Anita e Miriam sono le due ballerine di punta di un’importante compagnia di danza classica, guidata da una direttrice ossessionata dalla perfetta magrezza delle sue allieve. Hanno lo splendore e l’energia dei vent’anni, ma hanno qualcosa in più delle loro coetanee: la leggerezza, la capacità di spiccare il volo. La loro vita è scandita dalle massacranti prove, dai pasti veloci consumati rigorosamente lontane dagli sguardi altrui, dalle conversazioni online con uomini nascosti sotto un nickname, dallo studio tormentato dei propri corpi e dei loro più piccoli mutamenti.  La danza fagocita le loro vite e spazza via tutto il resto.

 

Le ballerine si fanno ombre.

 

 

Corpi di ballo è il secondo romanzo di Francesca Marzia Esposito, che fissa il suo occhio preciso e puntiglioso sul mondo della danza. L’ungi dal dare al lettore un’immagine da prima serata televisiva, Esposito nella sua prosa narrativa si concentra sul dietro le quinte, sulle prove della messa in scena. Centro della sua osservazione è il corpo, che per una ballerina è prigione e strumento esattamente come lo è per le due protagoniste: Anita e Miriam; entrambe condividendo la stessa passione e il medesimo talento, e sono impegnate a portare in scena il celebre balletto Ondine.

   Tema della rappresentazione è, appunto, lo scomparire, il farsi semplice movimento, un desiderio parossistico di divenire soltanto ombra. In un gioco di specchi l’autrice, con la sua scrittura accurata nel selezionare pensieri e situazioni, conduce il lettore nella tenebra di un corpo che ragiona per assenza. Non c’è nulla della leggerezza calviniana, nulla a che vedere con la sublime vitalità delle ballerine descritte da Louis-Ferdinand Céline. Le danzatrici di Esposito vivono un cupio dissolvi che neppure il finale agrodolce riesce a farci dimenticare.

   Corpi di ballo è un romanzo in cui i personaggi non hanno un’interiorità che non si dica nel muoversi dei corpi; Anita e Miriam sono descritte nelle loro funzioni più basse, mangiano, dormono, hanno freddo, hanno crampi e dolori, e possono morire. Sono creature; più il destino decreta la loro evanescenza, più il romanzo ce le consegna concrete e reali.

La trama del romanzo.

Anita e Miriam sono le due ballerine di punta di un’importante compagnia di danza classica. Hanno lo splendore e l’energia dei vent’anni, ma hanno qualcosa in più delle loro coetanee: la leggerezza, la capacità di spiccare il volo. E qualcosa in meno: la danza fagocita le loro vite e spazza via tutto il resto. Si allenano molte ore al giorno, e il tempo che rimane è dedicato alla cura del corpo e alla ricerca di nuovi modi per rendersi impermeabili al cibo. Le uniche incursioni del mondo esterno nel loro appartamento sono le visite notturne del ragazzo di Miriam e di un suo amico strambo con la fissa per la scrittura, oltre ai messaggi degli ammiratori che Miriam ha collezionato sui social network pubblicando le sue foto. Anita considera Miriam talentuosa e carismatica, è convinta che sia una ballerina migliore di lei, ne è sedotta e al tempo stesso non può fare a meno di invidiarla, di sentirsi sottilmente in competizione con lei. L’estate è appena cominciata, insieme alle prove per Ondine, il nuovo balletto che la direttrice della compagnia – un’ex ballerina ossessionata dalla perfezione e dalla magrezza delle sue allieve – ha deciso di mettere in scena. Gli allenamenti sono massacranti, Anita è sempre più stanca, sotto pressione, gelosa della palese predilezione dell’insegnante per Miriam. Un giorno che sembra uguale agli altri, mentre le ragazze fanno la spesa dopo una lunga sessione di prove, Miriam si accascia al suolo e perde i sensi. Questo evento è destinato a cambiare per sempre la vita di Anita, mandando in frantumi tutte le sue certezze, a cominciare dal rapporto col proprio corpo. È l’inizio, per lei, di un cammino accidentato di ricostruzione della propria identità. Nel mondo della danza le leggi che valgono là fuori si annullano, la parola perfezione ha un significato diverso, che si avvicina molto al concetto di sparizione: “Quando si balla si azzera la distanza tra la vita e la morte, ci si innalza al di sopra dell’ovvio e del normale, e per farlo occorre ridursi a meno corpo possibile”.

