Il lupo delle fiabe deve essere cattivo e deve suscitare paura. Solo così la paura può essere vista, compresa e superata

CUORE DI LUPO


Sinossi 

Lui è un lupo ferito, lei è una ragazza stuprata, entrambi hanno scelto di allontanatasi dal branco. Nella solitudine di un bosco innevato conquistano, con qualche difficoltà iniziale, la serenità che soltanto la conquista della solitudine è in grado di offrire. Finché non si incontrano; allora accade qualcosa di speciale, attraverso un linguaggio singolare, fatto di silenzi e soli sguardi, ciascuno di loro trova il coraggio di rivivere i soprusi subiti e di ritornare nel branco per affrontare i propri carnefici.

C’erano stati tanti giorni di sole in quell’autunno che pareva non voler finire mai, ma poi, seppur in ritardo, l’inverno arrivò, più freddo e con intenti più bellicosi di sempre. Le giornate si accorciarono e, docili, le ultime foglie lasciarono che il vento le staccasse dai rami, a una a una, e roteando su se stesse, le portasse a cadere qua e là.

Così al lupo non restò altro da fare che scendere a valle, nei pressi di un laghetto dalle acque verdi e immote, dove gli aghi caduti dai larici, formando morbidi tappeti, ne rendevano felpati i passi.

Era un giovane lupo dal manto argentato. Sul muso robusto, incorniciato da una gorgiera più chiara, quasi bianca, spiccavano gli occhi obliqui color topazio e le orecchie sempre all’erta, più piccole rispetto a quelle dei cani. Il busto massiccio, evidenziato dagli arti lunghi e muscolosi pronti allo scatto.

In primavera si era allontanato dai genitori e dai fratelli« il suo branco – a causa di un bilancio che faceva risultare le ferite ricevute, di gran lunga maggiori a quelle inferte. Da principio non fu facile; più e più volte, a trattenerlo dal ritornare sui propri passi, fu soltanto l’amor proprio. Consapevole di quanto si era sentito impaurito le volte in cui il branco, procedendo più in fretta di lui o attardandosi di fronte a qualcosa che non attirava la sua attenzione, gli aveva provocato un opprimente senso di isolamento. Dunque, soltanto dopo alcuni giorni vissuti nel ripensamento se rimettersi sui suoi passi, provò un sincero apprezzamento per il senso di libertà che la solitudine può dare: la possibilità di scegliere quale sentiero prendere – se procedere o arrestarsi – infine la sensazione di sentirsi parte di tutto ciò che gli si presentava di fronte, durante quelle libere peregrinazioni. Sensazioni che interpretò a conferma del fatto di non essere stato adatto alla vita di gruppo o, peggio ancora, di non averne mai davvero fatto parte. E quelle ferite lo testimoniavano. Troppo spesso ancora gli capitava, ripercorrendone le profondità e fiutandone l’odore, di ricordarne i dolori.

Questo nelle notti buie, ma in quell’istante era giorno e il cielo grigio lasciava presagire neve; così si guardò attorno, cercando di imprimere nella retina quel che ancora restava dell’autunno, e a fiutare, per l’ultima volta gli odori legnosi e balsamici del bosco e quelli più acri di foglie marce e funghi ammuffiti,  finché non iniziarono a cadere sul suo manto i primi fiocchi di neve, allora lasciò che la sensazione di stupore della prima neve lo pervadesse, allontanando per qualche istante la preoccupazione di cercare un rifugio per l’inverno.

Fu in quel momento che la sua attenzione venne catturata dallo sfiato che usciva dal camino di un capanno al limite del lago e da una lieve luce al suo interno. Nonostante l’istinto gli suggerisse di andarsene, lasciò che a guidare i suoi passi fosse la curiosità. Così, mentre la neve confondeva i contorni delle cose e ne attutiva i rumori, si avvicinò al capanno cercando di scorgere chi potesse trovarsi al suo interno. Solo dopo aver individuato una giovane donna, all’apparenza innocua, tornò sui suoi passi, proseguendo nel suo intento, in quella prima notte di neve.

