Un gatto che non si fida di nessuno. Un’amicizia più forte di tutto. Un viaggio speciale attraverso il Giappone

 

Un gatto e il suo padrone, ad unirli un legame speciale. Dopo cinque anni Satoru non potrà più prendersi cura di Nana ed insieme affronteranno un lungo viaggio attraversando il Giappone alla ricerca di un nuovo padrone.

C’è un gatto randagio senza nome all’inizio del romanzo. La sua fortuna per quell’inverno è stata trovare una macchina col cofano caldo e un umano che ogni tanto lascia il cibo per lui. Satoru riesce a ingraziarsi quel gatto guardingo, un po’ come fa il Piccolo Principe con la sua volpe e in poco tempo il lasciare del cibo in cambio di una carezza diventa qualcosa di più, soprattutto quando il gatto capisce che Satoru è la prima persona alla quale chiedere aiuto dopo un incidente. Diventare il suo gatto, vuol dire sacrificare la sua libertà e la sua indipendenza, ma anche poter condividere momenti preziosi con qualcuno a cui voler bene.

Dopo cinque anni, però Satoru non può più tenere il gatto e intraprende un viaggio per trovare un nuovo padrone tra le sue vecchie conoscenze: l’amico d’infanzia con il quale ha condiviso il primo gatto; Yoshimoto, conosciuto durante l’adolescenza, entrambi con il peso di crescere senza genitori per motivi diversi; il primo amore mai dichiarato e infine la zia che da sempre si è presa cura di lui.

Gli amici di Satoru riescono grazie all’incontro con i due a sistemare qualcosa nelle loro vite e a migliorare i rapporti umani che avevano compromesso. Il viaggio attraverso il Giappone è un pretesto per unire il gatto e il suo padrone in un modo unico, per vedere la natura con occhi diversi (il mare che terrorizza Nana o la bellezza dei colori dei fiori che incantano entrambi), fino alla rivelazione finale del vero motivo per il quale Satoru non può più tenere il suo gatto che lascia un po’ di tristezza.

Il viaggio di entrambi è metafora della vita in senso universale che vuole essere un messaggio positivo e ci invita a guardare il mondo in modo più semplice e ad apprezzare la felicità nelle piccole cose.

Il tema di fondo di Cronache di un gatto viaggiatore è l’amicizia tra Nana e Satoru, ma non è solo questo. Non si tratta soltanto di raccontare la vita di un gatto e di chi se ne prende cura, non è solo riportare dei pensieri felini su carta, non è soltanto descrivere un viaggio e il passato di Satoru. In Cronache di un gatto viaggiatore, oltre alla semplicità della narrazione, c’è un livello di lettura sotteso che ci invita a fare della storia di Nana e Satoru, un esempio di speranza e di condivisione. Il ragazzo accoglie il gatto come la sua famiglia aveva fatto con lui, non hanno paura di rimanere soli in quanto c’è qualcuno nelle loro vite a cui dare affetto e quello che si dà, alla fine rimane nostro per sempre. Un viaggio che riporta alle origini, fa divertire con la simpatia di un gatto e con la sua arguzia, fa commuovere e fa pensare.

A raccontare la storia in Cronache di un gatto viaggiatore è il gatto in prima persona, e usa un linguaggio semplice, i periodi sono brevi e lineari. Il gatto traduce in parole i suoi atteggiamenti e ci si addentra nella psicologia di tutti i gatti del mondo che riescono ad avere un legame forte con il proprio padrone. In effetti leggendo il libro ho scoperto curiosità sui gatti che non conoscevo.

Il gatto viene chiamato Nana (sette) in ricordo del precedente che si chiamava Hachi (otto) e il viaggio intrapreso racconterà anche la vicenda di Satoru così intensamente legata a quella del suo primo gatto. Una volta iniziato il viaggio la narrazione in terza persona si alterna a quella di Nana e ai suoi pensieri felini e ci permette di capire la vita e il passato di Satoru Miyawaki che si rivelerà a tratti doloroso.

 

Hiro Arikawa narra con estrema semplicità temi molto complessi, infatti non c’è solo l’amicizia tra il gatto e un umano, ma un mondo di amicizie, affetti, sentimenti che legano le vite di tutti i personaggi e riescono a emozionare e a lasciare un messaggio positivo nel lettore. Ammetto che per il primo capitolo ho pensato che il libro fosse troppo banale, credevo che fosse la solita storia incentrata su un gatto, invece piano piano viene voglia di leggere e capire meglio le varie situazioni e solo alla fine, quando ogni cosa del passato di Satoru e del suo futuro viene svelata, riesce ad emozionare. Sono entrato in empatia totale con il protagonista, diversamente da molti romanzi giapponesi, tanto che mi piacerebbe nuovamente avere un gatto come Nana, ma è ancora troppo forte il ricordo di colui che ho perso.  

Vi consiglio di lasciarvi coinvolgere dal romanzo senza timori, anche se non siete “gattofili”, ne varrà la pena.

