La notte in cui si spensero le case chiuse racconta un passato che attraversa millenni.

«Dalle etère alla legge Merlin: storia lunga di un mestiere antico»
Dalla legge Merlin alle radici più antiche di un mestiere che ha attraversato civiltà, poteri, riti e tabù.
Redazione Inchiostronero
L’abolizione delle case chiuse in Italia non è soltanto un episodio politico: segna un passaggio simbolico nella storia nazionale. Chiude un modello di controllo sociale e apre un dibattito tuttora irrisolto sulla libertà individuale, sul corpo femminile, sul mercato del sesso e sulla responsabilità morale dello Stato. Per comprenderne la portata bisogna però tornare molto indietro: alle culture che sacralizzarono la prostituzione, a quelle che la demonizzarono, alle economie che la usarono come ammortizzatore sociale e ai poteri che ne fecero uno strumento di disciplina. Questo post ripercorre la genealogia di una pratica antica quanto l’uomo, dal mondo sumero all’età contemporanea.
«Prima dei bordelli,
esistevano già i desideri:
la storia li ha solo organizzati.»
Etèra, meretrix, cortigiana, fille galante, mantenuta, lucciola, “bella di giorno”, puttana…
L’elenco potrebbe allungarsi all’infinito, fino alle escort e alle sex workers di oggi. È comunque ciò che, con un certo eufemismo e con molta arroganza maschile, definiamo il più antico mestiere del mondo.
Ma lo è davvero? Non proprio. Il concetto di prostituzione presuppone un sistema di scambi, regole, ruoli e rapporti economico-culturali che è del tutto estraneo all’uomo primitivo.
Eppure, osservando le nostre cugine evolutive, la tentazione di rintracciarne radici biologiche è forte. Tra gli scimpanzé bonobo dell’Africa Centrale, per esempio, le femmine si accoppiano con alcuni maschi in cambio di frutti o altre leccornie. Perché? Perché la natura impone loro un compito impegnativo: crescere cuccioli che richiedono anni di cure. Di conseguenza, selezionano maschi “generosi”, cioè capaci di contribuire al sostentamento.
Col tempo, quei doni diventano non soltanto utili, ma anche desiderabili in sé: vengono accettati e ricercati persino quando non ci sono piccoli da accudire. È un comportamento che non è prostituzione nel senso umano del termine, ma che rivela una dinamica antica: lo scambio tra risorse, protezione e accesso sessuale.
Cacciatrice di uomini. La prostituzione umana ha però radici diverse. Ai tempi dell’uomo preistorico la coppia era probabilmente a termine (ai 6-7 anni di età, i figli passavano sotto il controllo della tribù) e, secondo gli antropologi, nel sesso anche la donna era “cacciatrice”.
Solo con lo sviluppo dell’agricoltura e il passaggio dalla vita nomade a quella stanziale, circa 10 mila anni fa, nacquero, con la coppia stabile, la divisione fra sessualità maschile e femminile e, contemporaneamente, una divaricazione nel destino sociale delle donne.
Il motivo fu in effetti soprattutto economico: per difendere e tramandare la proprietà privata (nata appunto con l’agricoltura) ai propri figli maschi, la paternità doveva essere certa. Quindi diventava necessario imbrigliare la sessualità della “moglie”, limitandone le relazioni sociali al di fuori della famiglia. È a quel punto che, per soddisfare la richiesta sessuale dei maschi non accoppiati e le “eccedenze” di sessualità di quelli già accoppiati, nacquero le prime forme di prostituzione femminile, che da una parte non mettevano a repentaglio la famiglia e dall’altra permettevano la sopravvivenza di molte donne sole.
SESSO SACRO. In origine, alla prostituzione si dedicavano soprattutto le schiave, le giovani sterili o le vedove prive di protezione. Ma accanto a queste figure, alcune culture antiche incoraggiavano forme rituali di prostituzione — anche maschile — e prevedevano sacerdotesse che esercitavano come “prostitute sacre”, partecipando a riti in cui il sesso aveva una funzione simbolica, comunitaria o propiziatoria.
L’istituzione delle prime case di tolleranza, invece, viene tradizionalmente attribuita a Solone, il grande riformatore di Atene del VI secolo a.C. La vita sessuale maschile ateniese viaggiava su due binari: la sfera privata, rivolta alle donne e considerata quasi indegna di discussione pubblica, e quella pubblica, centrata sui ragazzi. La netta differenza dei prezzi — e delle condizioni — rivela l’esistenza di mercati sessuali distinti, con clientele e funzioni sociali diverse.
Alla base della gerarchia c’erano le pornai, schiave impiegate nei bordelli pubblici e di proprietà del pornobóskos, il gestore, che pagava allo Stato una tassa sulla rendita attraverso un funzionario noto come pornotelónes. Appena sopra di loro si collocavano le prostitute di strada: potevano essere donne libere ma povere, oppure ancora schiave, e vivevano ai margini, tra precarietà e clandestinità.