Al risveglio trovò il sole a illuminare la vallata completamente innevata.

Il lupo aveva trovato il suo rifugio in un antro della roccia che si alzava a picco sopra il laghetto, un punto nascosto da dove poteva osservare senza essere visto. Da sempre sapeva che proprio gli esemplari della sua specie furono i primi animali a essere addomesticati dagli esseri umani. Allora gli uomini non erano ancora stanziali e vivevano come i lupi, di caccia e di raccolta, cercando il cibo là dove si trovava. Da qui la stretta relazione che si era stabilita tra di loro. Ma da quel periodo ne era passato di tempo e, a differenza dei lupi, gli uomini avevano cambiato le loro abitudini; ora vivevano nei capanni riscaldati e difendevano le loro proprietà con tutti i mezzi possibili, anche con i fucili.

Dunque, da quell’antro controllò ancora il capanno finché non vide la giovane donna dirigersi verso la legnaia. La curiosità che caratterizza gli animi più giovani lo indusse ad avvicinarsi, ma con una certa cautela, come suggeriva il suo istinto atavico. Quando giunse in un punto abbastanza lontano per poter fuggire, ma abbastanza vicino per poter vedere la legnaia, la ragazza era già rientrata. A giudicare dalle impronte lasciate lì intorno, all’interno del capanno non vi era nessun altro. Volendo verificare l’esattezza della sua supposizione, il lupo trascorse alcuni giorni in appostamento finché la sua ipotesi non trovò conferma. La ragazza era davvero sola. Nessuno, tranne lei, usciva con la stessa regolarità a svuotare il secchio della cenere, a rifornirsi di legna, a spazzare la neve o a scrutare il cielo di giorno e di sera. Nessuno sedeva accanto a lei sulla panca di legno, posta sotto il portico e ricoperta da morbidi cuscini a quadri rossi e bianchi. Ma soprattutto, nessuno, lì al capanno, imbracciava fucili, tantomeno lei.

Dalla sua postazione, il lupo non poteva però vederla bene; infagottata com’era in un cappotto grigio e un berretto di lana azzurra, dal quale spesso fuoriusciva una ciocca di capelli biondi a celarne in parte il volto.

Allora, abbandonata un po’ della sua cautela, prese ad avvicinarsi ogni giorno di più, pur di udirne il canto sommesso, fiutarne l’odore e spiarne i gesti, come quando, intenta a scrivere, al di là della finestra del capanno, trascorreva lunghe ore al lume di candela alla ricerca del delicato equilibrio e dell’elegante sinergia che la composizione delle parole richiede, senza che lui potesse comprenderne il motivo e tantomeno la necessità.

Attraverso la finestra, ebbe modo di scoprirne i lineamenti delicati quando era seria e stranamente buffi quando invece sorrideva. I capelli riottosi, quasi sempre spettinati lungo le spalle e un fisico più longilineo e muscoloso di quello paffuto che le conferivano il cappotto grigio e la spessa sciarpa di lana azzurra che da qualche giorno aveva iniziato ad avvolgersi attorno al collo.

Ora lei viveva nell’assenza di rumore di quei boschi innevati, bramandone il silenzio, ma in passato non era stato così. Un tempo aveva considerato la solitudine alla stregua dello stato punitivo vissuto da bambina dopo aver commesso una marachella, e in seguito, in età adolescenziale, come il pericolo di perdere se stessa. Per questo amava tanto stare con altre persone, far parte di un gruppo e interagire con esso attraverso il dialogo, le ideologie, i gusti musicali, il modo di vestire, gli atteggiamenti e il senso di appartenenza che da tutto ciò derivava. In senso metaforico, la ragazza amava l’idea di appartenere a qualcuno e che qualcuno appartenesse a lei.

