Sorveglianza, propaganda, biometrica, scomparsa del contante: il controllo delle masse è già realtà. E chi dissente paga. Letteralmente

 

DAL COVID AL DENARO DIGITALE: IL MONDO ORWELLIANO

È IL PRESENTE -TERZA PARTE-

La distopia di 1984 non è solo una metafora: è il modello operativo dei governi di oggi

Redazione Inchiostronero

Non serve più immaginare il futuro distopico di Orwell: ci siamo già dentro. Dal Covid in poi, il sistema di potere globale ha trovato il modo di testare la capacità di obbedienza delle masse. Lockdown, coprifuoco, Green Pass: strumenti di controllo che la politica – di qualunque schieramento – ha adottato senza remore, spesso con la complicità di media e intellettuali. Oggi, la stessa logica prosegue con la guerra, la sorveglianza digitale, la biometrica, la fine del contante. Le carte di credito diventano il lasciapassare per la vita quotidiana: chi non rispetta le regole rischia di essere escluso, bloccato, sospeso. Un controllo capillare, subdolo, che si nasconde dietro la parola “sicurezza”. Ma chi decide cosa sia sicuro? Chi stabilisce il prezzo della libertà? Rileggere 1984 oggi significa accorgersi che siamo immersi fino al collo in quella stessa mentalità totalitaria, dove la coercizione è mascherata da progresso e la censura si veste da tutela collettiva.


Parte 3: Sanzioni, umiliazioni e riarmo: il passato che ritorna

Dalla Germania del Trattato di Versailles alla Russia di oggi: la strategia dell’isolamento come anticamera della guerra globale.

La storia si ripete, e chi non la conosce è destinato a subirla. Le sanzioni contro la Russia, l’isolamento internazionale e la corsa al riarmo hanno un precedente sinistro: la Germania post-Versailles e l’ascesa di Hitler. In questa terza parte, il passato ci offre la chiave per comprendere i rischi del presente.

Cappello introduttivo alla serie:

Viviamo tempi confusi, ma la Storia ha già visto tutto questo. La propaganda, il controllo sociale, le guerre, l’odio pilotato verso un nemico designato: nulla di nuovo sotto il sole. Chi ha letto 1984 di Orwell riconosce i segnali. Chi conosce la storia del Novecento, sa che ogni sanzione, ogni umiliazione imposta a un paese, porta inevitabilmente al disastro.

Questo lungo viaggio in più puntate non è solo un’analisi del presente, ma un invito a collegare i punti tra passato e futuro. Dalla pandemia al riarmo, dalla demonizzazione della Russia al Deep State che orchestra nell’ombra, ecco la mappa per orientarsi nel caos di oggi.

La Storia non perdona chi sceglie di non vedere.

Ecco perché leggere, capire, ricordare — oggi — è un atto di resistenza.

 Per capire il presente, bisogna tornare al passato. Dopo la Prima Guerra Mondiale, le umiliazioni e le sanzioni imposte alla Germania prepararono il terreno all’ascesa di Hitler e alla tragedia della Seconda Guerra. Oggi, la Russia subisce lo stesso trattamento: isolamento, sanzioni, demonizzazione. Ma siamo sicuri che la Storia non stia già ripercorrendo le stesse strade? Ecco perché vale la pena ricordare come tutto ebbe inizio allora — per non cadere di nuovo nella stessa trappola.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, l’Europa si ritrovò in un equilibrio instabile, frutto di trattati punitivi e miopie strategiche. Il Trattato di Versailles (1919), che avrebbe dovuto sancire la pace definitiva, divenne invece la miccia di un nuovo conflitto. Le sanzioni imposte alla Germania erano talmente dure da strangolare l’economia tedesca e umiliare l’orgoglio nazionale. La Francia e l’Inghilterra, ossessionate dal timore di una rinascita tedesca, spinsero per condizioni draconiane: riparazioni di guerra, perdita di territori, limitazioni militari. Ma sotto questa superficie, covava un altro calcolo geopolitico. Sia Parigi che Londra, così come l’Italia fascista di Mussolini, ritenevano che una Germania umiliata ma revanscista avrebbe potuto rappresentare un argine contro la minaccia bolscevica proveniente dalla Russia sovietica. La Rivoluzione d’Ottobre aveva spaventato le élite occidentali molto più della prospettiva di un nazionalismo esasperato in Germania.