 

La trama del romanzo

Nana è un gatto randagio che vive di espedienti. Con la sua bizzarra coda a forma di sette, è fiero della sua indipendenza. Ma un giorno ha un incidente. A salvarlo e a prendersi cura di lui è Satoru. Nana all’inizio non si fida di lui, graffia e si ritrae. Non è abituato all’affetto degli uomini. Anche Satoruda tanto tempo non permette a nessuno di avvicinarsi. Eppure capisce subito come far cambiare idea a Nana: un po’ di cibo, una cuccia calda, qualche coccola furtiva. E tra i due nasce un’amicizia speciale che riempie la loro vita. Fino al giorno in cui Satoru, dopo aver perso il lavoro, deve trasferirsi e non può più occuparsi di Nana. È allora che i due decidono di fare un viaggio, su una vecchia station wagon color argento, per trovare un nuovo padrone tra le amicizie di Satoru. Tra filari di betulle bianche, peschi e canne di bambù, attraverso un Giappone pieno di colori, profumi e panorami dal fascino infinito, incontrano il migliore amico di Satoru da bambino, la primadonna che ha amato e poi perso e il suo compagno di scorribande delle medie. Ma nessuno di loro può prendersi cura di Nana. Sarà invece quest’ultimo ad arricchire le loro vite ricordando quali sono le cose importanti, quelle che regalano gioia e serenità. E quando il viaggio è quasi alla fine, il gatto e il suo padrone capiscono che non possono farea meno l’uno dell’altro. E che, qualunque cosa accada, vogliono stare insieme. Nonostante tutto. Nonostante ci sia una verità che Satoru non ha il coraggio di dire a Nana. Eppure non ha più importanza. Perché il loro legame durerà per sempre. Cronache di un gatto viaggiatore è un caso editoriale che dal Giappone ha raggiunto tutto il mondo. Dopo l’enorme successo in patria, l’eco di questa storia unica è arrivata alle case editrici europee e americane che hanno fatto di tutto per averla. Un gatto che credeva di non aver bisogno di nessuno. Un ragazzo che ha scelto di stare solo per paura di soffrire. Un viaggio nella magia del Giappone per scoprire che la loro amicizia non potrà mai finire.

Come inizia

 

CRONACHE DI UN GATTO VIAGGIATORE 

 

LE COSE ACCADUTE PRIMA DEL NOSTRO

VIAGGIO

  

   «Io sono un gatto. Un nome ancora non ce l’ho.»

   Pare lo abbia detto un gatto importante che viveva in questo paese. Non so quanto importante fosse, ma almeno in una cosa lo batto di certo: perché io un nome invece ce l’ho.

   Che poi mi piaccia o no, è un altro discorso. Il fatto è che trovo oltraggioso che mi sia stato dato un nome che non si addice affatto al mio sesso. Me lo sono beccato all’incirca cinque anni fa, proprio nel periodo in cui ho raggiunto l’età adulta. Infatti, anche se ci sono varie teorie sul come convertire l’età felina in età umana, tutte sono concordi nel considerare genericamente un gatto di un anno come un uomo di venti.

   All’epoca il mio posto preferito per dormire era sopra il cofano di una station wagon color argento che stava nel parcheggio di una palazzina. Mi pia ceva dormirci perché da lì non venivo scacciato con umilianti «sciò! sciò!». Le creature chiamate esseri umani, pur essendo nient’altro che grosse scimmie capaci di camminare dritte, sono terribilmente arroganti. Prima lasciano le auto sotto le intemperie e poi guai se un gatto ci passa sopra: ma che diavolo hanno in testa? Noi gatti ce ne possiamo andare tranquilli in lungo e in largo per tutte le strade del mondo! Se però per errore lasciamo un’impronta sul cofano di una macchina, allora il proprietario si strappa i capelli e viene a scacciarci.

   A ogni modo, il cofano di quella station wagon era il mio giaciglio preferito. Durante il mio primo inverno quel cofano piacevolmente intiepidito dal sole era un ottimo sistema di riscaldamento e un tesoro prezioso per i sonnellini pomeridiani.

   Dopo un po’ è arrivata la primavera e io, grazie al cielo, avevo superato indenne un’intera stagione. Per un gatto essere nato in primavera è una grande benedizione. Le stagioni dell’amore corrispondono generalmente alla primavera e all’autunno, ma la maggior parte dei gattini nati in autunno non riesce a superare l’inverno.

   Un giorno, mentre me ne stavo accoccolato sul cofano al calduccio, ho improvvisamente avvertito il disagio di essere osservato. Ho aperto una fessura tra le palpebre e…

   Un giovane alto e dinoccolato mi stava guardando dormire, con gli occhi talmente strizzati dal sorriso che quasi non si vedevano.

   «Ma tu dormi sempre qui sopra?»

   Perché, hai qualcosa da ridire?

   «Come sei carino!»

   Eh già, me lo dicono spesso.

   «Posso toccarti?»

