Dall’ordine del mondo alla sua disponibilità

«Dalle cattedrali ai supermercati»

Come l’Europa ha trasformato il mondo in qualcosa di disponibile, passando dalla scoperta alla gestione

Redazione Inchiostronero

Il passaggio dalle cattedrali ai supermercati non è semplicemente il segno di una decadenza culturale, ma il compimento di una lunga traiettoria storica. Dalla nascita dell’uomo moderno nel Rinascimento alla piena organizzazione della realtà contemporanea, l’Europa ha progressivamente trasformato il mondo in qualcosa di disponibile, misurabile e accessibile. Ma questa conquista ha un prezzo: la perdita della distanza, e con essa del desiderio. Questo saggio propone una lettura non nostalgica della trasformazione europea: non un rimpianto per ciò che è stato, ma un’indagine su ciò che siamo diventati.


C’è un’immagine che, più di altre, sembra riassumere il disagio contemporaneo: il passaggio dalle cattedrali ai supermercati. È un’immagine efficace, immediata, quasi inevitabile. Da un lato la verticalità, il silenzio, la pietra che tende verso il cielo; dall’altro la luce artificiale, le corsie ordinate, la moltiplicazione indistinta degli oggetti. Eppure, fermarsi a questa contrapposizione rischia di produrre una lettura superficiale, consolatoria nella sua semplicità: prima la grandezza, oggi la decadenza.

Ma la storia europea non procede per rotture così nette. Non esiste un momento in cui l’Europa smette di essere se stessa e diventa altro. Piuttosto, esiste una continuità profonda, spesso invisibile, che lega ciò che appare inconciliabile. Il supermercato non è l’opposto della cattedrale. In un certo senso, ne è il risultato lontano.

Per comprendere questo passaggio, bisogna tornare a quel momento decisivo che chiamiamo Rinascimento. (1)Non tanto per celebrarlo, quanto per interrogarlo. Il Rinascimento non è soltanto un’epoca di bellezza e di riscoperta dell’antico; è, prima ancora, un mutamento radicale del rapporto tra l’uomo e il mondo. L’uomo rinascimentale scopre di poter guardare la realtà non più come un ordine dato, ma come uno spazio da comprendere, misurare, rappresentare.

La Città ideale del Rinascimento, che esprime, interpretando l’omonimo paradigma, l’idea di perfezione della classicità “moderna”.

La prospettiva non è solo una tecnica pittorica. È una forma mentale. Significa che il mondo può essere organizzato secondo leggi, che lo spazio può essere tradotto in geometria, che ciò che appare può essere reso intelligibile attraverso un sistema. In questo senso, il gesto dell’artista rinascimentale coincide con quello dello scienziato: entrambi costruiscono un ordine.

È qui che nasce l’Europa moderna. Non semplicemente nella produzione di opere straordinarie, ma nell’introduzione di un principio nuovo: il mondo è conoscibile perché è ordinabile. E ciò che è ordinabile, prima o poi, diventa anche utilizzabile.

Questo passaggio è decisivo. Perché segna il momento in cui la realtà smette di essere solo contemplata e inizia a essere resa disponibile. Non immediatamente, non in modo brutale, ma come tendenza profonda. L’Europa sviluppa nei secoli successivi questa intuizione iniziale, trasformandola in metodo, tecnica, sistema economico. La scienza moderna, la rivoluzione industriale, il capitalismo non sono rotture, ma sviluppi coerenti di quella prima decisione.

L’interno di un supermercato

Il supermercato, allora, non è una degenerazione improvvisa. È una forma compiuta. È il luogo in cui la logica dell’ordine si realizza pienamente. Tutto è disposto, classificato, reso accessibile. Nulla deve essere cercato davvero, nulla deve essere scoperto. Il mondo è già lì, organizzato in funzione di chi lo attraversa.

A prima vista, si tratta di una conquista. E in effetti lo è. Il supermercato rappresenta una forma di efficienza impensabile in altre epoche. Riduce l’incertezza, elimina la scarsità percepita, semplifica la scelta. È il trionfo della disponibilità. Ma proprio qui si manifesta anche il suo limite.

Perché ciò che è sempre disponibile perde progressivamente il suo valore. Non nel senso economico, ma nel senso più profondo del termine. Quando tutto è accessibile, nulla richiede più uno sforzo. E ciò che non richiede sforzo smette lentamente di essere significativo.