 

Come inizia.   

Il libro

 

Anita e Miriam sono le due ballerine di punta di un’importante compagnia di danza classica. Hanno lo splendore e l’energia dei vent’anni, ma hanno qualcosa in più delle loro coetanee: la leggerezza, la capacità di spiccare il volo. E qualcosa in meno: la danza fagocita le loro vite e spazza via tutto il resto. Si allenano molte ore al giorno, e il tempo che rimane è dedicato alla cura del corpo e alla ricerca di nuovi modi per rendersi impermeabili al cibo. Le uniche incursioni del mondo esterno nel loro appartamento sono le visite notturne del ragazzo di Miriam e di un suo amico strambo con la fissa per la scrittura, oltre ai messaggi degli ammiratori che Miriam ha collezionato sui social network pubblicando le sue foto.

   Anita considera Miriam talentuosa e carismatica, è convinta che sia una ballerina migliore di lei, ne è sedotta e al tempo stesso non può fare a meno di invidiarla, di sentirsi sottilmente in competizione con lei.

   L’estate è appena cominciata, insieme alle prove per Ondine, il nuovo balletto che la direttrice della compagnia – un’ex ballerina ossessionata dalla perfezione e dalla magrezza delle sue allieve – ha deciso di mettere in scena. Gli allenamenti sono massacranti, Anita è sempre più stanca, sotto pressione, gelosa della palese predilezione dell’insegnante per Miriam. Un giorno che sembra uguale agli altri, mentre le ragazze fanno la spesa dopo una lunga sessione di prove, Miriam si accascia al suolo e perde i sensi.

   Questo evento è destinato a cambiare per sempre la vita di Anita, mandando in frantumi tutte le sue certezze, a cominciare dal rapporto col proprio corpo. È l’inizio, per lei, di un cammino accidentato di ricostruzione della propria identità.

   Nel mondo della danza le leggi che valgono là fuori si annullano, la parola perfezione ha un significato diverso, che si avvicina molto al concetto di sparizione: “Quando si balla si azzera la distanza tra la vita e la morte, ci si innalza al di sopra dell’ovvio e del normale, e per farlo occorre ridursi a meno corpo possibile”. È quello che Francesca Marzia Esposito riesce a fare con la sua scrittura leggera, plastica, delicata – a tratti cruda, feroce: ci porta lì dentro con sé, e di quel mondo ci fa sentire la fame, la violenza, l’assoluta vertigine.

 

 Corpi di ballo

 

È solo una mortale, una mortale come lo siamo tutti finora; una disposizione temporanea di molecole.

MICHEL HOUELLEBECQ, La possibilità di un’isola

Fin dai primi tentativi più compiuti di immaginare il mio futuro, ho sempre pensato due cose: non avrei mai fatto figli e sarei diventata una grande ballerina; quasi i due pensieri rappresentassero gli estremi di un patto che avrei potuto stipulare solo dismettendo un ruolo per ottenere l’altro; come se la vita fosse una corda misurata e grama, e percorrerla comportasse una catena di rinunce – anche gioiose, dopotutto; i patti con Satana sono allegri, non fanno avvertire la mancanza, io stessa, oggi che ne parlo, rimango accesa nella solitudine di un corpo che non si è duplicato ma che ha tentato il raddoppio nella magrezza. Del resto i malefici sono sempre ottime occasioni per vivere.

PRIMA PARTE

1

Una musica in tre quarti arrivava dal piano di sotto, un suono occluso, cerebrale. Nello studio della direttrice non trovai nessuno, rimasi in piedi davanti allo scrittoio cercando di mantenere una postura eretta.

   L’anno accademico era terminato, così come i corsi amatoriali e, a parte gli stage, la scuola restava a uso esclusivo della compagnia di cui facevo parte.