Poi un giorno qualcosa cambiò. Sempre più spesso cominciò a percepire, nelle situazioni dialogiche come negli atteggiamenti, verità sempre più soggettive, fini a se stesse; rivoltate, smembrate e spogliate della propria essenzialità, al solo scopo di persuadere o dissuadere l’interlocutore, in una sorta di soggettivismo esasperato. Una condotta che travalicava il gruppo, coinvolgendo l’intera società, enfatizzata dai media un po’ ovunque, nei dibattiti televisivi come nella politica.  L’importo del biglietto d’ingresso nell’età adulta. Ciò che non tollerò fu ben altro. Qualcosa di inenarrabile. Da dimenticare.

Fu così che delusa, non soltanto dagli altri, ma anche da sé stessa, decise di ritirarsi nel bosco per ritrovare quella parte di sé che il senso di appartenenza al gruppo le aveva sottratto. Nel farlo aveva recuperato lo stesso senso di libertà provato dal lupo, e una creatività che era andata dispersa per soddisfare le esigenze degli altri.

Le letture, che aveva ripreso con l’accanimento di quando era bambina, l’avevano poi indotta alla scrittura; parole che restavano sul foglio, là dove venivano sparse, senza la pretesa di essere comprese, fraintese o condivise.

La ragazza faceva spesso passeggiate nel bosco, lungo gli stessi sentieri battuti dal lupo, e se dapprima questa consuetudine lo spingeva a indietreggiare, in seguito, gli restituì l’ardire della sua natura. Fu così che un giorno inevitabilmente si incontrarono e i loro sguardi si incrociarono. Quel pomeriggio la neve scendeva lenta e silenziosa, come sempre.  Per un istante, quello in cui l’adrenalina viene rilasciata nel corpo degli uomini come in quello degli animali, le loro pupille si dilatarono e i loro muscoli, pronti alla fuga, si contrassero, ma nessuno dei due si mosse. Restarono così, l’uno di fronte all’altra, incapaci di dar retta ai propri istinti: attaccare o darsi alla fuga. Passò del tempo e i loro cuori, seppur a fatica, presero a rallentare la loro corsa finché la respirazione si placò, seppur di poco.

La ragazza si chiese se il lupo l’avrebbe sbranata. Il lupo si chiese se doveva temere la ragazza.

La ragazza si chiese, nel caso non fosse stata sbranata, se sarebbe stato possibile stabilire un rapporto con lui. Il lupo si chiese, nel caso lei fosse risultata innocua, se avrebbe potuto starle vicino senza aver nulla da temere.

La ragazza pensò che quegli occhi color topazio non potevano essere feroci. Il lupo pensò che quello sguardo delicato non poteva fargli del male.

A quel punto, la ragazza decise di tentare un approccio.

Il lupo decise di non darsi alla fuga.

Dunque, fu la ragazza ad allungare la mano lentamente, il palmo rivolto verso l’alto perché il lupo potesse avvicinarvi il muso e annusandola, capire chi aveva di fronte. E lui si avvicinò.

Ciascuno di loro cercò degli elementi che potessero confermare la sensazione di fiducia reciproca da cui si sentivano stranamente pervasi. Lui annusando quella mano e categorizzandone l’odore. Lei cercando il suo sguardo e interpretandolo.

Entrambi pensarono di potersi fidare.

Era ciò di cui avevano bisogno; ritrovare fiducia dentro e fuori di sé.

Il desiderio di appartenenza. La lotta per il predominio. Il bisogno di apparire. La solitudine all’interno del branco. La solitudine all’interno del gruppo.  La necessità di andarsene. L’odore della paura. Le sostanze nel corpo. Il consenso negato. Il senso d’impotenza. Le suppliche ignorate. La scelta inconsapevole di dimenticare. Il senso di colpa. L’esigenza di diventare altro da ciò che eri. Un branco di lupi. Un branco di ragazzi.

La delusione è una porta chiusa quando la realtà non corrisponde a ciò che ci si aspetta e la speranza è l’unica chiave per dischiuderla. Senza chiave la delusione si fa tradimento. E chi si sente tradito finisce con l’allontanarsi da tutti.

Così era successo alla ragazza e al lupo.

