Un profeta della fine, controcorrente

«De Maistre, un pensiero contro il suo tempo»

Joseph de Maistre e l’Europa che ha rinnegato se stessa

di Marcello Veneziani

Joseph de Maistre intuì con due secoli di anticipo il destino dell’Europa moderna: la dissoluzione di un ordine fondato su Trono, Altare e Tradizione, travolto dall’ideologia rivoluzionaria e dall’irreligione. La sua non fu una nostalgia reazionaria, ma la consapevolezza che senza un principio superiore, senza un’idea-forza capace di orientare uomini e popoli, la civiltà europea sarebbe scivolata verso il vuoto. Ripercorrendo il giudizio severo del pensatore savoiardo e le riflessioni di Riccardo Pedrizzi sugli scritti demaistriani, il testo interroga il presente: un’Europa che ha rinnegato le proprie radici può ancora riconoscersi come civiltà, o è ormai condannata a naufragare senza identità e senza dignità? (N.R.)


Joseph de Maistre vide morire l’Europa duecento anni prima che nascesse. Era l’Europa del Trono e dell’Altare, l’Europa della Tradizione e della Civiltà cristiana, sconfitta dalla Rivoluzione e dalla Dissoluzione, travolta dalla Modernità e dall’Irreligione. Congedandosi dalla vita, il Conte savoiardo disse “Muoio con l’Europa. È un andarsene in buona compagnia”. Fa impressione pensare che oltre duecento anni dopo, l’Europa che si è negata a quei principi stia naufragando senza dignità e senza identità. E andarsene in sua compagnia oggi non sarebbe affatto un bel congedo. De Maistre, nota Riccardo Pedrizzi nel suo saggio introduttivo agli scritti demaistriani ora ripubblicati (Lo stato della restaurazione, ed. Controcorrente), “aveva visto che non vi erano uomini all’altezza del compito, che mancava un’idea-forza che avesse potuto catalizzare tutti i controrivoluzionari”. Era venuto meno, nota, anche sul piano religioso “lo spirito del Medio Evo ad informare l’azione e la condotta degli uomini europei”.

Con de Bonald e Donoso Cortes, de Maistre fu uno dei padri laici della tradizione cattolica, come li definì Barbey d’Aurevilly in opposizione ai tre “idoli” Voltaire, Rousseau e Franklin. De Maistre fu considerato l’anti Voltaire, dalla prosa ironica e tagliente, come la lama del boia di cui egli scrisse un memorabile e deplorevole elogio. Ma pur essendo agli antipodi, condivise con Voltaire l’affiliazione alla Massoneria. Verso Voltaire nutrì “ammirazione e orrore” fino a dire: “vorrei fargli innalzare una statua…con le mani del boia”. In una raccolta di saggi pubblicata di recente, Il vincolo della vergogna (Adelphi), Carlo Ginzburg dedica un interessante confronto tra Voltaire e de Maistre e s’inoltra poi nel paragone tra il conte savoiardo e Leone Tolstoj. Ma l’autorevole storico incorre in una brutta svista perché scrive che “i due uomini si erano incontrati a Pietroburgo dove de Maistre, allora ambasciatore del re di Sardegna, visse tra il 1802 e il 1817”. In realtà Tolstoj nasce nel 1828, sette anni dopo la morte di de Maistre (e 50 anni dopo la morte di Voltaire). La fonte da cui Ginzburg trae la notizia è Isaiah Berlin, nel suo saggio Il riccio e la volpe; ma Berlin si riferiva allo scrittore russo S.P.Zicharev, che aveva incontrato de Maistre nel 1807 e ne aveva poi scritto in un libro di ricordi, letto da Tolstoj.

Nessuno più di de Maistre portò alle estreme conseguenze il cattolicesimo e la lotta all’empietà e all’ateismo nel nome della Tradizione. Si contrappose in modo speculare all’Illuminismo e rovesciò in positivo le loro critiche alla superstizione, ai pregiudizi e all’oscurantismo. Occupandomi di lui in Di padre in figlio. Elogio della Tradizione (ed. Laterza) e di recente in Senza eredi (Marsilio) lo descrissi come uno dei quattro cavalieri dell’apocalisse della modernità, con Marx il rivoluzionario, Nietzsche il sovrumanista e Stirner l’anarchico; lui fu il reazionario. Ma lucido, dalla prosa acuminata e decisa; lo dico da ammiratore critico del suo pensiero, a cui però preferisco il pensiero di Giambattista Vico, più pervaso di umanità, storia e realismo; e il suo continuatore, Vincenzo Cuoco.

