L’arte fra eccessi e incuria.

«Da «Merda d’artista» a merda di turista»
Quando l’inciviltà del turismo di massa trasforma la bellezza in un bene da consumare e degradare.
Redazione Inchiostronero
Nota redazionale
Prendendo spunto da un recente episodio di inciviltà turistica, questo articolo riflette sul rapporto sempre più problematico tra turismo di massa e patrimonio culturale. Dalla provocazione artistica di Piero Manzoni alla degradazione involontaria prodotta da un consumo senza misura dei luoghi della bellezza, il tema non riguarda soltanto il cattivo comportamento di alcuni visitatori, ma una più generale perdita del senso del limite e del rispetto verso ciò che appartiene alla memoria collettiva.
«Il turista distrugge ciò che cerca,
trovandolo.»
Hans Magnus Enzensberger
Dalla provocazione artistica alla provocazione involontaria

Nel maggio del 1961, l’artista italiano Piero Manzoni sigillò novanta scatolette metalliche recanti la scritta «Merda d’artista». Ognuna, secondo l’etichetta, conteneva trenta grammi di escrementi conservati al naturale. L’opera suscitò scandalo, ironie e incomprensioni, ma il suo autore non intendeva celebrare il cattivo gusto. Piuttosto, con quella provocazione estrema, voleva mettere in discussione il mercato dell’arte e la sua capacità di attribuire valore a qualunque oggetto in virtù della sola firma dell’artista. Era una sfida concettuale, una satira corrosiva rivolta alla società dei consumi e ai meccanismi della consacrazione culturale.

A distanza di oltre sessant’anni, la realtà sembra aver superato la provocazione. Nel novembre del 2025, in Corea del Sud, alcuni turisti sono stati denunciati dopo essere stati sorpresi a defecare nelle vicinanze del Palazzo Gyeongbokgung, uno dei simboli storici di Seul. L’episodio, che ha suscitato indignazione e acceso un dibattito sull’inciviltà del turismo contemporaneo, appare quasi come una grottesca caricatura dell’opera di Manzoni. Ma qui non vi è alcuna intenzione artistica, nessuna critica al sistema, nessun significato da decifrare. C’è soltanto l’assenza di limite.
Il passaggio dalla provocazione culturale alla provocazione involontaria è uno dei segni del nostro tempo. Laddove l’avanguardia artistica cercava di scandalizzare per far riflettere, l’inciviltà contemporanea scandalizza senza nemmeno rendersene conto. Ciò che un tempo era un gesto simbolico destinato a denunciare il consumismo, oggi diventa un comportamento reale prodotto da una società che ha finito per trasformare tutto in consumo, compresi i luoghi della memoria.
«Il turista distrugge ciò che cerca, trovandolo»,
osservava Hans Magnus Enzensberger in una celebre riflessione dedicata al turismo di massa. Il paradosso è evidente: milioni di persone si mettono in viaggio alla ricerca della bellezza, ma troppo spesso finiscono per consumarla, degradarla e ridurla a semplice sfondo delle proprie esperienze. Così, ciò che per Manzoni era un atto di provocazione intellettuale diventa, nel nostro presente, una triste e involontaria metafora della barbarie travestita da vacanza.
Il turista consumatore

Per secoli il viaggio ha rappresentato un’esperienza di conoscenza. Dal pellegrino medievale ai protagonisti del Grand Tour settecentesco, spostarsi significava entrare in contatto con mondi diversi, confrontarsi con altre tradizioni, accettare la fatica e perfino la lentezza come parte integrante dell’esperienza. Viaggiare implicava una disposizione d’animo prima ancora che uno spostamento geografico.
Pochi hanno incarnato questo spirito meglio di Johann Wolfgang Goethe. Nel suo Viaggio in Italia, iniziato nel 1786, lo scrittore tedesco non cerca semplicemente paesaggi da contemplare o monumenti da collezionare con lo sguardo. Cerca una trasformazione interiore.
«Sono finalmente arrivato in questa capitale del mondo»,
annota a proposito di Roma, quasi a indicare che il viaggio non è una fuga, ma un ritorno a una sorgente spirituale. E ancora, riferendosi all’esperienza italiana, scrive:
«Posso dire di essere rinato, di aver mutato idee e costumi».
L’Italia, per Goethe, non è un prodotto da consumare ma una scuola di vita, un’occasione per educare lo sguardo e affinare la sensibilità.
