Diritti, libertà e limiti dello Stato

«Dai diritti alle pretese è un attimo»

Quando la rivendicazione individuale rischia di trasformarsi in pretesa collettiva.

di Adriano Segatori

Partendo dalle polemiche suscitate dal Gay Pride, Adriano Segatori riflette sul significato autentico del diritto e sul confine che separa la legittima tutela delle libertà individuali dalla loro trasformazione in pretese che coinvolgono l’intera collettività. Un’analisi che conduce nel cuore della filosofia politica, interrogando il ruolo dello Stato, i limiti dell’autonomia individuale e il delicato equilibrio tra diritti, doveri e bene comune. (N.R.)


La carnevalata del Gay Pride ha fatto emergere in maniera più pressante del solito la questione dei diritti e, con essa, il limite della loro rivendicazione e il vincolo della loro soddisfazione.

Dal punto di vista giuridico, “il diritto è l’insieme delle norme giuridiche che regolano i comportamenti all’interno di una società, stabilendo regole, obblighi e sanzioni per garantire la pacifica convivenza”. Oltre all’aspetto oggettivo sussiste anche un’aspettativa individuale, privata, quella per esempio del diritto ad esercitare una propria libertà.

Le domande, a questo punto, sono molteplici: qual è il confine della propria libertà? Quali sono i termini entro i quali esercitare l’esclusiva autonomia? Può o deve lo Stato calibrare, scegliere e magari anche sanzionare richieste ed esibizioni non consone al sentire della maggioranza e alle indicazioni dei codici?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qui entriamo a specificamente nel recinto perfettamente delineato della filosofia politica o, ancor meglio, cosa si intenda specificamente con il concetto di Stato.

Il primo grande errore tuttora abbondantemente in atto è quello di “ridurre lo Stato a un ‘compromesso’ ed istituzioni statali ad una ‘valvola di sicurezza”. Con questa precisazione, Carl Schmitt introduce la valutazione del primo disastro per una comunità, quello in cui “Lo Stato diventa società”, un sistema più o meno ragionevolmente coordinato tra soci, in cui maggioranza e minoranza si affannano a far deliberare per sé qualsiasi tipo di tendenza individualista o di calcolo elettorale, sottoponendo così “Stato e politica ad una morale individualista e perciò giusprivatistica”. Non si arriva al punto del famoso “Homo homini lupus” – L’uomo lupo dell’uomo – di Hobbes, ma certamente, ad una disintegrazione egoistica in cui le voglie pretendono tutti i diritti indipendentemente da un comune intendere e cambiano il nome in ‘pretese’.

Lo Stato non può essere inteso né percepito come la governante delle pulsioni di singoli individui o anche di gruppi ben organizzati. Molti si scandalizzano a sentire solo parlare di ‘Stato etico’, ma quando “la morale diviene autonoma nei confronti della metafisica e della religione, la scienza nei confronti della religione, dell’arte e della morale e così via”, l’ordinamento stesso perde di valore e si trasforma in quello che, con sofisticata ironia, Eduard Limonov chiama “Grande ospizio occidentale” o, peggio ancora, nella dissoluzione di qualsiasi tipo di legame che non sia confacente a specifici interessi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il professor Giulio Maria Chiodi diceva con una battuta che se vogliamo capire il presente dobbiamo tornare a Platone, io molto più modestamente mi rifaccio a un tempo più vicino, a quello di Kant, il quale considerava lo Stato come “un’istituzione razionale consacrata a garantire l’ordine e la libertà all’interno della società. […] un ordine politico che imprigiona l’autonomia individuale entro i confini della necessità statale. [Altrimenti] l’individuo senza Stato rappresenta non solo il disordine, ma quasi una condizione di intrinseca malvagità”.

Quindi, se partiamo proprio dal criterio di ‘intrinseca malvagità’ possiamo chiederci se non sia un atto malvagio, pagare una donna in precarie condizioni finanziarie per ‘scodellare’ un neonato da vendere ad una coppia che rivendica il diritto di un figlio? Possiamo chiederci se non sia un’azione dis-umana che un bambino venga acquistato da una coppia gay che indipendentemente dai soggetti nega la presenza di una madre o di un padre? Possiamo chiederci se non sia un atteggiamento prepotente – da hybris, da arroganza che gli antichi punivano con la nemesi, la vendetta fatale degli dèi – avere la pretesa di sovvertire le leggi di natura? Possiamo chiederci se non sia una posizione supponente la pretesa di un diritto che non tenga conto di decenni e decenni di psicologia clinica e di coscienza comunitaria? Possiamo farci la domanda cruciale se avere un figlio sia un diritto o rientra nel più complicato desiderio legato alla natura di cui sopra?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Naturalmente queste domande vengono censurate perché riflettono un carattere patriarcale, omofobo, razzista non corrispondente con l’agenda wokista e inclusiva della contemporanea depravazione. E con questa censura si raggiunge il massimo della incoerenza da parte dei cantori dei diritti, grazie all’introduzione del criterio aleatorio, seppure passato come legale e sanzionatorio dell’antidiscriminazione. Cosicché, per una miopia morale, “i diritti di alcune persone sono più importanti dei diritti di altre” – vedi la questione adottiva. “La non discriminazione è presentata come un diritto umano fondamentale”, ed in questo modo uno Stato debole e ricattato da minoranze agguerrite, senza regole, senza decoro e senza limiti etici diventa il guardiano non della legge, ma coordinatore e gestore delle pretese più assurde, nonché addirittura incaricato alla tutela della prepotenza e del sopruso.

Redazione Electo
Adriano Segatori

 

 

Commento redazionale

L’articolo di Adriano Segatori richiama un concetto antico ma sorprendentemente attuale: la hybris, l’arroganza di chi oltrepassa il limite credendo che ogni desiderio debba trasformarsi in diritto. Nella cultura greca, a questa tracotanza seguiva inevitabilmente la nemesi, il ristabilimento di un equilibrio infranto. Al di là delle posizioni che ciascuno può assumere sul tema, il vero interrogativo resta questo: una società può continuare a chiamare “diritto” qualsiasi rivendicazione individuale, oppure esiste un confine oltre il quale il diritto si trasforma in pretesa? È una domanda che riguarda tutti, perché dal modo in cui vi rispondiamo dipende l’idea stessa di convivenza civile

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