   La stanza, inondata dai raggi del sole, era fresca di aria condizionata. Guizzi di luce colpivano le fotografie appese alle pareti trasformandole in specchi accecanti. Se spostavo appena il baricentro, tornavano nitide. Erano immagini di repertorio, immortalavano corpi in torsione immersi in un bianco e nero inquietante. Siamo diventati tutti bravi belli e intercambiabili, pensai osservando una gigantografia. A quell’ora mi sarei dovuta trovare nella sala piccola a lezione di perfezionamento, la seconda della giornata. Non mi avevano detto il motivo della convocazione, ma immaginavo si trattasse di Ondine. Per scaramanzia mi ero tenuta lontana da qualsiasi notizia. Giravano voci – e queste purtroppo non avevo fatto a tempo a scansarle – che la Holmes avesse in mente qualcosa tra il classico e il contemporaneo, svecchiando, così avevo sentito dire, quanto di polveroso appesantiva le precedenti produzioni.

   Mi parve di oscillare. Così cominciava l’estate.

   Quando udii passi inconfondibili avanzare lungo il corridoio, raddrizzai la schiena allargando bene le spalle. Tacchi alti rettangolari comparvero di profilo sulla soglia, come se l’intera figura, immobile e pendente da un lato, avesse individuato una preda in fondo al corridoio.

   «Quei due non hanno capito un cazzo» disse la Holmes entrando nella stanza. «Devi avere cervello se vuoi ballare.»

   Avanzò verso di me, la chioma fosforescente ondeggiò attorno al cranio per poi tornare inerte. Indossava il consueto completo elegante, come se anni fa si fosse vestita per una cerimonia e non si fosse cambiata più. Era stata ai tempi una ballerina di carattere, una di quelle danzatrici che, non possedendo un corpo particolarmente dotato, si erano viste costrette a ripiegare sull’espressività, sulla tempra, su un certo magnetismo teatrale. Aveva comunque portato avanti una buona carriera da solista calcando le scene fino a quando l’anca le si era frantumata. L’andatura rigida e vagamente asimmetrica la doveva alla protesi d’acciaio. Era stato il dottor Ligeti, ora medico dell’accademia, a inserirle la piastra di metallo nel bacino. La causa dell’incidente rimaneva avvolta nel mistero, non si sapeva nemmeno se fosse dovuta alla danza. Apparteneva al passato mitico della Holmes, una falla biografica che fungeva da perno al suo personaggio leggendario, a tratti inumano.

   «Siediti» ordinò. «Ho detto siediti» ripeté col suo accento inglese ormai debolissimo.

   Si accomodò all’altro lato dello scrittoio diventando un mezzobusto austero. Lenti spesse ingigantivano le pupille e le palpebre cadenti. Spostò alcuni fogli creando un varco tra me e lei, si voltò di scatto e fissò la parete, come attraversata da un pensiero fulmineo. Poi riattivò il corpo battendo i palmi sul ripiano e scostò la sedia con un colpo di reni. Raggiunse precipitosamente la porta, la spalancò, si infilò due dita in bocca e cacciò un fischio risoluto cui fece seguito il silenzio di prima.

   «Dicevamo…» cominciò rassettandosi la gonna sotto le cosce mentre tornava a sedersi. Sfilò una matita dal portapenne con il logo dell’accademia e cominciò a scarabocchiare su un foglio.

   Attendevo una mossa, invece lei rimase sprofondata nel suo cervello. Non era la prima volta che partiva per la tangente, la Holmes era capace di trasformarti in un oggetto nel giro di pochi secondi e di ignorarti.

   Mi aggrappai al bordo della sedia e feci un falso movimento per attirare l’attenzione.

   «Il problema è che bisogna bilanciare costruzione e distruzione, la creazione stessa contiene già un’intrinseca distruzione. Sai cos’è che incanta? Che la scena rimanga onirica. Possiamo rappresentare anche la violenza, ma è importante che non inneschi un giudizio morale, l’arte ne soffrirebbe.»

   Segnò una ics enorme sullo sgorbio appena fatto, alzò gli occhi e mi osservò come stupita della mia esistenza.

   «Alzati, Anita» disse.

   Mi tirai su, accoppiai le gambe malleolo contro malleolo. Quando anche lei si mise in piedi, la luce del sole la investì trasformandola in una sagoma incandescente.

   «Ligeti mi ha consegnato le schede. Non sai che enorme rottura sarebbe se venissero fuori voci, insinuazioni…» Fece cenno di voltarmi. Compii una rotazione graduale diventando un prisma sfaccettato. Sentivo i suoi occhi addosso, ovunque.