Lo scrittore inglese Laurence Sterne ricordava che
«il viaggiatore saggio non disprezza il proprio paese, ma impara ad amare il mondo».
Viaggiare era, in fondo, una forma di educazione.
La società contemporanea ha modificato profondamente questa concezione. Il viaggio si è trasformato in un prodotto da consumare rapidamente, una prestazione da esibire, una collezione di immagini da accumulare. Ci si sposta con la stessa logica con cui si acquistano merci: velocemente, senza attese e senza relazioni profonde con i luoghi. L’obiettivo non è più comprendere, ma registrare la propria presenza. Monumenti, piazze, musei e paesaggi diventano così scenografie da immortalare e condividere, tappe di un percorso da completare più che occasioni di incontro con la storia.
In questo processo, molte città storiche vengono percepite come giganteschi parchi tematici. Venezia, Firenze, Roma, Barcellona o Dubrovnik rischiano di trasformarsi in luoghi destinati esclusivamente al consumo turistico, privati della loro dimensione umana e ridotti a sfondo spettacolare. Come scriveva Guy Debord nella Società dello spettacolo,
«tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione».
La bellezza smette di essere esperienza e diventa immagine, mentre il patrimonio culturale si riduce a semplice oggetto di consumo.
Con la perdita del senso del viaggio si affievolisce inevitabilmente anche il rispetto per i luoghi visitati. Se una città viene percepita come un prodotto acquistato, tutto sembra lecito: sedersi sulle fontane monumentali, incidere il proprio nome sui muri, trasformare piazze e vicoli in luoghi privi di ogni sacralità civile. Il turista-consumatore non si sente ospite, ma cliente. E il cliente, nella logica dominante, ritiene di avere soltanto diritti e nessun dovere.
Forse è proprio qui che si manifesta una delle contraddizioni più profonde della modernità. Mai come oggi milioni di persone hanno avuto accesso al viaggio, eppure raramente il mondo è apparso così consumato e così poco conosciuto. Perché si può attraversare mezzo pianeta senza aver veramente incontrato nulla.
I molti volti del degrado

Se la trasformazione del viaggiatore in consumatore rappresenta il mutamento culturale, i comportamenti che sempre più frequentemente si registrano nei luoghi d’arte ne costituiscono la manifestazione concreta. La cronaca degli ultimi anni ha assunto i contorni di un bollettino quasi quotidiano dell’inciviltà. Non si tratta soltanto di episodi isolati, ma di una serie di gesti che sembrano avere in comune una medesima caratteristica: la perdita del senso del limite e la riduzione dello spazio pubblico a semplice prolungamento della sfera privata.
Il Colosseo, simbolo universale di Roma, è stato più volte deturpato da turisti intenti a incidere il proprio nome sulle antiche pietre, come se lasciare una traccia personale significasse appropriarsi di una storia che appartiene a tutti. Nel 2023, le immagini di un visitatore che incideva con una chiave le iniziali proprie e della compagna fecero il giro del mondo, suscitando sdegno e incredulità. Ma quell’episodio non era che uno dei tanti.
Venezia, da parte sua, è diventata spesso il teatro di esibizioni che oscillano tra il cattivo gusto e la totale irresponsabilità. Tuffi nei canali, picnic improvvisati sui monumenti, comportamenti molesti e uso della città come sfondo di un intrattenimento senza regole hanno finito per trasformare uno dei luoghi più straordinari del mondo in un palcoscenico permanente. Lo stesso si potrebbe dire delle fontane monumentali di Roma, da Piazza Navona alla Fontana di Trevi, utilizzate non di rado come piscine improvvisate da turisti in cerca di qualche fotografia da condividere sui social.
Non meno preoccupanti sono le scritte e i danneggiamenti ai siti archeologici e ai monumenti storici, dall’Acropoli di Atene ai templi egizi di Luxor, fino alle antiche mura di Pompei. In tutti questi casi il desiderio di testimoniare la propria presenza sembra prevalere sul rispetto dovuto a opere che hanno attraversato i secoli. È come se l’individuo contemporaneo, dominato dall’ossessione della visibilità, sentisse il bisogno di imprimere se stesso ovunque, quasi a compensare la paura di essere dimenticato.
Già Alexis de Tocqueville aveva osservato che nelle società moderne gli uomini tendono a rinchiudersi
«nel piccolo cerchio dei propri interessi privati».