De Maistre fu pensatore ardente, animoso e schivo, indifferente alle ricchezze: Saint Beuve racconta che una volta ricevette un indennizzo di centomila sterline dall’imperatore ma le restituì al sovrano. Non pensò di devolvere la somma in carità o in opere di bene, ma da legittimista coerente, la restituì al sovrano…

Pedrizzi ben sintetizza la visione politica di de Maistre in cinque punti: la legge umana promana dalla legge divina; la costituzione politica non può nascere dalla creatività umana ma germoglia spontaneamente dall’esperienza e dall’ispirazione divina; non c’è una costituzione che valga per tutti i popoli, ogni nazione deve avere una propria costituzione; la vera costituzione non è scritta ma vive nell’anima dei popoli tramandata nella sua storia e tradizione; ogni costituzione deve essere permeata di religiosità, non può prescindere dal suo fondamento. Qui c’è in sintesi, lo Stato della Restaurazione.

Insomma, per il pensatore savoiardo, una è la legge divina e abita in cielo e in interiore homine; ma si fa molteplice in terra. “…Ogni nazione – fa notare giustamente Pedrizzi- ha le proprie leggi perché ha un proprio “genio”, che è il complesso di caratteristiche, di elementi prerazionali, di “misteri”, di credenze tradizionalmente accettate. E questo “genio” è pur esso opera divina”.

De Maistre visse nella consapevolezza del suo anacronismo, ritenne di essere nato troppo presto o troppo tardi, comunque “decisamente al momento sbagliato”. Mantenne l’affilata lucidità di quel disagio per l’intera sua vita. Pur avendo fatto in tempo a vivere nel tempo della Restaurazione, dopo il Congresso di Vienna, ebbe la percezione dell’ineluttabile declino di quel mondo che sembrava rianimarsi, dopo la Rivoluzione e l’età napoleonica; ma non sarebbe più tornato il mondo e il clima dell’ancién régime.

Pedrizzi pubblicò il suo scritto la prima volta negli anni Settanta. Era uscito da pochi anni in Italia, grazie ad Alfredo Cattabiani, il capolavoro di de Maistre, Le serate di Pietroburgo, edito da Rusconi nel 1971. L’antologia curata da Pedrizzi si soffermava invece sugli scritti più politici di de Maistre, come il saggio sulle costituzioni. La collana in cui uscì, L’Architrave diretta da Gianfranco de Turris, per le edizioni di Giovanni Volpe, ebbe un ruolo importante nella formazione culturale e spirituale dei giovani non conformisti degli anni Settanta e ottanta. Si presentava esplicitamente come una collana tascabile per costruire le basi su cui far nascere “una cultura di destra” su basi conservatrici, aristocratiche e tradizionali. Era costituita dal profilo di un autore, un’antologia tematica delle sue opere e una guida bibliografica di orientamento. Gli agili volumi di quella fortunata collana furono curati da giovani studiosi (anch’io curai un architrave dedicato a Vilfredo Pareto). Preziosa collana in quel tempo, impensabile nei giorni nostri, così disorientati, privi di maestri e di eredi.

Di de Maistre resta vivo proprio ciò che è più stridente con lo spirito del nostro tempo o meglio col nostro tempo senza spirito. I principi che lo ispirano, così scandalosamente divergenti dal mainstream della nostra epoca, sono scanditi da de Maistre col candore rigoroso di chi ama il parlar franco: “Se la base è puramente umana, l’edificio non può mantenersi…Se si vuol conservare tutto, si consacri tutto… L’Europa è colpevole per avere chiuso gli occhi a queste grandi verità, e soffre perché è colpevole”. Chiaro e netto, come una lama affilata.

Avremmo difficoltà a vivere in un mondo dominato dalla severa teocrazia punitiva di de Maistre. Ma abbiamo bisogno di critici radicali e lucidi come lui, capaci di capire il male, denunciare i suoi agenti e risalire alle sue matrici profonde, se non infere.

La Verità – 14 giugno 2024
La Verità – 6 febbraio 2026

 

 

 

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