   «E poi Ondine romantica ha rotto i coglioni» continuò, «la naiade non vuol uscire dalla perla, la non vita è molto più allettante, voglio un’Ondine svogliata e orgiastica, il tutù glielo ficco su per il culo ai pescatori.»

   Tornai frontale, lei inclinò la testa e si soffermò a valutare chissà quale porzione del mio corpo.

   «Sarai sicuramente stanca» riprese, «abbiamo finito da poco le repliche, un po’ di riposo è quello che ci vuole.»

   Andò a sedersi sul divanetto di vimini, e quando accavallò le gambe il nailon delle calze scintillò. Stese il braccio verso il tavolino, si versò due dita d’acqua, poi prese un blister dalla ciotola, premette sul lato di alluminio e mise in bocca una compressa, la inghiottì reggendo il bicchiere come fosse colmo di nitroglicerina, e con la stessa cautela il bicchiere tornò sul ripiano.

   «Voglio essere molto chiara con te. Ligeti parla di deficit, usa parole come pericolosamente sottile

   Ferma sul posto vacillai di nuovo. «Le relazioni mediche vanno a finire nello schedario, tu capisci che se succedesse qualcosa, qualsiasi cosa, ci andrei io nei cazzi.» Si alzò, aprì la cassettiera e iniziò a rovistare. «Mettere in scena una violenza stilizzata e trasformarla in altro. La danza diventa violenza e viceversa, due Ondine, una scena doppia rigorosa… le tentazioni sono multiple.»

   Di quale violenza sta parlando? pensai. Dopodiché fece una pausa che a me parve lunghissima, aprì l’anta dello scaffale a muro, sollevò un plico di stampati e appoggiò le spalle allo stipite.

   «Facciamo così: ti prendi qualche giorno di vacanza, torni a casa, vedi il fidanzato, fai le tue cose, mangi un po’, senza ingozzarti, ovviamente. Del resto facciamo danza, mica siamo calciatori, quello stronzo di Ligeti non l’ha ancora capito.»

Chiusi per bene la porta come mi aveva detto di fare e attraversai il corridoio. La scuola sembrava vuota. Si trovava in una palazzina antica, i soffitti alti stuccati coi putti creavano un’atmosfera soprannaturale. Nell’aria aleggiava un che di religioso, qualcosa che una volta aveva avuto a che fare con la preghiera, la devozione, i silenzi prolungati delle veglie e delle processioni e che nel tempo si era depositato sotto forma di anomalo silenzio. I battenti smerigliati creavano un effetto sinistro. Quando si avvicinava qualcuno, sul vetro compariva una forma scontornata e buia, come se un morto dall’oltretomba si palesasse, un essere fermo da un’infinità di anni con l’intenzione di fare qualche piroetta giusto per sgranchirsi un po’.

   L’entrata dell’accademia aveva un breve disimpegno completo di divanetto e stampe di balletti famosi appese sui muri. Al secondo piano il corridoio portava allo studio della direttrice e alla sala A, la principale, mentre al primo si trovavano gli spogliatoi e altre sale di prova. Durante le lezioni i corridoi rimanevano deserti. Nei lunghi percorsi che diramavano alle sale, si sentiva il riecheggiare della musica e dei passi strisciati sul parquet. I colpi secchi delle scarpette da punta, dovuti al gesso che rinforzava le mascherine, creavano un tam-tam esoterico, il suono di un rituale in corso. Era il nostro mondo, il nostro giardino recintato, lo spazio sacro accessibile unicamente agli eletti che esercitavano l’arte tersicorea. Gli estranei potevano solo provare a immaginare quello che accadeva lì dentro. L’edificio stesso rappresentava il confine tra noi e la realtà profana che ci aggrediva appena fuori con le sue coordinate fatte di asfalto e cemento a perdifiato.

   Passando davanti alla sala A vidi una ballerina in divisa azzurra languidamente assente, in bilico su una gamba come un trampoliere incantato in un ipermondo. La superai e tornai al piano inferiore.

   Nello spogliatoio le panche lungo le pareti erano occupate da vestiti e borsoni, mentre sotto i ripiani erano allineate le scarpe. Trovai un posto libero e sfilai le maniche della tutina. Dall’altra parte del muro qualcuno azionò lo sciacquone, allo scroscio seguì il risucchio idraulico della pompa in decompressione. Poco dopo la porta del gabinetto si aprì.

   «Allora?» disse Miriam comparendo sulla soglia.