Oggi quel cerchio sembra essersi allargato fino a comprendere tutto ciò che ci circonda. Monumenti, piazze e siti archeologici cessano di essere luoghi della memoria e diventano semplici scenografie a disposizione del singolo. Il degrado dello spazio pubblico non è dunque soltanto una questione di maleducazione. È il riflesso di una crisi più profonda, nella quale la ricerca narcisistica dell’affermazione individuale finisce per prevalere sul senso dell’appartenenza a una storia comune.
La perdita del senso del limite
Dietro gli episodi di degrado e di inciviltà che punteggiano ormai con inquietante regolarità la cronaca delle città d’arte, si intravede una questione più profonda. Il problema non riguarda soltanto l’educazione o la buona creanza, ma il progressivo indebolimento di quella disposizione interiore che per secoli ha consentito agli uomini di distinguere ciò che poteva essere usato da ciò che meritava rispetto. In altre parole, la perdita del senso del limite.
La bellezza, che un tempo imponeva una forma di raccoglimento e di contemplazione, viene sempre più spesso ridotta a sfondo per fotografie e intrattenimento. Monumenti, piazze e paesaggi cessano di essere mete da comprendere e diventano scenografie destinate a certificare la propria presenza nel mondo. L’importante non è più vedere, ma essere visti. Già il filosofo Günther Anders osservava che l’uomo contemporaneo tende a vivere meno le esperienze che le immagini delle esperienze. In una società dominata dalla visibilità, anche la bellezza viene piegata alle esigenze della rappresentazione.
Non è un caso che molte civiltà abbiano attribuito ai luoghi una dimensione che andava oltre la loro funzione pratica. Templi, cattedrali, piazze e monumenti custodivano una memoria e imponevano spontaneamente un atteggiamento di rispetto. Il sacro, prima ancora di appartenere alla religione, definiva una separazione tra ciò che era disponibile e ciò che non poteva essere trattato come un oggetto qualsiasi. Mircea Eliade ricordava che «il sacro è l’elemento reale per eccellenza». Oggi, al contrario, tutto sembra essere diventato profano, disponibile, utilizzabile, fotografabile.
La dissoluzione del senso del sacro coincide con quella della memoria. Quando si perde la percezione della profondità storica, anche il patrimonio artistico cessa di apparire come una testimonianza affidata alle generazioni presenti e future. Diventa un bene da consumare, un servizio incluso nel pacchetto della vacanza, una tappa da aggiungere a un itinerario sempre più frenetico. La logica economica e quella dell’intrattenimento finiscono così per prevalere su quella della conservazione.
«La tradizione non consiste nel conservare le ceneri, ma nel mantenere viva una fiamma»,
scriveva Gustav Mahler. Ma una fiamma richiede cura, attenzione e consapevolezza. Se tutto viene trasformato in merce e spettacolo, anche la bellezza rischia di sopravvivere soltanto come immagine svuotata del suo significato. E quando il passato perde la sua autorevolezza, il presente finisce inevitabilmente per trattare i capolavori della civiltà con la stessa superficialità con cui consuma ogni altra cosa.
Dal viaggiatore al cliente
Per comprendere la natura della trasformazione avvenuta nel nostro rapporto con il viaggio, è utile volgere lo sguardo al passato. Tra il XVII e il XIX secolo, il Grand Tour rappresentò per generazioni di giovani aristocratici europei una tappa essenziale della loro formazione. L’Italia, con le sue città, le sue rovine e i suoi tesori artistici, costituiva il culmine di quell’itinerario spirituale e culturale. Non si partiva per accumulare esperienze o collezionare immagini, ma per educare lo sguardo e la mente. Il viaggio era un incontro con il tempo, con la storia e, in fondo, con se stessi.
Goethe, Stendhal, Chateaubriand e molti altri videro nell’Italia una scuola di civiltà. Nel Viaggio in Italia, Goethe scriveva di sentirsi «rinato» dopo l’esperienza romana, quasi che il contatto con la bellezza fosse capace di modificare interiormente l’uomo. Il viaggiatore era, prima di tutto, un ospite. Sapeva di entrare in luoghi che non gli appartenevano e proprio per questo li osservava con rispetto e gratitudine.