Ma l’universo è benevolo e per fare in modo che quelle aspettative non vengano tradite, la canalizza altrove, anche tramite linguaggi e alfabeti diversi. Dunque, attraverso quel primo sguardo, fu come se il lupo fosse riuscito a leggere le pagine più segrete dell’animo della ragazza, quelle da cui era fuggita. Nessun essere umano era mai riuscito a tanto.

Seguirono altri incontri, prima lungo il sentiero e poi sempre più vicino al laghetto. Finché il lupo non trovò spazio sul divanetto posto sotto il porticato del capanno.

Da principio, il lupo arrivava a una certa ora, si rannicchiava sul divanetto e mugolava per richiamare la ragazza.  Lei lo raggiungeva con in mano un pezzetto di pane che lui rosicchiava solo per farle piacere.

Restavano ore così, a osservare il cielo che nelle giornate di sole, privo di nuvole, assumeva tonalità indaco. In quelle giornate, la neve cadeva dai rami con grandi tonfi ed era possibile scorgere qualche scoiattolo salire o scendere in gran fretta dai rami, in cerca dei rifornimenti ammonticchiati d’estate in qualche tana.

Restavano così anche quando il tempo volgeva al brutto, la ragazza avvolta in una pesante coperta di lana. Entrambi amavano osservare la danza sincopata che i fiocchi di neve mettevano in scena, prima di posarsi a terra.

Negli occhi della ragazza il lupo lesse il suo passato; gli slanci altruistici, la fiducia nel prossimo, la volontà di compiacere che ne avevano caratterizzato l’infanzia. Atteggiamenti che il tempo trasformò nell’insana incapacità di dire di no, nel timore di deludere il prossimo. Fu a quel punto che i suoi atteggiamenti cominciarono a conformarsi a quelli del gruppo. Gli abiti sempre più eccentrici per attirare l’attenzione, i diverbi con i genitori, le notti in discoteca, i drink in voga. Ma tutto ciò non bastava, per sentirsi parte della compagnia seguirono il fumo e qualche pasticca per poter arrivare al mattino.

La lealtà lasciò spazio all’ambiguità e all’ipocrisia che trovarono compimento nell’ avvenimento di quella notte e in quella ferita, ancora arrossata, che le impediva di muovere il braccio destro con la stessa destrezza di quello sinistro.

Invece, riguardo al passato della specie a cui la ragazza apparteneva, l’umanità, declinabile nelle peggiori nefandezze, come nei più autentici slanci di generosità, il lupo comprese che si trattava di una superiorità solo apparente, quella degli uomini rispetto agli animali.

Negli occhi del lupo, la ragazza intravvide il legame forte con le proprie origini. Legame che anche volendo, il lupo non poteva rinnegare. Del pane secco che lei gli procurava non sapeva che farsene e così pure della zuppa o di qualsiasi altra scodella di cibo che gli veniva offerta; non era roba per lui. La ragazza provò orrore quando lo vide divorare un animale selvatico, la bocca sporca di quel sangue ancora caldo. Ma così facendo, egli rispondeva a un richiamo che andava oltre la sua volontà, così come quando, nelle notti più fredde, scavava una fossa nella neve e vi si aggomitolava dentro, preferendola al calore del capanno. Talvolta, senza esserne neppure consapevole, il lupo ululava alla luna piena. Un lamento antico che intimoriva la ragazza, ma che affratellava il lupo al creato, rivitalizzandone l’energia.

Spesso la ragazza e il lupo furono visti insieme dagli abitanti della valle in quel primo inverno e in quello che seguì. Girovagavano tra i boschi, l’una a fianco dell’altro. A suggellare la loro amicizia nessuna parola, solo quella presenza costante e quel silenzio che diventava fonte di conoscenza prima di se stessi e poi dell’altro, un po’ come nell’amore che non può essere esteso ad altri, se prima non affonda le proprie radici nell’amore di sé.