In questo clima, l’ascesa di Hitler non fu solo il frutto del malcontento popolare o della crisi economica globale, ma anche di una sottovalutazione volontaria da parte delle potenze occidentali. La politica dell’“appeasement”, incarnata da Neville Chamberlain, fu una forma di complicità silenziosa: lasciare che Hitler si rafforzasse, sperando che il suo furore espansionistico si dirigesse verso est, contro l’Unione Sovietica. Hitler stesso era consapevole di questo gioco e lo sfruttò abilmente, ottenendo concessioni — come l’Anschluss con l’Austria e l’annessione dei Sudeti — senza incontrare una reale opposizione.

Il sospetto che Francia, Inghilterra e Italia abbiano agevolato Hitler per indirizzarne la furia contro la Russia non è un’ipotesi fantasiosa, ma trova radici nei documenti diplomatici e nelle analisi di diversi storici. L’anticomunismo era il vero cemento ideologico che giustificava tutto: meglio un Hitler forte e feroce, che un’Europa dove il comunismo potesse dilagare. Solo quando fu chiaro che Hitler non si sarebbe fermato, e che le sue ambizioni superavano il semplice contenimento dell’URSS, le potenze occidentali si resero conto — troppo tardi — del mostro che avevano contribuito a creare.

Questa dinamica storica mostra un parallelismo inquietante con l’oggi: anche nel nostro tempo, si costruiscono e alimentano nemici per fini strategici, salvo poi ritrovarsi incapaci di controllare le forze scatenate.

La storia non si ripete mai identica, ma i suoi schemi ricorrono sotto forme nuove e talvolta più subdole. Allora come oggi, l’Occidente ha bisogno di un nemico per giustificare il proprio modello di potere. Se ieri la Russia sovietica rappresentava il terrore bolscevico da contenere attraverso un Hitler compiacente, oggi la Russia di Putin rappresenta la minaccia da agitare per mantenere compatto un Occidente in crisi di identità e di egemonia.

Espansione-NATO-1990-2022

L’allargamento della NATO a Est, la demonizzazione sistematica di Mosca, le sanzioni economiche sempre più asfissianti e la propaganda bellica che pervade i media sono gli strumenti odierni di una nuova “strategia dell’accerchiamento”, simile a quella imposta alla Germania post-1919. Ma la Russia, come la Germania umiliata di Versailles, reagisce spinta dal medesimo sentimento di rivalsa, di recupero della dignità nazionale e di sfida a un ordine mondiale percepito come ingiusto e ipocrita.

In questa prospettiva, Putin è stato dipinto come il nuovo Hitler, la Russia come il nuovo Reich, con una retorica che semplifica e distorce la realtà storica per fabbricare un nemico assoluto. Eppure, questa caricatura serve a coprire un dato di fatto: la Russia non ha mai avuto il progetto imperiale globale che aveva il Terzo Reich. Piuttosto, Mosca ha sempre cercato di rivendicare il proprio ruolo di grande potenza regionale, contrastando l’espansione occidentale ai suoi confini.

Ma come negli anni Trenta, la strategia dell’umiliazione, delle sanzioni, dell’isolamento economico, ha un effetto prevedibile: rafforzare il potere interno del “nemico”, consolidare la sua narrazione patriottica, spingerlo all’estremo. È la stessa dinamica che portò la Germania di Hitler ad accelerare la militarizzazione e la politica espansionistica.

Anche oggi, nonostante la propaganda insista sull’idea di un Putin sempre più isolato e indebolito, la realtà mostra una Russia che si riorganizza su nuove alleanze internazionali (con Cina, Iran, India, Brasile), mentre l’Europa affonda nella crisi economica e sociale, proprio come accadde negli anni Trenta, quando il rigore economico imposto alla Germania finì per distruggere la classe media e spalancare le porte al nazismo.

C’è quindi una tragica miopia dell’Occidente, incapace di leggere la lezione della storia. Alimentare il risentimento di un gigante ferito non porta alla pace, ma alla guerra. E come nel 1939, quando si tentò in extremis di fermare Hitler ormai inarrestabile, anche oggi si rischia di arrivare troppo tardi al tavolo del negoziato, dopo che la guerra — fredda o calda — sarà esplosa definitivamente.

In sintesi, la storia ci insegna che:

  • umiliare un avversario non lo rende più debole, ma più pericoloso;
  • costruire un nemico su misura rischia di sfuggire di mano;
  • la propaganda occidentale serve spesso a coprire le proprie colpe, come ieri avvenne con il sostegno tacito dato all’ascesa di Hitler.

Il pericolo che stiamo vivendo oggi non è solo quello di una guerra convenzionale, ma di una guerra sistemica globale, dove ogni crisi economica, sociale, culturale viene piegata per alimentare lo scontro di civiltà. La Storia, come sempre, aveva già avvertito. Ma chi scrive la Storia, troppo spesso, ha tutto l’interesse a non ascoltare.