   Eh no! Spiacente, ma non se ne parla. Fssss! L’ho minacciato sollevando leggermente la zampa anteriore, e lui ha messo il broncio per la mia avarizia di moine. Ma che pretendi? Se mentre stai dormendo venisse uno a palpeggiarti, anche a te darebbe fastidio, no?

   «Mi sa che senza niente in cambio non ti concedi, eh?»

   Oh, lo vedi che sei uno che capisce? Se vieni qui a disturbarmi il pisolino, almeno devi darmi una qualche ricompensa.

   Ho alzato appena appena la testa per guardare, e lui ha cominciato a frugare dentro la busta del konbini che aveva appesa al braccio.

   «Non ho comprato molte cose che possano andar bene per un gatto…»

   Ma a me va bene qualunque cosa, sai? Sono un randagio, per cui non faccio mica lo schizzinoso, io! Quelle capesante, per esempio! Non vanno bene quelle?

   Mi sono allungato per annusare il pacchetto che faceva capolino dalla busta e il tizio mi ha dato una botta in testa facendosi una risatina.

   Ehi, non vale! È una falsa partenza!

   «Non ci provare, queste qui ti fanno male. E poi sono pure piccanti.»

   E che ti frega se mi fanno male? Ti vuoi forse preoccupare della salute di un randagio che non sa nemmeno se domani ci sarà ancora? È più importante che ora, in questo stesso istante, mi riempi la pancia!

   Alla fine il ragazzo ha tirato fuori una cotoletta da un sandwich, le ha tolto la panatura e me l’ha offerta sul palmo della mano.

   Vuoi che mangi direttamente da lì? Ah, ho capito, hai intenzione di accorciare le distanze. Però… non mi capita tanto spesso di mangiare carne fresca e appetitosa come questa, perciò posso anche scendere a un compromesso.

   Mentre sgranocchiavo la cotoletta, ho sentito delle dita affondare sul mio collo e poi risalire lentamente verso le orecchie. Era la mano destra libera del ragazzo, che ha proseguito dandomi una grattatina delicata. Agli esseri umani che mi danno da mangiare concedo qualche breve toccatina, ma questo qua ci sapeva proprio fare.

   Se vieni un po’ più vicino puoi anche farmi il solletico sotto il collo: non ti dico niente.

   Ho strusciato la testa facendola scivolare sotto la mano dell’uomo e, voilà, ho iniziato a puntare la seconda cotoletta: un gioco da ragazzi.

   «Ma così diventa un sandwich solo alla verza!»

   Con una risatina il ragazzo ha preso anche l’ultima cotoletta, togliendo la panatura prima di porgermela.

   Veramente non è che mi dispiaccia se gliela lasci, quella panatura. Anzi, con quella sì che mi si riempirebbe per bene la pancia! Per l’offerta fatta ti ho concesso di accarezzarmi a tuo piacimento, ma ora basta: la festa è finita.

   Un istante prima che sollevassi la zampa anteriore per scacciarlo, lui ha ritirato la mano e se n’è andato via dicendomi: «Ci vediamo!». È andato dritto verso il palazzo ed è salito su per le scale.

   Però! Ha pure un tempismo perfetto!

   E questo è stato il nostro primo incontro; il nome, invece, me lo ha dato un po’ di tempo dopo.

   Da quel giorno, ogni sera trovavo croccantini vicino alla station wagon argento, dietro la ruota posteriore. Esattamente una manciata d’uomo, che per il pasto di un gatto era più che sufficiente. Il ragazzo che era salito su per le scale del palazzo me li veniva a portare di notte senza un orario preciso. Se per caso ero presente si prendeva in cambio una toccatina, ma anche quando non c’ero i croccantini venivano collocati lì con cura. A volte capitava che un altro gatto se li mangiasse prima di me o che, anche se aspettavo fino al mattino, lui non venisse a portarmeli perché magari era uscito; ma nel complesso avevo un pasto al giorno assicurato. Be’, gli esseri umani sono creature capricciose, per cui non si può fare totale affidamento su di loro. Ma lasciare che la propria ancora di salvezza venga sballottata di qua e di là è il lato divertente dell’essere randagi.

   Eravamo due conoscenti non troppo intimi. E proprio quando la nostra frequentazione si era stabilizzata su quel senso di giusta distanza, il destino è venuto a portare nella nostra relazione un grande cambiamento.

   Un destino doloroso, soprattutto per me.

   Una notte, mentre stavo attraversando la strada, sono stato improvvisamente colpito dal bagliore dei fari di un’auto. Quando mi sono messo a correre come un fulmine per cercare di schivarla, è risuonato assordante il clacson. E non è stato affatto un bene.

   Per lo spavento la mia corsa ha rallentato un istante e io, che avrei dovuto guadagnarmi la fuga con ampio margine, sono rimasto travolto per mezzo passo di meno. Bam! Sono stato sbalzato via con un impatto tremendo, senza capire cosa diavolo fosse successo né tantomeno come.