Un giorno, mentre la ragazza accarezzava il manto del lupo, notò una ferita. Spiccava tra tutte le altre perché sopra la sutura spontanea non era ancora ricresciuto il manto. Anche lui, come lei, portava i segni di un conflitto irrisolto. Provò a paragonare tutto ciò a se stessa, anche se la ferita sul braccio non era quella che le faceva più male. Le più dolorose e profonde risiedevano nell’anima, e solo uno sguardo attento come quello del lupo era in grado di rivelarle.

Era accaduto l’inimmaginabile o forse soltanto un avvenimento come se ne leggono tanti negli articoli di cronaca locale, dal nord al sud della penisola.

Una sera, in discoteca, tre amici del gruppo le proposero di uscire a prendere un po’ d’aria nel parco confinante con il locale. Era già molto tardi e Marta, l’amica della ragazza, si dondolava in pista, rapita dalla musica tecno.

-Dai, ci facciamo una canna e poi rientriamo. Non senti che aria pesante c’è qui dentro?

Ma sì, una canna ci stava. Le avrebbe permesso di addormentarsi più in fretta al rientro a casa.

-Una cosa veloce perché tra un po’ devo tornare a casa con Marta.

-Allora ci sta il bicchiere della staffa.

-L’ultimo, perché sono già in bolla.

È Lino che va a prendere da bere per tutti.

Il Gin tonic della ragazza ha un gusto strano, lo dice a Lino.

-È’ una bomba, ho chiesto al barman di abbondare con il Gin.

Seduta su una panchina, la ragazza si rende conto di non sentirsi molto bene. La testa gira, quel minimo di lucidità che possedeva all’interno del locale inizia a sfumare.

Lino insiste perché beva ancora.

-Giù tutto in un fiato!

Lino è un bel ragazzo, forse il più bello della compagnia. Di solito non le dedica molte attenzioni, anche perché sembra avere una ragazza nuova ogni volta. Ragazze che non fanno parte della compagnia, delle quali nessuno tenta più di ricordarsi il nome. Ma questa sera le attenzioni sono rivolte proprio a lei.

Intanto, con una certa lentezza, a scaglioni i ragazzi iniziano a uscire dalla discoteca, ormai in chiusura. La ragazza pensa a Marta. La starà di sicuro cercando, ma fatica a distinguerla, fatica persino a chiamarla per nome. Le pare di essere, allo stesso momento, fuori e dentro il proprio corpo. Poi Lino si avvicina, le chiede qualcosa. La ragazza sente la domanda, ma per quanto si sforzi, non riesce a dare un senso alle parole udite.

-Questa è andata ragazzi, lasciate fare a me, poi verrà il vostro turno. Osservate come si piegano a terra le fighette altezzose.

Dunque, è Lino a cominciare. Si avvicina alla panchina dove la ragazza, incapace di reagire, è ancora seduta. Armeggia con la fibbia della sua cintura di Hermes.

La ragazza vede la lettera H abbassarsi insieme ai pantaloni di Lino, proprio di fronte al suo volto. Poi gli sparuti lampioni del parco sembrano spegnersi e lei non vede più nulla, forse sente, perché prova a opporsi, ma senza la forza necessaria. Non sa quanto dura, ma sa che dopo Lino è il turno dei suoi amici. Uno, due, tre…non lo sa.

Alla fine, i ragazzi se ne vanno. Il branco, guidato da Lino, sale sul suo Suv nero. Un gregario si preoccupa di quel che la ragazza potrà ricordare il giorno dopo. Lino li rassicura.

-Conoscendo il tipo, ci sono andato giù pesante. Il cocktail di bendoziadepine involontariamente fornito da mia nonna ha sortito il suo effetto.

All’uscita dal locale, Marta si preoccupa. La ragazza non è lì ad aspettarla, come convenuto. Prova a chiamarla, a chiedere in giro. Qualcuno ricorda di averla vista uscire dal locale con Lino e i suoi amici. La strada è quasi deserta, i lampioni del parco occhieggiano nel buio. Si avvicina un’auto, è quella di suo padre. Con lui rientra in discoteca, chiede ai camerieri, infine prova a entrare nel parco, magari la ragazza si è sentita male.

