Ma cos’è questa famigerata egemonia culturale

 

Antonio Gramsci nel 1916.

DALL’EGEMONIA CULTURALE AL

POLITICALLY CORRECT

Ma cos’è questa famigerata egemonia culturale, in che consiste? Per cominciare, il modello ideologico dell’egemonia culturale viene tracciato in Italia da Antonio Gramsci con la sua idea del Partito come Intellettuale Collettivo che conquista la società e il consenso popolare tramite la conquista della cultura. Quel modello culturale diventa la punta avanzata di riferimento per tutta la sinistra occidentale; si applica nei paesi in cui c’è, bene o male, una pluralità di culture che vanno gradualmente svuotate, delegittimate e sovrastate. Il modello pratico si nutre però di due esperienze non democratiche: quella totalitaria, comunista, sovietica, da Lenin a Trotzskj, da Zdanov a Luckàcs, vale a dire il ministro della cultura di Stalin e il filosofo ministro nell’Ungheria comunista. Ma c’è anche un’esperienza nascosta come riferimento: quella autoritaria fascista italiana, con l’organizzazione della cultura e degli intellettuali, della scuola e dell’Enciclopedia italiana di Giovanni Gentile e di Giuseppe Bottai, che è l’unico vero precedente occidentale di egemonia culturale (ma l’esperienza fascista fu tutt’altro che monocorde, ma ricca di eresie, varietà e dissonanze). Sullo sfondo, però, va considerato anche un proposito di sostituzione: per le masse si tratta di sostituire la formazione cattolica, la rete delle parrocchie, l’impronta religiosa con un nuovo catechismo laico e progressista, d’impronta comunista. È l’illuminismo portato alle masse, secondo il progetto di Gramsci.

La storia dell’egemonia culturale marxista e laicista in Italia va divisa in due fasi. La prima risale a Togliatti che nell’immediato dopoguerra nel nome del gramscismo va alla conquista della cultura, avvalendosi degli intellettuali organici militanti e di case editrici vicine al Partito. E’ un’egemonia non ancora pervasiva, punta alla cultura medio-alta e regge sulla riconversione di molti “redenti” dal fascismo; riguarda l’editoria, alcune frange della cultura accademica, la cultura pubblica e storica. Contro questa egemonia si abbatterà la definizione, altrettanto nefasta, di “culturame” da parte del ministro democristiano Scelba.

L’egemonia, sia gramsciana che quella radical, ha due caratteristiche da sottolineare. Non tocca, se non di riflesso, gli apici della cultura italiana, ma si salda con gli anni nei ceti medi della cultura, nel personale docente, fino a conquistare buona parte dell’Università e della scuola, dei premi letterari, della stampa e dell’editoria, oltre che del cinema e del teatro, dell’arte e della musica. Nulla di paragonabile, per intenderci, con l’egemonia fascista nel segno di Gentile e D’Annunzio, Pirandello e Marinetti, Marconi e Piacentini, per restare solo agli italiani.

In secondo luogo tocca di striscio la cultura di massa, che è più plasmata dai nuovi mezzi di ricreazione popolare e di intrattenimento nazionalpopolare, lo sport, la musica leggera, la tv commerciale in cui pure s’insinuerà possente, col tempo, l’influenza ideologica. Dunque, il gramscismo resto un’egemonia dell’organizzazione culturale, dei poteri culturali, dei quadri intermedi, senza vertici d’eccellenza e senza vera adesione popolare. Ma i riflessi della sua influenza s’infiltrarono a macchia d’olio su temi civili e di costume fino a creare un nuovo canone di totem e tabù.

L’egemonia culturale fagocita le culture affini, asservisce quella opportunista e terzista, demonizza o delegittima le culture avverse, di tipo cattolico, conservatore, tradizionale o nazionale. Innalza cordoni sanitari per isolare i non allineati, squalifica le culture di destra, bollate ieri come aristocratiche e antidemocratiche, oggi come populiste e razziste-sessiste; da alcuni anni preferisce fingere che non esistano, decretando la morte civile dei suoi autori.

La seconda egemonia culturale nasce invece sull’onda della protesta giovanile del 1968; in Italia il Pci diventa il principale referente ma anche in parte il bersaglio dell’estremismo rosso. Il distacco dall’Unione Sovietica viene motivato, pure all’interno del Pci, col tentativo d’intercettare quell’area radicale, giovanile e marxista che non contestava l’URSS nel nome della libertà ma nel nome della Cina di Mao e della sua Rivoluzione culturale, di Che Guevara e della Rivoluzione cubana, di HoChiMin e dell’antiamericanismo, e di altri miti esotici e rivoluzionari. La stessa cosa vale per la sinistra europea e per new left, la sinistra americana.