   Solo dopo mi sono reso conto di essere stato scaraventato dentro un cespuglio sul bordo della strada. Avevo dolore in tutto il corpo, come non ne avevo mai provato da quando ero nato.

   Ah… però almeno sono vivo. Mannaggia, che guaio che mi è capitato!

   Ho fatto per alzarmi e…

   Ughiaaaaa!!! ho urlato. Che male – che male – che male! La zampa posteriore destra mi fa male da morire! Sopraffatto dal dolore, mi sono contorto cercando di leccarmi la ferita, ma… Oh no! L’osso sporgeva fuori. Fino ad allora, con la sola lingua, ero riuscito a risolvere ferite anche brutte come quelle da morso o da taglio ma, per com’ero ridotto allora era impossibile. L’osso che era uscito dalla zampa reclamava l’attenzione con un dolore tremendo. Ma non c’è mica bisogno di lamentarsi tanto!

   E ora che faccio? Come posso fare?

   Che qualcuno… mi aiuti!

   Che dico: nessuno aiuterebbe un randagio.

   Eppure in quel momento mi sono ricordato del ragazzo che ogni notte veniva a portarmi i croccantini.

   Quello là, magari… chissà se mi aiuterebbe? E perché dovrebbe, poi? In fondo non siamo neanche così intimi, e la nostra frequentazione si basa solo su offerte di cibo in cambio di qualche carezza.

   Trascinando la zampa ferita, ho incominciato a camminare. Anche in quel modo l’osso sbatteva. Più volte lungo il percorso le zampe mi sono venute meno.

   Non ce la faccio più… È impossibile… Non riesco a fare nemmeno un altro passo. Nonostante non mi fossi allontanato poi tanto da quel palazzo, quando sono arrivato davanti alla station wagon argento il cielo aveva già cominciato a farsi chiaro.

   Non ce la faccio più… è impossibile… non riesco a fare nemmeno un altro passo. Stavolta davvero.

   Ho miagolato più forte che potevo: Miaaaaahiiiioooo!

   Ho strillato tante volte, che dopo un po’ non avevo più voce. Anche il miagolare mi pulsava nell’osso, a dirla tutta.

   È stato allora che dalle scale del palazzo è sceso qualcuno. Ho sollevato la testa e ho visto che era lui.

   «Allora avevo ragione, sei proprio tu!» Il ragazzo è sbiancato in viso ed è corso verso di me. «Che ti è successo? Sei stato investito?»

   Sì, che vergogna, sono proprio un cretino!

   «Ti fa male? Sì che ti fa male, eh!»

   Non farmi domande ovvie, accidenti! Aiuta un povero gatto ferito!

   «Mi sono svegliato sentendo che mi chiamavi disperato. Perché tu mi stavi chiamando, non è vero?»

   Sì, ti ho chiamato, ti ho chiamato. Ti sto chiamando da un bel po’! E tu sei un tantino lento.

   «Hai pensato che almeno io ti avrei aiutato in qualche modo, giusto?»

   Sì, anche se non era quella la mia vera intenzione.

   Stavo per trattarlo male, quando il ragazzo ha iniziato chissà perché a tirare su con il naso.

   Ma che fai? Piangi? Non sei tu che devi piangere!

   «Sei stato proprio bravo a ricordarti di me.»

   I gatti non piangono come gli esseri umani. Però… non so perché, ma in quel momento mi è sembrato di comprendere che cosa significhi piangere.

   Quando ho creduto di non farcela più mi sei venuto in mente proprio tu. Ho pensato che, se fossi arrivato fin qui, in qualche modo me la sarei cavata. Ma senti un po’… Tu farai qualcosa per me, vero? Mi fa male, mi fa male da morire. Mi fa troppo male e ho paura: che ne sarà di me?

   «Su, coraggio. Ora andrà tutto bene.»

   Il ragazzo mi ha infilato dentro uno scatolone in cui aveva disteso un morbido asciugamani e poi mi ha fatto salire sulla station wagon argento. Si è diretto verso l’ospedale veterinario. E qui ometto descrizioni dettagliate di quel posto: il più atroce della mia vita. Per tutti gli animali l’ospedale è il luogo in cui non si sognerebbero mai di ritornare, per cui non vi annoio con il racconto del mio caso. È stato deciso che finché la ferita non fosse guarita sarei andato a stare nell’appartamento del ragazzo. Era un posto semplice e pulito, in cui viveva da solo. Nell’antibagno aveva messo la mia vaschetta e in cucina le ciotole per il cibo e l’acqua.

    Magari non si direbbe, ma io sono un gatto intelligente e beneducato, perciò ho imparato a usare il mio bagno al primo colpo e non l’ho mai fatta fuori. E anche le unghie non me le sono mai affilate dove non potevo. Siccome pareva che fosse un problema se lo avessi fatto sui muri e sui pilastri, ho cercato di farlo solo sui mobili e sulla moquette. Il ragazzo non mi aveva detto che era assolutamente vietato sui mobili e sulla moquette (all’inizio faceva una faccia un po’ dispiaciuta, ma io sono un gatto capace di fiutare le situazioni e quindi so distinguere le cose vietate da quelle che non lo sono poi tanto. I mobili e la moquette non erano tra quelle assolutamente vietate).