 

La trovano sulla panchina, in stato confusionale e semisvestita. Per portarla sulla macchina, debbono sorreggerla.

-Cosa ti hanno fatto?

-Chi è stato?

La ragazza non risponde. Ha gli indumenti stracciati, pezzetti di vetro dentro una ferita sul braccio e uno sguardo che fa paura. Nell’adagiarla sui sedili posteriori dell’auto, il padre di Marta nota anche dei lividi sulle sue gambe e comprende cosa può esserle accaduto.

-Lasciala stare, ora la portiamo a casa. Racconterà tutto a sua madre.

Ma la ragazza non potrà raccontare tutto, perché di quella sera stenterà a ricordare ciò che è avvenuto dopo aver bevuto l’ultimo Gin tonic.

Faticherà a ricordare anche le cure amorevoli di sua madre, lo sguardo del padre, indulgente nei suoi confronti, ma furibondo nei confronti del branco.

Dopo un sonno lunghissimo, i genitori si offriranno di accompagnarla in ospedale e poi alla polizia.

-Hai subito una violenza, non è colpa tua. Le ripete, amorevole, la madre.

Non comprendono che la ragazza vuole solo dimenticare quel poco che ricorda. Non capiscono che se ci sarà da mettere in dubbio le parole di qualcuno, non saranno quelle di Lino, il figlio di uno degli imprenditori tra i più facoltosi della città, e dei suoi amici. Non capiscono che ormai lei non fa più parte del gruppo. Ora che è lucida comprende l’ironia di Lino riguardo il comportamento di alcune ragazze allontanatesi dalla compagnia e poi rientrate con atteggiamento sottomesso. Ricorda che c’erano delle dicerie riguardo a lui e ai suoi fedelissimi, dicerie a cui non ha mai voluto dare credito.

La ragazza sa che per lei non sarà così. Ha ventidue anni, frequenta da tre la facoltà di veterinaria della sua città, con buoni risultati. Non vuole buttare all’aria tutto, vuole solo prendersi del tempo.

-Io voglio solo andarmene di qui.

-Tu devi restare qui e sporgere denuncia. E’ ciò che ripete il padre.

-Se non vuoi sporgere denuncia, ti capisco – ribatte la madre – ma almeno resta qui con noi. Ci prenderemo cura di te, come puoi pensare di andartene nello chalet di montagna?

-Ho bisogno di stare da sola e quello è l’unico posto dove potrò esserlo. Non prendetevela a male. Voglio solo dimenticare. E poi non sarò isolata, a trenta minuti di strada c’è il paese. Vi prometto che, se non dovesse funzionare, se dovessi sentirmi sola, vi chiederò di venirmi a riprendere.

Per i motivi più disparati, senza tralasciare l’inspiegabile vergogna che grava sulle famiglie oltraggiate, piuttosto che sui carnefici, i genitori della ragazza acconsentono al suo volere e l’accompagnano in montagna, là dove la incontrò il lupo.

Per dimenticare.

Per non soffrire più.

Per ridimensionare il valore della compagnia.

Per prestare più attenzione a certi segnali.

Per mancanza di coraggio.

Per prendere decisioni con la sua testa.

Perché, come le era capitato una volta arrampicandosi su una cima di quelle stesse montagne, indietro non si torna, si può solo andare avanti.

Finché non trovi il coraggio di ribellarti e urlare la tua rabbia.

E allora al dolore si affianca la disperazione, la stessa di quando, ancora bambini, ci si sente abbandonati. Crescendo però, una cosa la si impara: meglio abbandonare che essere abbandonati.

 

Nel corso di quei giorni trascorsi accanto al lupo, la ragazza comprese che il sentiero intrapreso da lui era lo stesso che doveva affrontare lei. Ne dedusse che, se per il lupo era giunto il tempo di dimenticare le ferite, forse quel tempo era giunto anche per lei. Il modo era sicuramente diverso, ma seguendone l’esempio anche lei avrebbe potuto dimenticare il passato e vivere nel presente, alla giornata, come il suo fedele amico.