L’accerchiamento della Russia: il disegno di USA, NATO e UE

L’accerchiamento della Russia non è una conseguenza accidentale della politica internazionale, ma un progetto consapevole e sistematico portato avanti dagli Stati Uniti e dalla NATO fin dagli anni ’90. Con la caduta dell’URSS, la promessa fatta a Gorbaciov di non estendere la NATO ad Est venne rapidamente disattesa. Invece di costruire un ordine di sicurezza condiviso, gli USA e i loro alleati europei scelsero la via dell’espansione, inglobando progressivamente i Paesi dell’ex Patto di Varsavia e persino ex repubbliche sovietiche come le repubbliche baltiche.

Questa strategia non è mai stata difensiva. È una politica di contenimento e strangolamento geopolitico, esattamente come fu fatto con la Germania di Weimar, schiacciata e isolata dopo il 1919. Allora come oggi, il pretesto era garantire la sicurezza europea; nella realtà, l’obiettivo era e resta impedire alla Russia di riaffermare un ruolo da protagonista sullo scacchiere mondiale.

L’UE si è accodata a questo disegno, più per debolezza che per convinzione. La sua politica estera è una proiezione dell’interesse americano, non una espressione autonoma. L’imposizione di sanzioni economiche contro la Russia dopo il 2014 e la crisi ucraina non ha solo colpito Mosca, ma ha danneggiato pesantemente le economie europee, aumentando la dipendenza dell’Europa dagli USA sia sul piano energetico che militare.

La NATO, nel frattempo, ha ricostruito la sua legittimità proprio sulla costruzione del nemico russo. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, l’Alleanza Atlantica era diventata un organismo senza missione: la Russia di Putin ha offerto il pretesto perfetto per ridare senso e coesione all’organizzazione, rilanciando la corsa agli armamenti e la militarizzazione dei confini orientali.

Come nel caso di Hitler e della Germania degli anni ’30, la demonizzazione serve a giustificare scelte politiche e militari che altrimenti sarebbero inaccettabili per le opinioni pubbliche occidentali. Chi controlla il nemico, controlla la paura. E chi controlla la paura, può governare senza resistenza.

 La guerra economica: ieri come oggi

La guerra economica è un altro tassello di continuità storica. Dopo Versailles, la Germania fu soffocata da debiti, sanzioni, e requisizioni, creando il terreno fertile per il nazionalismo estremo. Oggi le sanzioni contro la Russia seguono lo stesso schema: bloccare l’accesso ai mercati finanziari, isolare il paese dal sistema SWIFT, colpire le sue esportazioni di gas e petrolio, boicottare la sua cultura e i suoi sport.

Queste misure non hanno mai prodotto il risultato dichiarato di “cambiare il regime”. Al contrario, hanno consolidato il potere di Putin, rafforzato l’economia interna attraverso il ritorno all’autosufficienza e spinto la Russia verso nuove alleanze con Cina, India, Iran, America Latina. La “fortezza assediata” è una narrazione che Putin utilizza con efficacia interna, proprio come Hitler usava il mito della Germania accerchiata e tradita.

La narrazione della “fortezza assediata” è l’immagine che Putin rilancia sistematicamente all’interno della Russia: un Paese trasformato in bastione circondato da nemici, minacciato e osteggiato dall’Occidente su ogni fronte — economico, finanziario, culturale. Questo racconto rinsalda il patriottismo russo, compatta la popolazione intorno al Cremlino e giustifica sia la stretta autoritaria interna sia le scelte geopolitiche. È lo stesso meccanismo che la Germania di Weimar vide trasformarsi in consenso assoluto per Hitler: il mito della “nazione accerchiata e tradita” servì a rivendicare la necessità di un potere forte, pronto a restituire dignità e prestigio a un popolo umiliato e affamato dalle sanzioni.

📚Per approfondire la Germania di Weimar e le origini del nazismo (1)👇

Ma le sanzioni hanno un effetto collaterale: colpiscono anche chi le impone. L’Europa oggi paga il prezzo più alto della guerra economica contro la Russia, con la crisi energetica, l’inflazione, la deindustrializzazione. L’élite europea sembra ripetere la cecità delle élite francesi e britanniche degli anni ’30: più che prevenire il conflitto, stanno creando le condizioni per un’escalation inevitabile.

La guerra culturale: cancellare il nemico

Non basta più isolare economicamente il nemico: bisogna distruggerlo culturalmente. Oggi, come negli anni ’30, la guerra si combatte anche nel campo simbolico e culturale. Le università occidentali rimuovono corsi di cultura russa, i musicisti russi vengono boicottati, le opere d’arte vengono ritirate, i media russi censurati e oscurati.

