo, si fa un sorso di quel vino che sta nella credenza mentre io salgo e faccio il nodo giusto. Venga.»

Allungo il braccio. Il mortale stira le labbra in un sorriso sciocco, annuisce e scende. Con un balzo salgo sopra il comodino. A volte so di esagerare. Mi rimprovero. Il mortale inebriato mi guarda dal basso, sempre con la sua bottiglia in mano.

   «Quanto è alto?» domando.

   «Io? Sarò un metro e cinquanta. Ma perché?»

   «La lunghezza della corda deve essere esatta.» Armeggio un po’ e formo un cappio accurato. «Ecco fatto. Ora è perfetta, un vero nodo scorsoio.»

Il mortale osserva la cura con cui gli ho preparato il patibolo. Cava un fazzoletto e si asciuga la fronte e le mani. «Signore», dice con una voce fievole. «Non è che lei si sta divertendo?»

   «Divertirmi? Nooo! Ma che dice. Amo le cose fatte bene. Ma che ha? La vedo molto pallido. Ha paura? Ci ha ripensato?» Scivolo giù, con la stessa facilità e disinvoltura con cui ero salito. Lo pungolo nel suo orgoglio. «Lo vede che avevo ragione? Lei ci ha ripensato», e gli batto una mano sulla spalla.

   «Beh, no. Non è che ci ho ripensato ma… vedendo la sua totale indifferenza pensavo…»

   «Ah, lo sapevo. Lo sapevo.» Batto una manata sul tavolo. «Ne ero certo. Pensava che avrei cercato di persuaderla a rinunciare, vero? Che le avrei rifilato i soliti luoghi comuni, le solite belle paroline, i soliti bla bla bla. Rifacendomi, magari, ai valori universali della vita. No! Assolutamente no! Sono un dogmatico assertore del libero arbitrio. Ricordi: il libero arbitrio è l’unica cosa che ci distingue dagli animali. Loro sono istintivi, noi abbiamo la volontà. Lei ha la facoltà di decidere la sua sorte. Rifletta. Decida, ma ora!» e salgo sul tavolo accosciandomi e porgendogli la mano.

Il mortale, sottosopra come una sedia rovesciata, prende la mia mano e sale ginocchioni fin sopra il comodino. «Ora segua attentamente i miei consigli. S’infili il cappio. Così… molto bene. Fermo! Non tremi. Faccia scorrere il nodo in modo che si appoggi alla nuca. Piano, sì così. Ora, con le due mani, si attacchi alla fune, rimarrà perfettamente in equilibrio. Molto bene. È stabile?» domando e salto giù dal tavolo.

Così immobile, ritto come un palo, con le mani attaccate alla corda, mi pare san Sebastiano in attesa delle frecce.

   «Sì… sono stabile», dice con voce debole e tremula come un sospiro.

   «Si ricordi, quando salta si lasci andare. Non s’irrigidisca. Mi ha capito?»

   «Chi sei?» domanda asciutto, passando al tu.

   «Che importanza ha?»

   «Chi sei veramente?» insiste.

   «Avanti! Si lasci andare! È un attimo, un battito d’ali.»

   «Chi sei?!» grida ritrovando un’energia che avevo dato per persa.

   «Guardi. Mi guardi», ordino.

   «Stai zitto! Zitto! Non voglio più ascoltarti» reagisce e si porta le mani sulle orecchie. «Non voglio più mostrarti niente. Non è come quando ero ragazzo. Allora mi divertivo, ora no. Forse la vita non è poi così schifosa. Voglio viverla ancora un po’.» Si porta le mani al cappio e fa per levarselo, mentre io poggio le mani sul bordo del tavolo e lo scaravento da un lato mandandolo a schiantarsi, con un fragore di mareggiata, contro lo specchio che si frantuma, gettando per la stanza schegge come dardi appuntiti. Grida e sente il comodino scivolargli da sotto i piedi e sfondare la vetrinetta della credenza. Una sedia scivola sotto il letto mentre l’altra colpisce con violenza il paralume. Precipita e la discesa dura un attimo, un istante, un fiato. Fiato che all’improvviso gli manca e gli si strozza in gola, allorché il cappio spezza un paio di vertebre cervicali, con un rumore secco che schiocca nella stanza.

Ora penzola dal gancio con la testa storta da un lato in una posa grottesca.

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