Di tanto in tanto, qualcuno partiva da lontano per vedere di persona i protagonisti della leggenda che già si raccontava nei villaggi di montagna come in quelli del fondovalle, della ragazza che aveva addomesticato un lupo, o viceversa. E’ risaputo che i lupi allevati in cattività, al fianco dell’uomo, si comportano allo stesso modo dei cuccioli domestici, diventandone compagni devoti. Ciò che incuriosiva, in questa storia, era il fatto che il lupo, si fosse avvicinato alla ragazza già in giovane età.

Poi un giorno di primavera, il lupo incappò, non si sa se per caso o per scelta, nel suo vecchio branco. Con prudenza, quando ancora non sapeva se darsi alla fuga o avvicinarsi, cercò le vecchie ferite, ma faticò a trovarle. Le più superficiali erano sparite del tutto e la più profonda, si era rimarginata bene. Non doleva più.

Quando venne accerchiato dai suoi familiari, festosi per averlo ritrovato, il lupo si accorse di provare una sensazione di felicità intensa e pungente, assai diversa dalla serenità pacata che provava al fianco della ragazza, e un’energia mai provata, che lo spingeva ad affrontare la lotta con più coraggio e sopportarne le conseguenze. Se era questo ciò che richiedeva l’autoaffermazione, allora il tempo dell’isolamento era terminato, scalzato dal bisogno di tornare a far parte di un branco.

Era arrivato il suo tempo. All’interno del gruppo, una giovane lupa attendeva il suo coraggio per intraprendere insieme un nuovo viaggio.

Ma prima doveva tornare un’ultima volta dalla sua giovane amica.

Era ormai quasi sera, quando giunse al capanno. La ragazza era seduta sulla sua sedia a dondolo, intenta a seguire gli ultimi raggi di sole che si nascondevano dietro la montagna irradiando di un caldo colore arancione le nuvole in cielo. Il lupo le si avvicinò e le si accucciò ai piedi e lei gli accarezzò la testa, con gesti lenti e dolci, come in quella prima sera d’inverno.

Poi lei fece una cosa che non aveva mai fatto, gli parlò. Cominciò a raccontare di sé con parole che i lunghi silenzi avevano però già rivelato. Anche lui provò a parlarle, nel suo alfabeto, fatto di sguardi, uggiolii, guaiti e mugugni, ma anche i suoi versi risuonarono già espressi.

Compresero allora che i loro silenzi non necessitavano di parole. E se per il lupo era giunto il momento di rientrare nel branco, anche per la ragazza era giunto il momento di fare ritorno nel mondo degli uomini. Teneva infatti tra le mani una lettera di Marta, ricevuta proprio quel giorno. Nel leggerla aveva percorso le ferite dell’anima, ma come era stato per il lupo, nel momento in cui le aveva cercate, aveva faticato a trovarle. A differenza dell’animale però, sulla pelle liscia e glabra del suo braccio destro, la ferita, pur avendo perso i contorni rossastri dei primi giorni, spiccava ora per il suo pallore, come monito, affinché non ripetesse più gli stessi errori.

Dal lupo aveva appreso la risolutezza

Insieme avevano imparato che tutto ciò che accade fa parte di noi stessi, ne incarna la percezione e avviene con uno scopo ben preciso, anche se lo ignoriamo. In questo senso anche gli avversari che incontriamo lungo il nostro cammino hanno la funzione di farci crescere attraverso l’acquisizione di un senso di responsabilità individuale.

Dunque, il tempo e la vicinanza li aveva cambiati.

Ora per entrambi, quell’isolamento considerato inizialmente come una conquista, doveva trasformarsi in un atto di coraggio, ancora più grande. Il loro posto, ora lo sapevano, era nel mondo, dove dovevano tornare più forti di prima.

La ragazza e il lupo si guardarono negli occhi, ancora una volta. Uno sguardo colmo di affetto e denso di gratitudine per il grande dono che reciprocamente avevano saputo scambiarsi.