   Ci sono voluti più o meno due mesi prima che l’osso si saldasse e potessi rimuovere i punti. Nel frattempo avevo saputo il nome del ragazzo: Satoru Miyawaki.

   Satoru invece mi chiamava per tutto il tempo «tu», o «gatto», oppure «signor gatto», a seconda dell’umore del momento. Ed era ovvio, visto che non avevo un nome.

   E se pure ce l’avessi avuto, comunque non avrei potuto comunicarglielo, dal momento che Satoru non capiva il mio linguaggio. Ma quant’è scomodo essere un umano! Loro comprendono soltanto il proprio linguaggio. Da quel punto di vista noi animali siamo di gran lunga più poliglotti. Lo sapevate voi?

   Ogni volta che volevo uscire, Satoru aggrottava le sopracciglia, come preso alla sprovvista, e cercava di dissuadermi dicendo: «Se esci poi non torni più qui, dico bene? Sopporta ancora un po’ finché non guarisci. Come fai se ti restano per sempre i punti dentro la zampa?».

   Ma siccome oramai riuscivo di nuovo a camminare normalmente, a patto di sopportare ancora piccole fitte dentro l’osso, non pensavo affatto che mi avrebbe dato problemi avere del filo nella zampa. Comunque, visto che Satoru aveva un’espressione molto preoccupata, per due mesi ho fatto il sacrificio di saltare le passeggiate. E poi, con quella zampa malandata se mi fosse capitato di litigare con un gatto rivale, non sarebbe stato affatto divertente.

   Dopo un po’ di tempo la ferita si è sanata completamente. Mi sono messo a miagolare Fammi uscire! davanti alla stessa porta dove lui mi aveva sempre bloccato con quella faccia interdetta.

   Ti sono infinitamente grato per quello che hai fatto e per le tue cure. D’ora in avanti darò solo a te il permesso di accarezzarmi, anche se non mi porti da mangiare alla station wagon argento.

   In quel momento Satoru ha fatto una faccia triste. La stessa di quando mi facevo le unghie sui mobili e sulla moquette. Non era un «assolutamente no», però… Ecco, aveva un’espressione così.

   «Allora preferisci stare lì fuori, eh?»

   Ehi ehi, non ti mettere a piangere, eh! Sennò mi fai sentire in colpa!

   «Io invece pensavo che magari saresti diventato il mio gatto…»

   A essere sincero quella scelta lì non l’avevo proprio considerata. Voglio dire, io sono un randagio fatto e finito, per cui non mi è assolutamente mai passata per la testa l’idea di diventare di qualcuno.

   Fino alla guarigione mi sarei fatto aiutare da te, d’accordo, ma una volta guarito la mia intenzione era di andarmene. Anzi no… non è proprio così. Pensavo che avrei dovuto andarmene. E in tal caso sarebbe stato molto più fico filarmela in fretta piuttosto che farmi buttare fuori a calci. Noi gatti facciamo gli stilosi. Se posso diventare il gatto di questa casa… cioè se ti va bene, allora dillo!

   Sono scivolato fuori dalla porta che Satoru aveva aperto con riluttanza, poi mi sono voltato verso di lui e gli ho miagolato: Vieni!

   Per essere un umano, Satoru ha un buon intuito per il gattese, perciò sembrava aver capito quello che gli avevo detto. Seppure un po’ incerto, mi è venuto appresso.

   Era una notte dalla luna luminosa. La città era completamente sprofondata nel silenzio. Sono saltato sul cofano della station wagon argento e sono rimasto stregato dalla potenza del mio stesso salto, ora che mi ero ripreso. Dopodiché sono sceso a terra e mi sono rotolato a volontà. Quando è passata lì accanto una macchina, i peli della coda mi si sono rizzati. A quanto pare il terrore per esser stato colpito così forte da farmi uscire fuori un osso mi è rimasto impresso. Mi sono reso conto di essermi nascosto dietro a Satoru e che lui, vedendomi così, ha ridacchiato con affetto. Con Satoru a fianco, ho fatto un giro del vicinato e poi sono ritornato di nuovo al palazzo. Davanti alla prima porta sul ballatoio del primo piano gli ho miagolato: Apri!

   Ho guardato in su, e Satoru stava sorridendo commosso.

   «Devi tornare sempre qui.»

   Appunto, perciò sbrigati ad aprire!

   «Allora vuoi diventare il mio gatto?»

   Sì, però ogni tanto ci facciamo un giretto, okay?

Ed è così che sono diventato il gatto di Satoru.

   «Quando ero bambino avevo un gatto identico a te», mi ha detto tirando fuori dall’armadio a muro un album di foto.

   «Ecco, guarda.» L’album era pieno zeppo delle foto di un gatto.