Dopo il ‘68 vanno in cattedra i giovani fino a ieri contestatori, poi assistenti e presto neobaroni universitari. La saldatura tra le due sinistre avviene attraverso alcuni organi di stampa, alcune case editrici, e la trasformazione non solo in Italia ma in tutta Europa della sinistra dal comunismo al radical-progressismo. Questa volta l’egemonia si estende ben oltre la cultura alta, tocca la scuola e l’università, ma anche il cinema, la televisione, il teatro, l’arte, il linguaggio. Il progetto politico è mutare, modernizzare, secolarizzare il vecchi Pc nel progetto di un partito radicale di massa. Ma conservando la sua egemonia, il suo ruolo di guida e paradigma.

Sul piano culturale Gramsci, fuso con autori della tradizione socialista e liberalsocialista, come da noi la linea che parte da Piero Gobetti e arriva a Norberto Bobbio fino a Umberto Eco, che applica la nuova egemonia culturale al mondo dei mass media e alla società contemporanea. Ma Gramsci viene comunque considerato come il nuovo papa laico dell’egemonia, seppure postumo; la definizione di Papa laico l’aveva usata lo stesso Gramsci per indicare il ruolo del filosofo liberale Benedetto Croce nella transizione dal fascismo all’antifascismo. Negli anni di piombo, cioè negli anni settanta, convivono l’egemonia gramsciana di marca comunista con l’egemonia radical che ne prende il posto, a cui contribuiscono i reduci del ‘68 e molti gruppi della sinistra estrema o radicale, dal Manifesto a Potere Operaio e Lotta Continua. Se prima era il Partito a guidare le danze, ora è l’Intellettuale Collettivo a dare la linea alla sinistra e a guidarla sul piano della primazia culturale.

Questa seconda fase ha uno sbocco più recente, che deriva dalle esperienze nordamericane e nordeuropee (la Svezia, ad esempio): la trasformazione dell’egemonia comunista in egemonia del politically correct. Ora che il comunismo non c’è più, almeno in Occidente, al suo posto c’è un altro PC, che non è più la sigla del Partito Comunista ma del Politically Correct. E’ il canone ideologico che impone un nuovo bigottismo in favore di gay, aborto, femministe, migranti, neri, clandestini, che misura e censura il lessico, che indica modelli di riferimento consoni con l’ideologia correttiva.

Ho dedicato molte pagine del mio ultimo libro La Cappa, dedicato alla critica del presente, per approfondire il tema della cancel culture e del suo antefatto, il politically correct. Il male principale di entrambi è la riduzione della storia al presente, del diverso al conforme, della realtà allo schema ideologico prefabbricato. La cancel culture, che va tradotto come cancellazione della cultura e non come fanno taluni con cultura della cancellazione, perché è fenomeno barbarico e distruttivo, è l’incapacità di affrontare mondi diversi, di confrontarsi con parametri diversi dai propri, di capire che ogni epoca ha i suoi metri, nessuno può elevarsi a giudice finale di ogni altra epoca e cultura. E le grandezze e le infamie non si misurano solo col metro piccino del nostro manicheismo vigente. Ma se la condanna del passato nel nome del PC è già di per sé aberrante, diventa miserabile la sua cancellazione o rimozione, senza nemmeno discuterne.

La cancel culture è l’estensione retroattiva del politically correct, che invece si accanisce sui comportamenti, i linguaggi e i costumi presenti. Ho definito il politically correct come la Cappa ideologica del nostro tempo: è il moralismo in assenza di morale, il razzismo etico in assenza di etica, il bigottismo in assenza di religione e l’antifascismo in assenza di fascismo. Lo scopo dichiarato in origine era tutelare le minoranze più deboli, offese e oppresse, ma si è via via capovolto, fino a creare una corazza d’immunità cioè di non criticabilità per alcune categorie, già indicate, un suprematismo rovesciato, per accanirsi infine verso tutto ciò che non rientra in quelle diversità protette: a partire dalla famiglia, dai popoli, dalle tradizioni, dalla natura, dalla realtà, dall’uomo comune. Ma funziona anche da terribile “livellatrice” perché punisce e deprime ogni eccellenza, ogni grandezza, ogni bellezza. Il politically correct uccide la realtà e demotiva ogni ricerca di qualità, di verità, di eccellenza. Ne La Cappa ho tradotto questi nuovi canoni d’ipocrisia in una vera e propria manipolazione culturale, in una fabbrica delle opinioni preconfezionate e soprattutto ho ravvisato la censura che ne deriva nei confronti di chi non si allinea.

