Pressioni, tempistiche e interessi incrociati nel nuovo scenario mediorientale.

«Corruzione e guerra si danno la mano nel golfo Persico?»
Ipotesi, segnali e manovre dietro la nuova tensione tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Il Simplicissimus
Il riaccendersi delle tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran avviene in un contesto segnato da negoziati fragili, archivi compromettenti e una classe dirigente occidentale sempre più esposta a ricatti politici e morali. Dopo i colloqui USA–Iran in Oman, che lasciavano intravedere un possibile allentamento della pressione sul dossier nucleare, la decisione di Benjamin Netanyahu di anticipare il viaggio a Washington appare come un segnale politico tutt’altro che neutro. Riprendendo le dichiarazioni di un ex ufficiale del Mossad e alcune dinamiche recenti, l’articolo esplora l’ipotesi — non come verità accertata, ma come chiave interpretativa — che parti dei file Epstein possano essere utilizzate come leva di pressione nei confronti dell’establishment statunitense, al fine di spostare l’asse diplomatico verso un confronto diretto con Teheran. In gioco non vi è soltanto l’arricchimento dell’uranio iraniano, ma anche il tema dei missili balistici e del sostegno ai movimenti sciiti regionali, da Hezbollah agli Houthi. Senza indulgere nel complottismo, il testo mette in relazione fatti, tempistiche e interessi, interrogandosi su un nodo cruciale della geopolitica contemporanea: quando la corruzione delle élite incontra la logica della guerra preventiva, la diplomazia resta davvero uno spazio autonomo o diventa solo un intermezzo tra due crisi? (N.R.)
Proprio ieri avevo scritto un post in cui, riprendendo le parole di un ex ufficiale del Mossad, ipotizzavo che il governo sionista di Tel Aviv, stia sfruttando parti dei file Epstein in suo possesso per costringere gli Usa e la sua classe dirigente corrotta a fare una guerra contro l’Iran. Si trattava ovviamente di un’ipotesi, tuttavia, corroborata da chi ha vissuto nella pancia del Golem sionista. E oggi ne abbiamo non dico una prova, ma un ulteriore segnale visto che dopo i colloqui Usa – Iran in Oman, forieri di una possibile allentamento della tensione, Netanyahu ha anticipato di una settimana il suo viaggio a Washington: era previsto per il 18 febbraio e invece si svolgerà l’11. Come è stato detto i colloqui hanno avuto come tema l’arricchimento dell’uranio che chissà come mai solo l’Iran non dovrebbe effettuare, mentre Israele voleva che gli Usa costringessero Teheran a rinunciare ai missili balistici e a sostenere i gruppi sciiti come gli Hezbollah e gli Houthi. Così Netanyahu va immediatamente negli Stati Uniti per convincere Trump a mettere sul tappeto anche queste questioni.
Ovviamente pretendere che l’Iran smantelli le sue difese significherebbe una cosa sola: guerra. La quale potrebbe facilmente allargarsi all’intero pianeta e in ogni caso, pur rimanendo miracolosamente circoscritta all’area medio orientale, avrebbe conseguenze economiche pesantissime visto che il Parlamento iraniano che esiste al di là delle nebulose geremiadi dei giornaloni, ha votato per la chiusura dello stretto di Hormuz in caso di attacco. Dal momento che attraverso questo braccio di mare passa il 40 per cento del petrolio mondiale si tratterebbe di una catastrofe economica, specialmente per l’Europa, ma anche per gli Usa e per i suoi servitori asiatici. Ma ci si chiede quali possano essere gli argomenti con cui il leader sionista possa convincere Trump ad affrontare questa avventura le cui conseguenze sono evidenti. Tanto più che una consistente parte di mondo si prepara a resistere: non ci sono soltanto gli aiuti russi e cinesi in fatto di armi, ma anche – tanto per fare un esempio – le migliaia di iracheni che in questi giorni stanno firmando un impegno a contribuire alla difesa dell’Iran in caso di attacco degli Stati Uniti. O gli 800 mila volontari che la Corea del Nord ha già offerto in caso di conflitto.
Naturalmente gli Usa non si sognano nemmeno di mettere piede sul territorio iraniano con delle truppe che sarebbero facilmente ributtate a mare visto che la copertura missilistica sarebbe di breve durata e anche quella aerea subirebbe perdite notevoli. Dunque, che cosa ha in mano Netanyahu per fare pressione? La sua venuta certamente servirà a ringalluzzire l’Aipac, ovvero l’American Israel Public Affairs Committee, un organismo bipartisan attraverso cui si sprigiona l’influenza del sionismo americano sull’amministrazione di Washington, ma visto che questa lobby israeliana ha comunque molta voce in capitolo nelle scelte della Casa Bianca, questo non sarebbe di per sé sufficiente. E allora forse è ipotizzabile che il primo ministro di Israele possa ricordare a Trump di avere molti segreti nei suoi cassetti che potrebbero uscire qualora si volesse tirare il culo indietro rispetto alla guerra: Non è per nulla detto che tali segreti debbano riguardare il presidente in prima persona, ma magari molti personaggi del suo entourage o comunque del mondo occidentale in genere, in grado di generare quella governance diffusa della quale siamo proprio noi le prime vittime.
Basta vedere cosa sta succedendo di Gran Bretagna dopo le rivelazioni, con il povero Starmer costretto a dire di avere nominato Lord Peter Mandelson, ambasciatore negli Usa perché non sapeva del suo coinvolgimento con Epstein: lo sapevano tutti anche per il ruolo che questo personaggio aveva avuto nella “normalizzazione” del Labour. e anche perché gli ambasciatori dovrebbero subire due mesi di indagini da parte del Mi5 prima della loro nomina. E in ogni caso ciò che è già uscito fuori si salda ad altre oscure vicende, come la protezione delle bande pakistane di violentatori e adescatori di ragazzine la loro copertura da parte dell’establishment britannico. anzi di Starmer in particolare che chiuse il caso di adescamento da parte della celebre banda di Rochdale quando era a capo dell’ufficio della pubblica accusa per l’Inghilterra e il Galles. Tutti liberi alla ricerca di nuova carne fresca. Adesso questi personaggi sono costretti alla guerra a causa della loro stessa corruzione.

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