Negli anni Trenta si faceva lo stesso con la cultura tedesca: demonizzare il popolo attraverso la cancellazione della sua storia e del suo contributo culturale, riducendo tutto alla follia di un leader o di un regime. Questo schema oggi si ripete con la Russia, con un’operazione di ingegneria culturale che punta a cancellare ogni ponte possibile con “l’altro”.

Eppure, la cultura dovrebbe essere l’antidoto al conflitto, non un’arma da guerra. La Russia non è Putin, come la Germania non fu solo Hitler. Ma questa distinzione, oggi, è scomparsa.

Conclusione parziale

Così come l’Occidente degli anni ’30 tollerò Hitler sperando che distruggesse l’URSS, oggi l’Occidente cerca di distruggere la Russia con ogni mezzo, confidando che questo possa consolidare la propria egemonia globale. Ma la storia ci insegna che i nemici costruiti a tavolino, prima o poi, si ribellano agli ingegneri del potere.

E proprio come allora, il rischio concreto è che la macchina della guerra sfugga di mano e trascini il mondo in un conflitto che nessuno sarà più in grado di fermare.

Quando Hitler salì al potere, la maggioranza dei cittadini europei guardava alla Germania con un misto di distacco e superficialità. Si pensava che quella furia nazionalista fosse il riflesso di un malcontento passeggero, una reazione esagerata ma destinata a rientrare nei ranghi della diplomazia internazionale. Il nazismo fu sottovalutato non solo dalle élite politiche, ma anche dai popoli europei, troppo concentrati sulle proprie crisi interne per cogliere la portata epocale di ciò che stava germogliando a Berlino.

La stessa dinamica si ripete oggi. L’opinione pubblica europea osserva le tensioni tra Russia, Stati Uniti e Cina come fossero parte di un teatrino internazionale, un gioco di mosse e contromosse tra leader populisti o autocrati come Trump, Putin o Xi Jinping. Una lettura semplicistica che riduce la geopolitica a una sfida di personalità, ignorando che dietro i volti dei leader si muovono forze ben più profonde e strutturate.

Anche allora, negli anni Trenta, la gente vedeva Hitler come un fenomeno personale, un pazzo con un seguito esaltato, senza accorgersi che egli era solo la punta dell’iceberg di una macchina industriale, militare e finanziaria colossale, sostenuta in parte anche da capitali occidentali. La sua ascesa fu resa possibile proprio dall’inconsapevolezza collettiva e dall’arroganza di chi pensava che il sistema avrebbe comunque saputo contenerlo.

Oggi, mentre il mondo si polarizza e i conflitti si moltiplicano, la maggioranza dei cittadini europei e occidentali è mantenuta volutamente all’oscuro delle reali dinamiche di potere, che non si esauriscono nella dialettica fra governi, ma si annidano in quella nebulosa che molti definiscono Deep State: un reticolo di poteri finanziari, industriali, militari e tecnologici che influenzano le decisioni globali ben oltre i governi eletti.

 

Il World economic forum: 2030, non avrai nulla e sarai felice

Il Deep State non è una teoria del complotto: è la concreta rete di interessi che decide le strategie a lungo termine, spesso in perfetta continuità indipendentemente da chi governa formalmente. È in questo contesto che si inserisce l’Agenda 2030, (2)ufficialmente un piano per lo sviluppo sostenibile, ma che in realtà cela obiettivi di controllo globale attraverso la digitalizzazione, la bio-sorveglianza e la riconfigurazione delle economie e dei diritti individuali.

Come negli anni Trenta, i popoli sono distratti, anestetizzati, convinti che tutto si risolverà con la prossima elezione o con un cambio di leadership. Ma la Storia insegna che quando le masse si accorgono della verità, è sempre troppo tardi. Hitler non fu fermato in tempo perché il suo progetto fu derubricato a espressione folkloristica di un popolo umiliato. Oggi si rischia di sottovalutare la gravità delle strategie globali in atto, vedendo solo il teatro e non il copione che si sta già scrivendo.

Chi pensa che le tensioni tra Trump, Putin, Xi Jinping e il cosiddetto Occidente siano solo spettacolo mediatico non ha ancora compreso che dietro quel sipario si sta decidendo la forma del mondo che verrà: un mondo dove le libertà individuali potrebbero diventare privilegi concessi, e non più diritti inalienabili.

E così, come accadde con Hitler, l’indifferenza di oggi sarà la complicità di domani.

 

 

La storia non si ripete mai, ma spesso si vendica.”
Umberto Eco

La Redazione

 

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«DAVOS, LA GRANDE NARRAZIONE»

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