   Iniziai a slacciare i nastri alle caviglie, scalzai le punte e un sollievo istantaneo alle estremità dei piedi mi stordì. Controllai lo stato delle vesciche croniche su ogni singolo dito: tutte scoppiate e cicatrizzate male, la pelle ridotta a una pellicola giallognola accartocciata sulla carne viva. Presi l’asciugamano e, mentre stavo per passare, Miriam si portò le mani ai fianchi e strizzò il punto vita a mo’ di cintura.

   «Ma non fai lezione?» chiese.

   «Ormai…»

   «Che c’entra, anch’io entro per i rond de jambe.»

   Rimase a fissarmi con la bocca aperta. Da qualche tempo aveva preso un’espressione vacua. Non era il semplice pallore a incavarle gli occhi, proprio lo sguardo le conferiva una fissità alienata. La superai di taglio nello spazio tra il suo braccio e la parete, e oltrepassai la porta socchiusa del gabinetto. Ogni volta che si rintanava a dare di stomaco, anche a casa, nell’aria rimaneva un fetore nauseabondo, un tanfo dolciastro di fonte sorgiva putrida.

   Entrai nella cabina della doccia e miscelai il getto. Quando tornai gocciolante alla panca, Miriam era appollaiata sul davanzale in una delle pose in cui spesso la immortalava Giordano. Diventava una venere lattea, una scultura di cera plasmata tra calanchi e lunghi stacchi muscolari incurvati docilmente nelle giunture. Appoggiò il telefono sulla coscia e scartocciò una mela.

   «Non ho capito se ha deciso qualcosa» disse.

   Alzai le spalle come a intendere che non sapevo niente di nuovo.

   «Ma chi vuoi che prenda, siamo le uniche che si somigliano, a parte l’altezza» osservò mentre addentava la polpa, lo sguardo fisso sul telefono.

   La guardai. Era vero, nonostante il suo metro e settantasette che in scena, sulle punte, la faceva giganteggiare, ci assomigliavamo. Io rimanevo comunque la versione ridotta, in tutti i sensi.

   Certi giorni avrei voluto essere lei. Era magnifica, aggraziata, magra, tonica. Il collo del piede prominente le inarcava la caviglia creando un effetto a uncino amplificato dal ginocchio che, anziché sporgere, rientrava nell’incavo. Una caratteristica che nella vita ordinaria verrebbe considerata una storpiatura ma che in scena forma una linea aerodinamica di grande bellezza. Io stessa, seppure in modo meno accentuato, avevo quelle che in gergo venivano definite gambe a sciabola.

   Miriam era talentuosa, in fila accanto alle altre spiccava, catalizzava l’attenzione. Non era solo bravura tecnica, emanava qualcosa di indicibile. Il suo corpo insettiforme, anche in condizione di stasi, irradiava. Era carismatica. La naturalezza con cui portava a termine un développé, un’arabesque, il piglio con cui posizionava il braccio per calibrare la spinta della piroetta, lo spot deciso della testa che, durante i giri, tornava frontale in un battito di ciglia creando l’effetto di mancato dinamismo, la precisione con cui chiudeva le quinte dopo un passaggio difficile, la linea asciutta dei port de bras col vezzo lezioso del polso: tutto era esatto e seducente. La adoravo. Talvolta poteva risultare altezzosa e indurre un senso di distacco in chi la osservava, questo però non toglieva niente alla sua pulsante perfezione.

   «Se invece di spiarmi nei video venissero a teatro a vedermi danzare, risolleverei l’economia del settore» disse. Sviluppò una gamba in alto e orientò verso di sé lo schermo del telefono. Quando ebbe finito, si avvicinò per mostrarmi una sequenza di immagini pressoché identiche che ritraevano in primo piano una coscia e di scorcio, nella parte alta dell’inquadratura, la bocca rosea, carnosa.

   «Quale metto?» domandò.

   Puntai il dito su una fotografia a caso e lei annuì soddisfatta.

   «Senti questo» disse a testa china sul display. «“Scusa se utilizzo la posta privata ma credo di amarti. Ettore80”. Apprezziamo lo slancio, ti pare?»

   «Ma chi è?»

   «Uno sconosciuto. Del resto anch’io sono per lui una qualunque.»