Viviamo non solo in Italia un ritorno della censura militante, del controllo ideologico e talvolta perfino giudiziario, della sorveglianza totale che si accanisce sulle opinioni libere, sui giudizi storici divergenti dai pregiudizi, sulle difformità di canoni e pensieri, sulle opinioni espresse nei social. E se questa ondata repressiva viene poi coniugata ai dispositivi d’emergenza approvati ora per la pandemia ora per la propaganda di guerra in Ucraina, i risultati sono un regime di sorveglianza e l’anticamera di un sistema totalitario, seppure in forma soft, edulcorata, con l’apparenza retorica della democrazia liberale. Siamo scivolati dalla società aperta di cui parlava Karl Popper alla società coperta, sotto controllo, vigilata dai custodi del politically correct. L’Unione Europea ha abbracciato in larga parte questo nuovo canone e lo impone attraverso le sue direttive, le sentenze della corte europea e altre forme di indirizzo.

La censura è sempre inaccettabile; per combattere le falsificazioni, le calunnie e le diffamazioni bastano i codici civili e penali.

L’egemonia culturale fa male alla cultura, è inutile dirlo, ne danneggia non solo la libertà ma anche la qualità, la dignità e la varietà. Ma alla cultura nuoce pure la noncuranza, il disprezzo, la sottovalutazione. Alla fine chi non è allineato all’egemonia si trova tra il fuoco degli intolleranti e il gelo degli indifferenti.  La pressione psicologica è forte, ed è frequente la tentazione di evitare gli scontri, accettare per quieto vivere, i nuovi codici ideologici.

Negli ultimi tempi sono avvenute due cose: l’egemonia si è incupita, si è acuita la sua intolleranza punitiva. E la sua valenza culturale si è fatta sub-culturale, mass-mediale, non teorica ma etica, non pensante ma correttiva, ideologica ma senza elaborazione di idee. Il suo campo si è allargato a tutti gli altri media, fino a fornire una Sola Narrazione del Presente e del Passato.

In che consiste oggi l’egemonia culturale? In una mentalità dominante che eredita dal comunismo la pretesa di Verità Ineluttabile (quello è il Progresso, non potete sottrarvi al suo esito) e il suo monopolio da parte di chi rappresenta questa parte. Sono sempre dalla parte giusta della storia, anche quando clamorosamente sbagliano; e possono assumere posizioni fino a ieri condannate senza dover giustificare il cambiamento. Perché sono dalla parte “giusta” della storia. Quella mentalità s’è fatta codice ideologico e galateo sociale, noto come politically correct, intolleranza permissiva e bigottismo progressista.

Chi ne è fuori deve sentirsi in torto, deve giustificarsi, viene considerato fuori posto e fuori tempo, ridotto a residuo del passato o anomalia patologica. Ma lasciamo da parte le denunce e le condanne e poniamoci la domanda di fondo: ma questa egemonia culturale cosa ha prodotto in termini di opere e di intelligenze, che impronta ha lasciato sulla cultura, la società e i singoli? Ho difficoltà a ricordare opere davvero memorabili e significative di quel segno che hanno inciso nella cultura e nella società. E il giudizio diventa ancor più stridente se confrontiamo gli autori e le opere a torto o ragione identificate con l’egemonia culturale e gli autori e le opere che hanno caratterizzato il secolo. Tutte le eccellenze in ogni campo, dalla filosofia alle arti, dalla scienza alla letteratura, non rientrano nell’egemonia culturale e spesso vi si oppongono. Potrei fare un lungo e dettagliato elenco di autori e opere al di fuori dell’ideologia radical, un tempo marxista-progressista, se non contro.

L’egemonia culturale ha funzionato come dominazione e ostracismo ma non ha prodotto e promosso grandi idee, grandi opere, grandi autori. Anzi sorge il fondato sospetto che ci sia un nesso tra il degrado culturale della nostra società e l’egemonia culturale radical. I circoli culturali, le lobbies e le sette intellettuali dominanti hanno lasciato la società in balia dell’egemonia sottoculturale e del volgare. E l’intellettuale organico e collettivo ha prodotto come reazione ed effetto l’intellettuale individualista e autistico che non incide nella realtà ma si rifugia nel suo narcisismo depresso. Ma perché è avvenuto questo, forse perché ha prevalso un clero intellettuale di mediocri funzionari, anche se accademici? Ci è estraneo il razzismo culturale, peraltro assai praticato a sinistra, non crediamo perciò che sia una questione “etnica” che riguarda la razza padrona della cultura. Il problema è di contenuti: l’egemonia culturale non ha veicolato idee, valori e modelli positivi ma è riuscita a dissolvere idee, valori e modelli positivi su cui si fonda la nostra civiltà. Non ha funzionato sul piano costruttivo, sono naufragate le sue utopie, a partire dal comunismo; ma ha funzionato sul piano distruttivo. Ha corroso tradizioni e culture, civiltà e principi di vita, senso comune e radicamento popolare. E si è abbattuta contro principi basilari nella vita personale e comunitaria, legati al senso religioso, al legame sociale e ai legami famigliari. Dio, Patria e famiglia, per riassumere.