L’avvento del turismo di massa ha profondamente mutato questa prospettiva. L’accessibilità dei trasporti, la crescita dell’industria delle vacanze e la diffusione dei social network hanno reso il viaggio un fenomeno universale, ma hanno anche introdotto una nuova mentalità. Si viaggia sempre più secondo la logica della prestazione. Bisogna vedere tutto, fotografare tutto, consumare il maggior numero possibile di esperienze nel minor tempo disponibile. Le città diventano tappe da spuntare, le opere d’arte sfondi per immagini da condividere, i luoghi semplici servizi destinati a soddisfare aspettative immediate.
Il filosofo coreano Byung-Chul Han ha osservato che la società contemporanea è dominata dalla
«coazione della prestazione»,
una dinamica che spinge gli individui a trasformare ogni esperienza in un risultato da esibire. Anche il viaggio non sfugge a questa logica. Ciò che conta non è più l’intensità dell’esperienza, ma la quantità delle mete raggiunte e la loro esposizione pubblica. L’ansia di vivere tutto finisce paradossalmente per impedire di vivere davvero qualcosa.
In questo passaggio si consuma una trasformazione decisiva: il visitatore smette di percepirsi come ospite e si considera cliente. E il cliente, nella cultura dominante, ritiene di avere soltanto diritti. Se ha pagato, pensa di poter esigere, pretendere, utilizzare. Ma i monumenti, le città storiche e il patrimonio artistico non sono alberghi né centri commerciali. Appartengono a una memoria collettiva che precede gli individui e sopravvivrà loro. Quando questa consapevolezza viene meno, il viaggiatore si trasforma in semplice utilizzatore e la civiltà stessa rischia di essere ridotta a un servizio compreso nel prezzo del biglietto.
Conclusione
Sarebbe un errore liquidare gli episodi di degrado che affliggono sempre più spesso le città d’arte come semplici manifestazioni di maleducazione. Dietro le scritte sui monumenti, i bagni nelle fontane, i tuffi nei canali o i comportamenti più estremi, si intravede qualcosa di più profondo: una crisi del rapporto tra l’uomo contemporaneo e ciò che lo precede, lo trascende e lo obbliga a riconoscere un limite. Difendere i monumenti, in questo senso, non significa soltanto preservare pietre, affreschi o reperti archeologici, ma custodire un’idea stessa di civiltà.
Ogni patrimonio storico è il risultato di una lunga catena di uomini che hanno costruito, conservato e tramandato. Nessuna cattedrale, nessuna piazza, nessun museo appartiene veramente alla generazione presente. Come ricordava Edmund Burke, la società è «
un patto fra i vivi, i morti e coloro che devono ancora nascere».
Chi deturpa o consuma senza rispetto un bene storico interrompe simbolicamente questa continuità, comportandosi come se il mondo iniziasse e finisse con la propria esistenza.
Per questa ragione la crisi del turismo è anzitutto una crisi educativa e culturale. Non bastano le multe, i divieti o le campagne di sensibilizzazione se viene meno quella disposizione interiore che un tempo si chiamava semplicemente rispetto. Si può insegnare a non gettare rifiuti o a non incidere un muro antico, ma è assai più difficile trasmettere il sentimento della gratitudine verso ciò che abbiamo ricevuto senza averlo creato. La vera questione non riguarda il numero dei visitatori, ma il modo in cui essi guardano ciò che hanno davanti.
Simone Weil scriveva che
«l’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità».
Forse è proprio ciò che stiamo perdendo. L’incapacità di soffermarsi, di osservare, di contemplare. La velocità, l’ossessione della visibilità e il consumo incessante delle esperienze finiscono per rendere opaca perfino la bellezza. Si guarda tutto, ma non si vede più nulla.
Eppure la bellezza non scompare. Semplicemente, diventa invisibile agli occhi di chi ha smesso di riconoscerla. Per questo la difesa dei luoghi storici non è una battaglia per nostalgici o per specialisti dell’arte, ma una forma di resistenza culturale. Perché una civiltà incapace di rispettare i propri monumenti è, in fondo, una civiltà che ha smarrito il rispetto per se stessa. E quando la memoria diventa soltanto uno sfondo da fotografare, anche il futuro rischia di trasformarsi in una lunga e inconsapevole forma di vandalismo.

«Una civiltà si giudica da ciò che conserva,
non da ciò che consuma.»
(rielaborazione ispirata al pensiero di Simone Weil e Edmund Burke)