Gli archeologi hanno ritrovato perfino un sandalo intagliato in modo da lasciare sulla polvere la parola greca akólouthi — «seguimi» — un invito esplicito rivolto ai potenziali clienti. Le danzatrici e le musiciste che animavano i banchetti erano più costose delle pornai: fornivano intrattenimento, compagnia e, non di rado, sesso.
Il gradino più alto di questa scala sociale era occupato dalle etère, figure colte, libere e spesso economicamente indipendenti. Alcune offrivano i propri favori a molti uomini, altre a pochi clienti fissi che però tenevano rigorosamente nascosti l’uno all’altro. I filosofi le frequentavano regolarmente: alcune etère entrarono perfino nella scuola di Epicuro come allieve, e lo stesso Socrate, raccontano le fonti, si intrattenne più volte con Aspasia, l’etèra più celebre dell’Atene classica.
FORNICARE SOTTO GLI ARCHI.
Nell’antica Roma, la figura che più si avvicina all’etèra greca era la meretrix, colta e raffinata. Il popolo, però, frequentava soprattutto le prostitute dei lupanari, le lupae. Nei postribula — i bordelli veri e propri — si mescolavano schiavi, artigiani, soldati e marinai. L’élite li disprezzava apertamente: disponeva già di schiave e ancelle per i propri piaceri privati e considerava quei luoghi volgari e indegni.
Gli spazi destinati alla prostituzione erano numerosi e visibili: taverne, bagni e terme (ad stuphas), osterie con alloggio poste lungo le grandi vie consolari, e soprattutto gli archi (fornices) dei principali edifici pubblici, da cui deriva il nostro verbo «fornicare».
Le prostitute di rango più basso erano perlopiù schiave di un leno, padrone e mediatore che, assistito dal villicus puellarum, rastrellava l’intero Mediterraneo alla ricerca di ragazze e bambini da rivendere nel mercato del sesso. Accanto alla prostituzione femminile era diffusa anche quella infantile, poi proibita da un editto dell’imperatore Domiziano alla fine del I secolo d.C.
La letteratura latina testimonia bene questa realtà. «Nessuno ti impedisce di andare dai mezzani», esclama un personaggio di Plauto, «purché tu non tocchi una donna sposata, una vedova, una vergine, una giovane o dei fanciulli di nascita libera: ama chi vuoi!». E Catone il Censore si congratula ironicamente con un amico appena uscito da un lupanare: «Bravo! È lì che i giovani devono soddisfare i loro ardori, piuttosto che insidiare le donne sposate!».

32 MILA PROSTITUTE.
Nel mondo greco esisteva un magistrato incaricato di sorvegliare la prostituzione, mentre a Roma operava un vero e proprio “tribunale domestico” che vigilava sulla condotta di circa 32 mila prostitute. Con la crisi dell’Impero, queste figure divennero spesso un capro espiatorio conveniente e finirono nel mirino di leggi sempre più restrittive.
Caligola — che pure aveva aperto un bordello all’interno della corte — introdusse una tassa specifica, il vectigal, abolita poi da Settimio Severo. Domiziano privò le meretrici del diritto di successione; Teodosio il Giovane chiuse i lupanari e punì con severità estrema i genitori che costringevano le figlie a prostituirsi. Giustiniano andò oltre: perseguitò lenoni e tenutari, condannandone alcuni a morte, e introdusse misure di protezione per le prostitute che desideravano cambiare vita. La stessa moglie dell’imperatore, Teodora, secondo Procopio di Cesarea, avrebbe esercitato il meretricio in gioventù.
CONDANNA COL FUOCO.
Tra i popoli “barbari” la prostituzione sembra meno diffusa, ma ciò non impedì pene dure. Teodorico, re degli Ostrogoti, decretò la pena di morte per chi accoglieva presso di sé “donne infami”. Sanzioni severe contro il commercio del corpo furono promulgate anche da Carlo Magno e dai suoi successori: una pena esemplare prevedeva di camminare per quaranta giorni, nuda fino alla cintola, con la motivazione della condanna incisa sulla fronte con un ferro rovente.
Dal XIII secolo in poi, con il fiorire dei commerci, la gestione dei postriboli divenne anche uno strumento di propaganda politica: un bordello ben amministrato diventava il simbolo dell’efficienza dello Stato.
Le prostitute seguivano fiere, mercati, pellegrinaggi e concili. Molte accompagnavano gli eserciti — abitudine rimasta viva fino al Novecento, come mostrano le francesi putaines de régiment della Prima guerra mondiale — e non mancavano ai cortei delle crociate. Quando Luigi IX di Francia proibì ai crociati di portarle con sé, gli uomini supplirono acquistando schiave musulmane.
Nel Quattrocento, la paura dello spopolamento causato da guerre ed epidemie alimentò paradossalmente la diffusione del meretricio. Le autorità civili ritenevano necessario “ricondurre” i giovani ai rapporti eterosessuali, considerati funzionali al matrimonio e alla procreazione, per contrastare i cosiddetti crimina contra naturam.
CORTIGIANE E MERETRICES HONESTAE.
Con il Rinascimento si affermò la figura della cortigiana, così chiamata perché gravitava attorno alle corti e rievocava, in una chiave moderna, l’antica etèra greca. Le meretrices honestae erano donne colte, educate, padrone di salotti raffinati: nelle loro case transitavano cardinali, artisti, nobili e re. Ma il mito della cortigiana di successo nascondeva una realtà molto più dura. Come scrisse Pietro Aretino nel 1536, «per una che riesce ad acquistarsi delle terre al sole, ce ne sono mille che finiscono i loro giorni in un ospizio».