Se l’emancipazione è stata il suo valore fondante e la liberazione il suo criterio principe, il risultato è stato una formidabile, quotidiana demolizione di culture e modelli legati alla famiglia, alla natura, alla consuetudine, alla vita e alla nascita, al senso religioso e alla percezione mitica e simbolica della realtà, al legame comunitario, alle identità e alle radici, ai meriti e alle capacità personali. E’ riuscita a dissolvere un mondo, a deprimere ed emarginare culture antagoniste ma non è riuscita a generare mondi nuovi. Il risultato di questa desertificazione è che non ci sono opere, idee, autori che siano modelli di riferimento, punti di partenza e fonti di nascita e rinascita. L’egemonia culturale ha funzionato come dissoluzione, non come soluzione. Anche a livello sociale, ha prodotto più alienazione, isolamento, disgregazione.

Oggi il comunismo non c’è più, la sinistra appare sparita ma sussiste quella cappa asfissiante anche se è un guscio vuoto di idee, valori, opere e autori. Il risultato finale è che l’egemonia culturale è un potere forte con un pensiero debole (e non nel senso indicato da Vattimo e Rovatti); mentre l’albero della nostra civiltà, con le sue radici, il suo tronco millenario e le sue ramificazioni nella vita reale, è un pensiero forte ma con poteri deboli in sua difesa.

La prima è una chiesa con un episcopato in carica e un vasto clero ma senza più una dottrina, una religione e una prospettiva di salvezza; viceversa la seconda è un pensiero forte, con una tradizione millenaria, ma senza diocesi e senza parrocchie… Così viviamo una guerra asimmetrica tra un potere forte ma dissolutivo e una civiltà non ancora decaduta sul piano spirituale ma inerme e soccombente sul piano pratico e mediatico. La prevalenza odierna della barbarie di ritorno deriva in buona parte da questo squilibrio tra una cultura egemone ma nichilista e una civiltà perdente o forse già perduta. La rinascita ha due avversari: la cultura  nichilista egemone e il nichilismo senza cultura della volgarità di massa.

Più difficile si fa infine la domanda sui possibili rimedi, sulle possibili risposte a questa dominazione “globalitaria”. Perché è in gioco l’egemonia ideologica imposta ormai da decenni, in senso radical-progressista che sovrasta la società come una cupola, anche in senso mafioso e si estende al di là dei confini nazionali; e sono in gioco i nessi, le relazioni fortissime tra quella egemonia e i poteri legati al regno dell’informazione, della comunicazione, della cultura ma anche alla magistratura, all’establishment economico-finanziario e burocratico-dirigenziale transnazionale.

Quella saldatura, quel blocco, impedisce di opporre una cultura civile e una sensibilità diversa, legata per esempio al rispetto della Natura, delle Tradizioni, della Qualità, delle Identità culturali, popolari, civili e religiose. Anche se, va pure detto, non esistono forze organizzate, tantomeno partiti, che abbiamo perlomeno tentato di costruire reti, strutture e racconti alternativi per una risposta organica. Manca la sensibilità, la lungimiranza, la strategia per una controffensiva adeguata rispetto a quel predominio. Una cultura di tipo conservatrice, per esempio, in grado di difendere la civiltà, la natura, la realtà, la qualità e la bellezza. Non resta allora che l’uso dell’intelligenza a livello personale, i centri culturali e i gruppi, la circolazione delle idee.

Per perforare la Cappa occorre la spada dell’intelligenza, del pensiero critico e di chi non si accontenta di quel che somministra il convento. La Cappa e la spada, per usare un linguaggio mitico. E con quella spada dare l’assalto al cielo, stavolta non per far venire giù gli dei e abbattere ogni principio superiore, come fu per Marx ai tempi della Comune di Parigi e più recentemente ai tempi della Contestazione nel ‘68; ma per sgombrarlo dalla coltre di ipocrisia, uniformità e sorveglianza che ci opprime e che impedisce di vedere liberamente e interamente il cielo.

 

 

 

 Fonte: (Kommentar, rivista ungherese)

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