   «Be’, no, tu sei la ballerina numero uno della compagnia Holmes.»

   «Lui mica lo sa, scrive a Dea_Tersicore, è un profilo falso, non c’è il mio nome, né la mia faccia, solo qualche dettaglio ingrandito. Potrei essere chiunque… be’, non proprio chiunque, visto che le foto parlano di danza.»

   «Una specie di nascondiglio.»

   «In un certo senso. Decido io cosa mostrare e cosa no. Sono svincolata da me stessa. Prima che mi dimentichi, stasera Giordano porta un film, uno dei suoi, ci fai compagnia?»

   Non risposi. L’ultima volta avevano fatto casino mentre scopavano e io non ero riuscita a chiudere occhio. Miriam azzannò l’ultimo pezzo di mela e, quando inghiottì il torsolo, lungo la trachea le si formò un gozzo sporgente.

   «Allora non vuoi entrare con me per i rond de jambe?» chiese tenendo la mano sulla maniglia del bagno. Poi si chiuse dentro e aprì lo sciacquone al massimo. Mi rivestii mentre il getto d’acqua turbinava senza decrescere, appallottolai le mie cose nel borsone e lasciai l’istituto.

   Camminavo. La città era una frastagliatura di edifici controluce e un cielo di fuoco non voleva saperne di cedere alla notte. Due Ondine. Una l’avrebbe interpretata di sicuro Miriam. Le tentazioni sono multiple, aveva detto la Holmes. Riguardo alla faccenda della scheda, non mi era sembrata convinta. Piuttosto era stato un discorso proforma adatto al ruolo di direttrice, di certo non mi aveva consigliato di riprendere peso. Pericolosamente sottile. Non ero l’unica. Per un paio d’anni ero stata la brava relegata in terza fila, poi da un giorno all’altro mi ero ritrovata in proscenio, al centro sulla ics. Tutto era cominciato con una sostituzione, Miriam in quel periodo aveva avuto un incidente, facendo un grand battement la testa del femore era fuoriuscita dalla cartilagine e lei si era dovuta fermare per un po’. Legamenti lassi, si era pronunciato il dottor Ligeti. Inaspettatamente la Holmes aveva chiesto a me di sostituirla in corsa. La parte di Clara nello Schiaccianoci era stato il mio primo ruolo da protagonista. Per tutto il periodo delle repliche Miriam non mi aveva quasi rivolto la parola. In seguito avevo ottenuto parti di rilievo a pari merito con lei. Entrambe eravamo assoggettate alle disposizioni umorali della Holmes, che a volte preferiva me, a volte la mia amica.

   Il viavai del traffico si sovrapponeva alla confusione che sentivo all’interno del corpo, fra organi e viscere gorgoglianti. Avanzai fino alla pensilina. Quando arrivò il tram, salii, superai una fila di sedili vuoti e mi posizionai in un punto intermedio tra il refrigerio dell’aria condizionata e la calura che entrava a zaffate da un finestrino bloccato. Rimasi in piedi bilanciando il peso da una gamba all’altra e puntai lo sguardo sul divisorio metallico del manovratore. Alla fermata successiva entrò una vecchia che, passandomi davanti, indicò i posti liberi della carrozza come fosse la proprietaria della vettura e volesse mettere in ordine i passeggeri. Incantata a guardare attraverso il vetro la ignorai e iniziai a contrarre ritmicamente gli adduttori fino alla mia fermata.

   Una volta scesa, percorsi il controviale voltandomi di tanto in tanto verso le aiuole che separavano i caseggiati dalla strada maestra. Osservare gli spazi piatti erbosi mi dava tranquillità. Entrai nel portone e, contravvenendo alla regola che mi aveva insegnato Miriam: sempre a piedi per bruciare di più, chiamai l’ascensore.

La casa era un forno. Scalza andai ad accendere il ventilatore. Una settimana di vacanza, un’intera settimana senza fare lezione, pensai aprendo il frigo. Tirai fuori il sedano, iniziai a snervarlo, lo lavai e mangiai le coste pulite. Poi passai alla carota. La masticazione creava una pressione nevralgica sulle tempie lasciando in bocca un sapore erbaceo nauseante. Presi dalla vaschetta laterale del frigo una bustina di lassativo, la strappai lungo la linea tratteggiata e ne svuotai il contenuto in un bicchiere d’acqua. Miscelai con un cucchiaino la polverina bianca, bevvi d’un fiato e mi sdraiai sul divano. Fissai un disegno attaccato alla parete con le puntine: una figura nuda frontale accovacciata coi ginocchi contro il petto.