LE REGOLE DI NAPOLEONE.
L’atteggiamento della società verso la prostituzione cambiò radicalmente quando in Europa esplose l’epidemia di sifilide, interpretata come un castigo divino. Da lì prese avvio il vasto movimento di moralizzazione che accompagnò Riforma e Controriforma: i postriboli vennero chiusi, le prostitute sottoposte a pesanti imposte e spesso relegate in veri e propri quartieri-ghetto.
Tolleranza e repressione si alternarono per secoli, finché Napoleone non pose le basi della moderna regolamentazione delle case di tolleranza, portandole sotto controllo statale nel 1804. L’Italia seguì il modello francese con il regio decreto del 15 febbraio 1860.
10 ANNI DI BATTAGLIE.
Nell’Ottocento si diffuse la casa d’appuntamenti, dove il rapporto tra cliente e prostituta assumeva una forma più intima, quasi di seduzione rituale. Il tema entrò anche nel dibattito internazionale: nel 1904 fu firmato il primo accordo contro lo sfruttamento della prostituzione e nel 1910 la convenzione per la repressione della cosiddetta “tratta delle bianche”.
Una fotografia degli anni ’30 mostra le pareti di una casa d’appuntamenti tappezzate di immagini pensate per alimentare le fantasie dei clienti.
DALLA RUSSIA SOVIETICA ALLA LEGGE MERLIN.

Nella Russia dei soviet, la prostituzione era considerata un vergognoso residuo dello “sfruttamento capitalistico”. Eppure resisteva: nel 1922 se ne contarono 62 mila tra Pietrogrado e Mosca. La Francia abolì i bordelli solo nel 1946, seguita dalla Germania. In Italia, il percorso fu lungo: il disegno di legge dell’onorevole socialista Lina Merlin, presentato nel 1948, venne approvato soltanto dieci anni dopo, il 4 marzo 1958, tra polemiche furiose e posizioni ancora oggi molto discusse. Con quella legge si chiudeva l’ultima tappa di un secolo di regolamentazione della prostituzione nell’Italia unita.
Le principali tappe italiane
1859 – Cavour approva un decreto che consente l’apertura di case per l’esercizio della prostituzione, sotto controllo statale, in Lombardia.
1860 – Il decreto diventa legge con il Regolamento del servizio di sorveglianza sulla prostituzione. Nascono le case di tolleranza, suddivise in tre categorie: prima, seconda e terza.
Tariffe e controlli – Le prestazioni vanno dalle 5 lire delle case di lusso alle 2 lire di quelle popolari. Per aprire un bordello serve una licenza; sono previste tasse e severi controlli medici per contenere le malattie veneree.
1888 – Con la legge Crispi è vietato vendere cibo e bevande all’interno delle case di tolleranza, così come organizzare feste, balli o canti. Non possono essere aperte vicino a chiese, asili o scuole. Le persiane devono restare sempre chiuse: da qui l’espressione “case chiuse”.
1891 – Riduzione delle tariffe per scoraggiare la prostituzione libera, non soggetta a vigilanza sanitaria.
1958 – Con la legge Merlin vengono chiuse le case di tolleranza e introdotto il reato di sfruttamento della prostituzione o lenocinio.

Nota dell’autore
Scrivere della prostituzione significa attraversare un territorio dove storia, morale e potere si intrecciano senza mai separarsi del tutto. Non ho cercato verdetti né assoluzioni, ma una prospettiva più ampia: comprendere come le società, nel corso dei millenni, abbiano regolato ciò che non riuscivano a governare, nascosto ciò che non potevano eliminare, tassato ciò che non volevano riconoscere.
Questa ricostruzione non pretende di essere esaustiva; vuole però offrire un contesto, una profondità di campo, uno sguardo meno frettoloso su un fenomeno che spesso discutiamo con più pregiudizi che conoscenza. Se conoscere la storia significa allargare il margine della nostra consapevolezza, allora anche il mestiere più discusso del mondo può diventare una chiave per capire chi eravamo — e chi siamo ancora.
Approfondimenti del Blog

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Bibliografia essenziale
- Giulia Galeotti, Storia della prostituzione, Laterza.
- Alain Corbin, Lascivi e perversi.
- Mary Beard, SPQR.
- Camporesi, Il governo del corpo.
- Marta Boneschi, Le prostitute nella storia d’Italia.
Storia, società, costume
Tag cultura, storia, prostituzione, prostitute, sesso, industria del sesso, sex worker