Entrambi avevano perso la fiducia, forse ancor prima che nei propri simili, in se stessi, ritrovando sulla propria pelle, quasi vi fosse cucita sopra, la paura. Questo il motivo per cui avevano dovuto allontanarsi in solitudine, per perdonare prima di tutto se stessi e acquisire una nuova coscienza. Il passo successivo era stato quello di vivere in armonia con la natura, seguendone i ritmi, assecondandone gli istinti e apprezzandone i doni.

C’erano state tante giornate tiepide in quella primavera che dava l’impressione di voler anticipare l’estate con l’innocente insolenza di ciò che è nuovo.

 

Gli ultimi raggi del sole lambivano le cime dei larici mentre il vento, nell’atto di farle ondeggiare, tentava di avvicinarle. A terra, teneri fili d’erba ricoprivano il prato punteggiato qua e là dai variopinti fiori di montagna. Tra i rami degli alberi era tutto un saliscendi di piccoli scoiattoli. Neppure gli uccellini, quella sera, sembravano dare segni di stanchezza e proseguivano tenaci nei loro canti d’amore iniziati all’alba. Sui tronchi delle piante, i cervi più maturi, quelli destinati all’accoppiamento, strofinavano con forza il loro capo, nell’atto di placare il tormento causato dalla ricrescita dei loro palchi.  Al limite del laghetto, alcuni pastori erano impegnati nella transumanza del bestiame. Poco sopra il capanno, su una bocchetta tra due montagne, in festa, l’intero branco attendeva il lupo. Ad attendere la ragazza, lì vicino, invece non c’era nessuno. Ma si sa, le relazioni tra gli uomini sono molto più complicate da gestire rispetto a quelle tra gli animali. Per incontrare i suoi simili, la ragazza avrebbe dovuto fare ritorno in città, riprendere i contatti con la famiglia, gli amici e lo studio, e denunciare quanto era successo alle autorità. Ormai, lo aveva messo in conto, non esistevano più prove a suo favore. Uno stupro va denunciato subito, quando le prove sono evidenti.

Così facendo avrebbe solo attirato su di sé i pregiudizi della gente, ma poco importava. La sua denuncia poteva servire da incoraggiamento ad altre ragazze. Perché, se è vero, che non si possono ricucire gli avvenimenti passati, si può evitare di ripeterli. E per farlo al meglio, la ragazza avrebbe dovuto contare solo su se stessa, sul suo coraggio di raccontare la verità

A differenza del lupo, lei doveva lasciare quelle montagne, protetta dal resto del mondo. Come era stato per lui, anche lei, in principio aveva temuto la solitudine. Poi però, ne aveva scoperto il grande pregio: un grande senso di libertà rispetto alle persone e alle cose. Abbandonati gli abiti eleganti di città, aveva vestito quelli più comodi della montagna. Abbandonata la tecnologia, aveva dato e ricevuto notizie dalla famiglia, solo attraverso l’ormai desueto sistema del telefono fisso sito nell’unico negozio del paese, o della posta che andava a ritirare, due volte alla settimana. Priva di quei mezzi, aveva ripreso a lavorare con le mani; cucinare, curare l’orto, ricamare, lavorare a maglia e all’uncinetto, scrivere. E il silenzio le aveva fatto compagnia.

Ecco, il momento era giunto. La ragazza e il lupo dovevano salutarsi. Dagli occhi color topazio del lupo grigio scesero alcune lacrime a rigargli il muso, le asciugò con il palmo della mano la ragazza, prima di inginocchiarsi a terra e stringerlo, stretto stretto, tra le sue braccia.

-Vai amico mio, e forma il tuo branco, sei nato per questo motivo. Pensò tra sé e sé, convinta che il lupo potesse comprenderla.

-Anche tu hai uno scopo nel mondo, con coraggio, vai a scoprirlo! Fu quello che le trasmise lo sguardo del lupo.

Roberta Plebani

 

 

 

 

 

 



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