   Guarda che io lo so bene: quelli che fanno queste cose si chiamano «gattofili».

   Il felino delle foto effettivamente mi assomigliava. Aveva il corpo quasi tutto bianco a parte il muso e la coda. Aveva due macchie sul muso e la coda era un uncino nero. Soltanto la direzione dell’uncino era inversa rispetto alla mia, ma la posizione e la forma delle macchie sul muso erano identiche.

   «Le due macchie formavano sulla fronte un otto, e per questo si chiamava Hachi.»1

   Che modo semplicistico di scegliere un nome!

   A quel punto ero un po’ preoccupato per il nome che aveva intenzione di darmi. Tipo, se avesse detto che mi sarei chiamato Kyū perché venivo dopo Hachi, come avrei fatto?

   «Che ne pensi di Nana?»2

   Ehi! Ma che fai, conti alla rovescia? Non me l’aspettavo!

   «E guarda: la direzione dell’uncino è inversa rispetto a quella di Hachi, per cui vista dall’alto sembra un numero sette.»

   Evidentemente stava parlando della mia coda.

   Eh no, però, aspetta. Questo nome, Nana, non ti sembra che sia da femmina? Io sono un maschio in piena regola: le due cose non conciliano.

   «Sì, vada per Nana. E poi si dice che il sette sia un numero fortunato.»

   Ma mi vuoi ascoltare?!

   Miaooo! gli ho gridato. Satoru ha strizzato gli occhi e mi ha fatto il solletico sotto il mento.

    «Piace anche a te?»

   Nooo! Però… Se me lo chiedi mentre mi accarezzi il mento, non vale!

   Pur non volendo, il mio collo ha fatto le fusa.

   «Allora ti piace, eh!»

   Ho detto di nooo…

   Alla fine, senza che mi venisse data la possibilità di risolvere il malinteso (non potevo, continuava ad accarezzarmi!), è stato deciso che il mio nome sarebbe stato Nana.

   «Dobbiamo traslocare, allora.»

   In quel palazzo erano vietati gli animali, e il padrone di casa gli aveva concesso di farmi restare soltanto fino alla mia guarigione. Con me al seguito, Satoru si è trasferito in un’altra casa della stessa città. Il fatto che abbia traslocato apposta per me conferma il suo folle amore per i gatti. E così è iniziata la nostra vita insieme. Su Satoru come coinquilino per un gatto non c’era niente da ridire e anch’io, come coinquilino per un umano, ero ineccepibile. Siamo stati davvero benissimo in quei cinque anni. Io come gatto avevo raggiunto la piena maturità, mentre Satoru aveva da poco superato i trent’anni quando tutto è cambiato di nuovo.

*

   «Mi spiace tanto, Nana.» Mi ha accarezzato la testa con aria mortificata. «Scusa se è andata a finire così.»

   Non c’è bisogno che tu dica altro. Sono un gatto ragionevole, io.

   «Io non avevo intenzione di separarmi da te.»

   La vita non va sempre come uno vorrebbe, anche per un gatto. E poi non poter più vivere con Satoru per me significava semplicemente ritornare a cinque anni prima. In fondo mi bastava pensare come se, quella volta che l’osso mi era fuoriuscito dalla zampa, dopo essere guarito io me ne fossi tornato a zonzo con un arrivederci e grazie. Certo, c’era stata una breve parentesi, ma potevo tornare lo stesso a essere un randagio. Io non ho perso nulla, anzi. Ho semplicemente ricevuto il nome Nana e i cinque anni trascorsi con Satoru.

   Perciò non fare quella faccia tanto dispiaciuta.

   Noi gatti accettiamo con rassegnazione qualunque accadimento ci piova addosso. L’unica eccezione finora è stata quando mi sono rotto la zampa e ho pensato a Satoru.

   «Su, allora, andiamo.»

   Satoru ha aperto lo sportello del trasportino e io, obbediente, ci sono entrato. Nei cinque anni vissuti con lui sono sempre stato un gatto obbediente. Ad esempio, quando venivo portato nel posto peggiore della mia vita, l’ospedale, non ho mai dato di matto perché non volevo essere infilato dentro la gabbietta.

   Avanti, andiamo.

   Io, che ero stato per Satoru un coinquilino ineccepibile, in teoria avrei potuto essere per lui anche un perfetto compagno di viaggio. Con il mio trasportino appeso al braccio, Satoru è salito sulla station wagon argento.

 

KŌSUKE

  

   È passata una vita, eh!

   L’email cominciava con questa frase. Il mittente era Satoru Miyawaki, l’amico d’infanzia che poi, quando erano alle elementari, si era trasferito altrove. Da allora si era spostato più volte, ma non avevano mai perso i contatti e, anche ora che Kōsuke e Satoru avevano superato la trentina, stranamente continuavano a frequentarsi. Anche a distanza di anni, quando si incontravano riuscivano a conversare come se si fossero visti il giorno prima. Ecco che amico era.