La cattedrale, al contrario, non era disponibile. Non lo era per chi la costruiva, non lo era per chi la attraversava. Era uno spazio che imponeva una distanza. Entrarvi significava modificare il proprio comportamento, adattarsi a un ordine che non si dominava completamente. Non si trattava semplicemente di religione. Si trattava di esperienza del limite.

L’interno del Duomo di Milano

Ed è proprio il limite ciò che sembra dissolversi nella nuova Europa. Non perché sia stato cancellato, ma perché è stato progressivamente rimosso dall’esperienza quotidiana. Il mondo contemporaneo tende a eliminare ogni ostacolo tra il desiderio e la sua soddisfazione. Ogni distanza viene percepita come un problema da risolvere.

Ma una civiltà che riduce continuamente le distanze rischia di perdere qualcosa di essenziale: la capacità di desiderare. Il desiderio nasce dalla mancanza, dall’attesa, dall’impossibilità immediata. Se tutto è già a portata di mano, il desiderio si trasforma in scelta tra alternative equivalenti. Non si desidera più qualcosa; si seleziona tra opzioni.

È qui che il passaggio dal Rinascimento al supermercato rivela il suo significato più profondo. Non si tratta di un decadimento morale, né di una perdita di cultura in senso stretto. I libri esistono ancora, le opere d’arte continuano a essere studiate, la conoscenza non è scomparsa. Ciò che è cambiato è il modo in cui l’uomo si colloca rispetto al mondo.

L’uomo rinascimentale scopre di poter conoscere il mondo. L’uomo contemporaneo vive in un mondo già conosciuto, già organizzato, già disponibile. Non deve più costruire un ordine; deve solo muoversi all’interno di un ordine dato.

Questo produce una forma nuova di smarrimento. Non più l’incertezza di fronte all’ignoto, ma la saturazione di fronte al già noto. Non più la fatica della scoperta, ma la stanchezza della scelta continua. Il problema non è l’assenza di possibilità, ma il loro eccesso.

In questo senso, la nostalgia per il passato rischia di essere fuorviante. Non si può semplicemente tornare indietro. Non si può abitare di nuovo il mondo come lo abitavano gli uomini del Rinascimento o del Medioevo. La loro esperienza era legata a condizioni storiche irripetibili. Idealizzarle significa non comprenderle.

Piuttosto, la domanda da porsi è un’altra: è possibile, dentro la realtà contemporanea, recuperare una forma di distanza? È possibile reintrodurre un rapporto non immediatamente funzionale con le cose? Non si tratta di rifiutare il supermercato, ma di non lasciarsi definire completamente dalla sua logica.

Perché il rischio più grande non è vivere in un mondo organizzato. È credere che quell’organizzazione esaurisca il senso del reale. Quando ogni cosa è ridotta a funzione, a uso, a disponibilità, il mondo perde la sua eccedenza. Non sorprende più, non resiste più, non obbliga più a interrogarsi.

Eppure, proprio questa eccedenza è ciò che ha reso possibile la grandezza europea. Non la semplice accumulazione di opere o di idee, ma la tensione continua tra ciò che si conosce e ciò che sfugge. Il Rinascimento non è stato solo ordine; è stato anche inquietudine, ricerca, apertura.

Il supermercato, nella sua perfezione funzionale, tende invece a chiudere questa tensione. Offre un mondo già risolto, già predisposto. Ma un mondo completamente risolto è anche un mondo in cui resta poco da comprendere.

L’Europa contemporanea si trova allora in una posizione paradossale. Ha realizzato una delle più grandi trasformazioni della storia: rendere il mondo accessibile, disponibile, organizzato. Ma proprio questa realizzazione rischia di privarla di ciò che l’ha generata: il bisogno di comprendere, di cercare, di superare i propri limiti.

Non si tratta di rimpiangere le cattedrali né di demonizzare i supermercati. Si tratta di riconoscere che entrambe le immagini appartengono alla stessa storia. Una storia in cui l’uomo europeo ha progressivamente avvicinato il mondo a sé, fino quasi a eliminarne la distanza.

Ma senza distanza non c’è profondità. Senza profondità non c’è esperienza. E senza esperienza, anche la disponibilità più completa rischia di trasformarsi in vuoto.

L’Europa non è passata dalla grandezza alla decadenza. È passata dalla scoperta alla gestione. E ogni civiltà che riesce a organizzare il mondo in modo così efficace si trova, prima o poi, di fronte a una domanda inevitabile: che cosa resta da desiderare, quando tutto è già disponibile?

La Redazione

 

 

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