   Cosa avrei potuto fare in una settimana? Non avevo molte idee a riguardo. Stare ferma, riposare? Il metabolismo ne avrebbe risentito.

   Presi il telefono, digitai, lasciai squillare.

   «Chi è?» rispose Toni dopo un po’, in sottofondo il getto scrosciante di un rubinetto aperto. «Provengono dalle Piccole Antille, a volte sembrano sassi.»

   «Non so di che parli. Mamma dov’è?»

   «Sono solo» rispose Toni, e fece la sua risata da babbuino prima di chiudere.

   Parlare con mio fratello era fonte di esaurimento costante. Del resto io e lui non ci eravamo mai capiti. O forse dovrei dire: io e loro. Negli ultimi anni trascorsi fuori casa avevo allontanato l’immagine di me a cui Toni e mia madre continuavano a fare riferimento. Quella ragazza non esisteva più, era una me più grezza con la quale non volevo avere a che fare, solo pensarci mi disturbava. Non che fossi diventata completamente un’altra, ma avevo preso le distanze da alcuni lati del mio carattere per concentrarmi su altro, la stessa allegria che si aspettavano mi risultava faticosa.

   Rimasi distesa a scucchiaiarmi un vasetto light cercando di analizzare a mente fredda le alternative che la Holmes avrebbe potuto prendere in considerazione per abbinare un’altra ballerina a Miriam. Chi sarebbe stata la prescelta? Gemma, Petra, Sofia? Tutte le papabili rivali si equivalevano, omologate a un concetto astratto di danzatrice che le rendeva indistinguibili e paurosamente simili a me. Miriam rimaneva l’unica eccezione, io e le altre eravamo un carillon di cloni. In ogni caso avrei dovuto aspettare, le prove non sarebbero iniziate prima di dieci giorni. Sì, avrei fatto meglio a prendermela comoda.

   Scivolai in un sogno velocissimo, mi svegliarono le voci che si facevano sempre più vicine e distinte nella stanza semibuia. Tenni gli occhi chiusi con l’infantile speranza che, non vedendo io loro, sarei risultata invisibile. Invece accesero la luce e mi ritrovai presente.

   «Giordano ha portato un film pazzesco» disse Miriam calcando sulle zeta.

   Stanchissima, battei meccanicamente le palpebre. Insieme a loro c’era un uomo che si teneva in disparte. Realizzai troppo tardi di essere in canottiera e mutande, così finsi noncuranza e mi alzai. Per alcuni secondi non vidi praticamente nulla, anche le voci ondeggiarono da una parte all’altra della stanza.

   Lentamente Giordano comparve riassemblato in puntini policromi. Dal sacchetto che teneva appeso al polso spuntava un tubo di bristol. Feci un passo per andarmene.

   «Bruno, diglielo anche tu che deve assolutamente rimanere» disse all’altro.

   Il tizio si limitò a sorridere. Non riuscivo a dargli un’età, trentacinque, quaranta? Comunque era molto più grande di noi, anche se i capelli a cresta e la maglietta nera sul fisico asciutto da rocker gli davano un’aria da ragazzo.

   «Bruno è uno scrittore, è stato in classifica con l’ultimo libro, ospitato ovunque… sai quei talk dove i vip se ne stanno dietro ai fornelli a cucinare mentre raccontano le amenità della propria vita? Lo stanno ristampando, vero?» disse Giordano, poi si voltò e rimase a guardare Miriam mentre lei si annodava i capelli a crocchia sulla nuca e passava una mano sul collo.

   Erano sudati, avevano i volti lucidi e i vestiti chiazzati da enormi aloni scuri incollati addosso. Avvertivo anch’io la temperatura torrida, ma rimanevo asciutta. Strinsi la mano all’uomo e, una volta chiusa in camera, mi stesi sulla stuoia, agganciai la striscia elastica ai piedi e divaricai le gambe a centottanta gradi.