   Scusa se te lo chiedo così all’improvviso, ma non è che prenderesti con te il mio gatto?

   Nell’email Satoru diceva che adorava moltissimo quel gatto, ma che per «cause di forza maggiore» non poteva più tenerlo e cercava qualcuno a cui affidarlo. Non specificava quali fossero le «cause di forza maggiore»; ma se Kōsuke fosse stato disponibile, sarebbe andato a trovarlo con il gatto per farglielo conoscere. In allegato c’erano due foto di un micio con due macchie sulla fronte a forma di otto giapponese. Involontariamente a Kōsuke sfuggì un «eeeh?!».

   “Ma è identico a Hachi!”

   Il gatto della foto era molto somigliante a quello che i due avevano raccolto un giorno di tanto tempo prima. Facendo scorrere il dito sull’altra foto, Kōsuke vide un particolare della coda. Era a uncino, nera e a forma di numero sette. Si ricordò di aver sentito una volta che i gatti con la coda a uncino agganciano la buona sorte.

   “Ma da chi l’ho sentito dire?”

   Mentre cercava di ricordarselo, a Kōsuke sfuggì un sospiro. Gliel’aveva spiegato la moglie, che ora se n’era andata a stare dai suoi. Non aveva idea di quando sarebbe tornata.

   “Probabilmente le cose resteranno così…”

   Si stava preparando a poco a poco anche all’idea di una separazione definitiva.

   “Chissà se sarebbe andata diversamente, se avessimo avuto anche noi un gatto con la coda a uncino? Lo so, pensare a questo non mi porterà a niente. Ma probabilmente, se in questa casa si fosse aggirato un gatto con la coda a uncino, che raccoglie e ti porta minuscole felicità, la nostra vita sarebbe stata più facile. Anche senza bambini.”

   Pensò che non sarebbe stato un male prendere con sé il gatto della foto. Era un bel gatto, proprio come Hachi, e aveva la coda a uncino.

   “E poi è da anni che io e Satoru non ci vediamo.”

   Un amico mi ha chiesto se posso prendermi il suo gatto. Tu che ne pensi?

   Quando Kōsuke scrisse questo messaggio a sua moglie, lei gli rispose: Fa’ pure come vuoi. Una risposta fredda ma, dal momento non aveva mai risposto a nessun messaggio precedente, la cosa lo faceva ben sperare.

   Alla fine me lo prendo il gatto di quell’amico, perciò che ne diresti di tornare a casa a vedere com’è fatto?

   “Se l’attiro con questo stratagemma magari riesco a far capitolare un’amante dei gatti come lei.”

   Anche se sono contento di essermelo preso, non so bene come occuparmene.

   “Se poi la attiro dicendo questo, sento che potrebbe tornare a casa, non tanto per me che sono il marito, ma perché sarebbe preoccupata per il gatto. Ah… però forse non dovrei, visto che mio padre odia i gatti…”

   Quando si accorse di fare supposizioni sulla disposizione d’animo del padre, Kōsuke schioccò la lingua.

   “È proprio per questo che mia moglie ne ha abbastanza di me. E dire che ormai sono io il proprietario del negozio, per cui non dovrei più preoccuparmi di che colore diventa la faccia di mio padre.”

   Spinto anche dalla voglia di rivalsa, Kōsuke Sawada si rese disponibile ad accogliere il gatto del suo amico d’infanzia.

   Satoru Miyawaki non si fece aspettare: la settimana successiva arrivò a bordo di una station wagon argento, portando con sé il suo amatissimo gatto.

   Sentendo il motore di una macchina davanti al negozio, Kōsuke uscì. Satoru stava giusto parcheggiando.

   «Kōsuke, quanto tempo!»

   Satoru lasciò il volante e lo salutò agitando freneticamente la mano dal finestrino aperto.

   «Lascia stare i saluti e sbrigati a parcheggiare!» lo esortò Kōsuke con un sorriso indulgente. Non si vedevano da tre anni, ma erano emozionatissimi come sempre. Da quando erano bambini non era cambiato nulla.

   «Ma perché non l’hai messa in fondo? È stato faticoso parcheggiarla lì.»

   Sotto la grondaia c’erano tre posti per i clienti, ma Satoru aveva messo la macchina nello spazio più vicino all’entrata. Siccome sul lato dell’ingresso c’era un ripostiglio, più varie cose appoggiate, i clienti parcheggiavano nei posti liberi partendo da quello più in fondo. L’auto del proprietario stava invece nel cortile posteriore non asfaltato.

   «Perché se viene qualcuno, lì dà fastidio.»

   «Oggi sono chiuso, te lo sei scordato?»

   Lo studio fotografico che Kōsuke gestiva al posto del padre aveva il mercoledì come giorno di chiusura. Per andare incontro a Satoru, che era impiegato in un’azienda, aveva proposto di vedersi un sabato, ma Satoru aveva detto che non era giusto, visto che era lui che gli stava chiedendo il favore del gatto; per cui si era preso un mercoledì libero.

   «Ah, già!»

