La guerra che cambia l’ordine mondiale

«De bello iranico (parte prima)»
L’attacco all’Iran inaugura un conflitto destinato a ridefinire equilibri geopolitici, economici e strategici globali.
Il Simplicissimus
L’offensiva contro l’Iran non rappresenta soltanto un nuovo capitolo delle tensioni mediorientali, ma, secondo questa lettura, segna l’ingresso in una fase storica radicalmente diversa. L’Occidente si trova di fronte a un conflitto che mette in discussione la propria superiorità militare, la sostenibilità economica del proprio modello strategico e la capacità di conservare il ruolo dominante costruito nel secondo dopoguerra. La guerra non si combatte più soltanto con gli eserciti, ma attraverso tecnologia, finanza, approvvigionamenti energetici e nuove alleanze globali. In questa prima parte analizziamo le ragioni per cui l’attacco all’Iran potrebbe rappresentare uno spartiacque destinato a modificare gli equilibri del XXI secolo. (N.R.)
C’è una cosa che a tutti i costi non si vuole vedere: che con l’aggressione all’Iran si è pienamente entrati in una terza guerra mondiale che sarà assai più lunga e incerta delle precedenti e che soprattutto vedrà la fine delle istituzioni e del potere occidentale. Innanzitutto la posizione strategica degli Usa e dei Paesi occidentali che gli tengono bordone si è deteriorata in modi che sfuggono a una misurazione meramente: le forze armate americane, progettate per la proiezione di potenza contro le forze ribelli e gli avversari regionali, si sono dimostrate vulnerabili alle tattiche di guerra di una nazione di medio livello dotata di sofisticata tecnologia missilistica e di una posizione geografica difensiva. Ma soprattutto appoggiata in maniera discreta da Russia e Cina che forniscono i dati di puntamento senza per questo entrare direttamente nel conflitto. La risposta a questo stato di cose è stata in qualche modo catastrofica perché al posto dei 2000 miliardi di risparmio promessi o forse sarebbe meglio dire vagheggiata dall’amministrazione, ci sono adesso 5000 miliardi in più di spese con un debito nazionale passato da 36.200 miliardi a 39.500 miliardi di dollari in diciotto mesi, con deficit annuali di 2.000 miliardi di dollari ormai certi fino al 2030. Il tentativo dell’amministrazione di tenere bassi i prezzi del petrolio attraverso il drenaggio delle riserve strategiche e la manipolazione del mercato dei derivati, ha esaurito le scorte di emergenza, mettendo al contempo a nudo la vacuità dell’”indipendenza” energetica americana: il Paese ora non ha mezzi effettivi per resistere a un’interruzione prolungata delle forniture, per non parlare di un conflitto più ampio che coinvolga la produzione di altri Paesi.
Si dice che Trump abbia avuto ieri un feroce litigio con i suoi consiglieri che lo hanno messo in una situazione impossibile consigliandoli un attacco che avrebbe dovuto avere un pieno successo in una o due settimane e invece dura da 5 mesi. La riconfigurazione politica planetaria si è accelerata e si estende ben oltre il teatro operativi: la Russia, nonostante le sanzioni, ha consolidato un’architettura di sicurezza eurasiatica che include Iran, Cina e l’alleanza BRICS+ in espansione. La dedollarizzazione del commercio internazionale, accelerata dall’utilizzo del sistema SWIFT come arma impropria ha dimostrato la vulnerabilità dei sistemi di compensazione denominati in dollari, ha creato sistemi finanziari paralleli destinati a persistere indipendentemente dall’esito del conflitto. La Cina, dal canto suo, si è assicurata corridoi energetici attraverso la Belt and Road Initiative e ha sviluppato la capacità industriali e tecnologiche necessarie per rimpiazzare su larga scala gli Usa. D’altro canto i Paesi europei si trovano a subire un vero e proprio collasso demografico, industriale e tecnologico che non permette di fare concorrenza ai produttori asiatici. Così il patologico entusiasmo per il conflitto contro la Russia non ha alcun interesse strategico, ma serve solo a coprire le contraddizioni interne con il riferimento costante a un nemico esterno. E del resto provocazioni e illusioni si scontrano con l’accertata realtà che gli eserciti europei non sono in gradi avere un’autonomia di più di una o due settimane, senza i rifornimenti americani.
Le immagini provenienti dalla regione del Golfo – fotografie satellitari di petroliere in fiamme, immagini termiche di complessi di raffinerie fuori servizio, dati atmosferici che mostrano concentrazioni di particolato che colpiscono l’agricoltura regionale – prefigurano conseguenze economiche che arriveranno con un certo ritardo ma inesorabile certezza. Il drenaggio delle riserve petrolifere sotterranee, che ha temporaneamente abbassato i prezzi della benzina, non potrà continuare oltre il 2027. La carestia che gli economisti avevano previsto per il 2030 si è anticipata al 2027. La disponibilità di gasolio per la semina e il raccolto agricolo è diventata incerta se non impossibili a prezzi che ne consentano una redditività per quanto minima; la produzione europea di fertilizzanti, interrotta dai costi energetici già nel 2022-2023, non ha ancora ripreso la sua capacità produttiva; la catena di approvvigionamento globale già frammentata dalle politiche pandemiche e dalle interruzioni del Canale di Suez, si avvicina al collasso catastrofico, poiché l’interdizione del Mar Rosso da parte delle forze Houthi – equipaggiate con tecnologia missilistica iraniana – recide l’arteria marittima che collega l’Europa alla produzione manifatturiera asiatica. Non si tratta di “volatilità di mercato”. Si tratta della fine dell’abbondanza e della fine dei quadri istituzionali stabiliti nel 1944-1945. La fabbricazione del consenso e in un ceto senso anche del dissenso, ha raggiunto la sua fase terminale. Gli organi di stampa che per tre anni hanno promosso il Russiagate (e tante altre sciocchezze) come un fatto accertato, ora presentano la narrativa di Netanyahu sull’Iran come verità indiscutibile. I commentatori conservatori che mettevano in guardia contro gli abusi di potere dell’esecutivo, ora giustificano la fusione tra potere statale e potere aziendale come necessarie misure di sicurezza. Il fenomeno del “partito unico” – la continuità ininterrotta delle politiche tra formazioni politiche apparentemente opposte – è diventato troppo evidente per essere negato, eppure troppo scomodo da riconoscere per le popolazioni coinvolte nel teatro della scelta democratica. E del resto l’impoverimento del capitale sociale – l’atomizzazione della comunità, la sostituzione delle relazioni reali con la simulazione digitale – ha raggiunto livelli tali da precludere una risposta collettiva allo stress sistemico generando il paradosso dell’iperconnettività senza solidarietà. Insomma stiamo assistendo, in tempo reale, alla transizione da un ordine unipolare guidato dagli Stati Uniti a un sistema multipolare frammentato, e la violenza di questa transizione si misura non solo nel numero delle vittime – sebbene queste stiano aumentando in modi che il Pentagono si rifiuta di rivelare completamente – ma anche nell’erosione della leva strategica, che una volta esaurita non può essere recuperata.