   Mi sentivo triste. A volte soccombevo a una tristezza immotivata, era come se all’improvviso accedessi a un luogo sotterraneo alimentato da una vena malsana, un posto situato sul fondale della coscienza – nascosto il più del tempo – che mi rendeva all’improvviso silenziosa e malinconica. Calcolai tre minuti e quaranta, poi con una mossa a compasso chiusi rapidamente una coscia sull’altra. Sentii male. Durante l’esercizio subivo la tortura, mi adattavo a essa, accettavo passivamente la violenza. Il dolore subentrava dopo, come un ricordo antico riproposto a pochissima distanza temporale. Cercai di concentrarmi, ma la voce proveniente dal televisore acceso dall’altra parte del muro e il vocio di quei tre che sembravano spassarsela me lo impedivano.

Mi svegliai scossa dai brividi. Rimasi per un po’ raggomitolata sotto il piumone senza riuscire a scaldarmi. Nonostante l’afa sentivo freddo. Infilai i calzettoni e la felpa, mi alzai pensando che il movimento avrebbe aiutato la termoregolazione. Avevo lasciato le persiane aperte, fuori una luna grande e bassa rischiarava il cielo e la città, come se un maleficio avesse cristallizzato i palazzi e stipato l’umanità sotto vetro. Camminai al buio superando il corridoio. Entrai e uscii dal bagno senza quasi aprire gli occhi. Andai in sala. Oltre la spalliera del divano la stanza era inabissata in avvallamenti oscuri che rendevano gli oggetti criptati. Nella penombra mi chinai per spacchettare la confezione di acqua minerale. Progressivamente le pupille si abituarono. Quando mi tirai su notai i fogli lasciati sul tavolo, il bianco della carta creava sinistre luminescenze. Mentre passavo un dito sul ripiano, formando un percorso immaginario, avvertii un rumore.

   Una massa scura occupava il divano. Guardai meglio, distinsi un corpo steso su un fianco e, di scorcio, le piante dei piedi una sopra l’altra, diafane ed enormi. Quel tizio, Bruno, pensai.

   Mi lamentai mentalmente con Miriam voltandomi in direzione della sua stanza, verso la porta perfettamente chiusa. Avevamo fatto un patto all’inizio: semmai avessimo voluto ospitare amici o parenti, prima avremmo dovuto chiedere all’altra il permesso, o almeno informarla, cosa che lei si dimenticava sempre di fare.

   Sul punto di collassare tornai a guardare la sagoma, curva tra le ombre. Portai una mano al collo individuando la giugulare col suo ticchettio frenetico. La massa scura, quasi mi avesse letto nel pensiero, si alzò per farmi posto. Una volta distesa, appoggiai i piedi sullo schienale e provai sollievo. Fu momentaneo, dopo qualche minuto il malessere si fece più netto.

   «Hai bisogno di qualcosa, un bicchiere d’acqua?» domandò la massa buia.

   Feci cenno di no, di aspettare.

   Dalla strada arrivava un vocio di ragazzi che improvvisavano una partita notturna. I calci dati al pallone erano seguiti dal vuoto parabolico del lancio che, per il tempo della sospensione, interrompeva le grida. Immaginai un gruppo di giovani bloccati a testa in su in attesa di vedere piovere una sfera dall’oscurità. Quando la palla toccava terra, le urla riprendevano. Cercavo di respirare profondamente mentre Bruno rimaneva in piedi accanto al divano. Dal silenzio che si era creato, dalla tensione che provavo, ipotizzai che mi stesse osservando. Poco dopo si sedette accanto alle mie gambe. Probabilmente fu per evitare l’imbarazzo del mio mutismo che cominciò a parlare.

 

Continua a leggere… 

 

L’autrice

Francesca Marzia Esposito.

Francesca Marzia Esposito vive a Milano, insegna danza. Si è laureata al Dams di Bologna e ha conseguito un master in Scrittura per il Cinema all’Università Cattolica di Milano. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste: “Granta”, “‘tina”, “Colla”, “GQ” e altre. Ha esordito con La forma minima della felicità (Baldini & Castoldi, 2015). Nel 2019 per Mondadori pubblica Corpi di ballo.

 

 

 

 

 

 

  •     Corpi di ballo
  •     Francesca Marzia Esposito
  •    Editore: Mondadori
  •    Formato: EPUB con DRM
  •    Testo in italiano
  •    Dimensioni: 345,92 KB
  •    Pagine della versione a stampa: 216 p.

 

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