   Satoru scese dall’auto grattandosi la testa e tirò fuori dal sedile posteriore il trasportino del gatto.

   «E questo è Nana?»

   «Sì. Si chiama così perché ha la coda a forma di sette. Non è un nome azzeccatissimo?»

   «Più che azzeccato… diciamo che non ti sei mai sforzato più di tanto nello scegliere i nomi. Anche per Hachi è stato lo stesso.»

   Per prima cosa, Kōsuke li fece entrare in soggiorno e cercò di vedere meglio il muso di Nana, ma quello se ne restava dentro la gabbia a emettere lamenti infastidito, e non voleva assolutamente uscire da lì. Anche provando a dare una sbirciatina dentro la gabbietta, non si vedevano che il sedere bianco e la coda nera a forma di uncino.

   «Eh? Ma che ti prende, Nana? Nana!» Per un po’ Satoru tentò di ingraziarselo con voce svogliata, ma ben presto si arrese. «Scusa, a quanto pare è nervoso perché non conosce la casa. Ma penso che tra un po’ si dovrebbe calmare…»

   Lasciata aperta la porta del trasportino, i due si dedicarono a rinverdire la loro vecchia amicizia.

   «Visto che sei in macchina, niente alcolici. Cosa ti preparo? Caffè? Tè?»

   «Vada per un caffè.»

   Preparato il caffè per due, Kōsuke lo portò in soggiorno. Satoru prese la tazza e chiese con fare innocente: «Tua moglie oggi non c’è?».

   Kōsuke pensò di inventarsi qualcosa, ma, mentre cercava una scusa, ci fu una pausa innaturale, per cui a un certo punto ci rinunciò.

   «Se n’è tornata per un po’ dai suoi.»«Ah…»

   Satoru fece una faccia impreparata, come a dire: “Scusa! Non volevo mettere il dito nella piaga!”.

   «Però… cioè, ecco… Sicuro che puoi decidere da solo questa cosa del gatto? Non è che poi, quando torna tua moglie, litigate per questo?»

   «Mia moglie ama i gatti. Anzi, se mi prendo il gatto, è più probabile che torni a casa.»

   «Però magari anche sui gatti ha delle preferenze…»

   «Tu mi hai mandato le foto di Nana, no? Io gliele ho girate chiedendole che ne pensava e lei mi ha detto di fare come volevo.»

   «E questo secondo te significa “okay”?»

   «Da quando se n’è andata, l’unica volta che mi ha risposto è stata a proposito del tuo gatto.»

   Che forse sarebbe tornata a casa attirata dal gatto, Kōsuke lo aveva detto in maniera scherzosa, ma in realtà ci contava parecchio.

   «Se torna, non è il tipo di donna che sbatterebbe fuori il gatto, e se non dovesse tornare lo terrei io. In entrambi i casi non ci sarebbe nessun problema.»

   «Ho capito.»

   A quel punto Satoru alzò le mani. Toccava a Kōsuke fare domande.

   «Tu, piuttosto, come mai non lo puoi più tenere?»

   «Ehm… veramente…» Satoru si grattò la testa mascherando la difficoltà con un sorriso. «È capitato qualcosa per cui non posso più mantenermi.»

   Kōsuke capì tutto. In effetti gli era sembrato un po’ strano quando Satoru aveva detto che si sarebbe preso un giorno libero a metà settimana, nonostante fosse impiegato in un’azienda.

   «Sei stato licenziato?»

   «Sì, be’… A ogni modo ora non posso più mantenermi.»

   Davanti alle parole evasive di Satoru, Kōsuke non volle chiedere altro. Probabilmente era un argomento di cui l’amico non voleva parlare.

   «Comunque sia, ho pensato che almeno Nana dovevo sistemarlo, e così mi sono messo a chiedere agli amici più stretti, dal primo all’ultimo.»

   «Davvero? Dev’essere stato faticoso.»

   Kōsuke si sentì ulteriormente motivato. Tanto più che non si trattava di aiutare genericamente il prossimo, ma il suo migliore amico.

   «Ma tu, piuttosto? Hai già pensato a cosa farai?»

   «Ti ringrazio, mi basta sistemare almeno Nana e sono a posto.»

   Kōsuke intuì che non poteva scendere nei dettagli. Chiedergli se potesse fare qualcosa per lui probabilmente significava impicciarsi.

 

Continua a leggere…

 

L’autrice

Hiro Arikawa, scrittrice e sceneggiatrice, è nata nel 1972 nella prefettura di Kochi. Le cronache di un gatto viaggiatore è stato un caso editoriale dapprima in Giappone e poi in tutto il mondo.

 

 

 

 

  • Cronache di un gatto viaggiatore
  • Hiro Arikawa
  • Traduttore: Daniela Guarino
  • Editore: Garzanti
  • Collana: Elefanti big
  • Anno edizione: 2021
  • In commercio dal: 15 luglio 2021
  • Pagine: 276 p., Brossura
  • EAN: 9788811000976. 

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