Tra psicoanalisi, mito e archetipi del conflitto originario

Ratto di Proserpina (particolare)

«Desiderio, Eros ed Eromachia»

Dal paradosso di Achille e la tartaruga alla “zona di turbolenza” dell’incontro erotico: il desiderio nasce non dalla complementarità, ma dalla distanza irriducibile tra maschile e femminile

di Mario Magini

In modo del tutto diverso da quanto ci ha tramandato una certa mitologia platonica riveduta in chiave cristiano-romantica, l’uomo e la donna non sono affatto esseri complementari. Ciascuno, per l’altro, non sono le due passive e statiche parti di una stessa sfera che ricercano tra loro una chissà quale integrazione armoniosa. La psicoanalisi di matrice freudiana e più specificatamente e profondamente il pensiero lacaniano, ci hanno detto che tra l’uomo e la donna c’è qualcosa di fondamentale che in termini di reciprocità non funziona come speriamo, come vogliamo, come pretendiamo. C’è qualcosa che non si compone mai veramente e definitivamente, che non si unisce e salda armoniosamente. C’è un’asimmetria perpetua, un dislivello a due livelli relazionali, un’alterità e differenza insanabile che fonda ed orienta l’uomo e la donna nell’eros. Tra l’uomo e la donna c’è una instabilità permanente perché diversi sono i loro propri modi di concepire, essere e vivere l’esperienza del sesso e dell’amore. Dialoghiamo su questo, apriamoci al discorso come fosse una suadente sfinge, esploriamo le declinazioni e suggestioni che possono arrivare su questo, poniamoci a comprendere in noi al di là di ogni bene e male.


«Non è l’armonia a generare il desiderio,

ma la distanza che resiste tra due alterità irriducibili:

l’eros nasce dove l’incontro diventa rischio.»

Lacan aveva paragonato il rapporto tra uomo e donna a quello di Achille e la tartaruga del celebre Paradosso di Zenone: Achille, il più veloce tra i mortali, non potrebbe mai, logicamente, raggiungere l’animale più lento della terra. Tra i due c’è uno spazio che può essere infinitamente accorciato ma mai abolito. L’esperienza dell’incontro tra il maschile e il femminile non è mai un approdo pacifico, ma una navigazione in acque agitate da correnti arcaiche. Dobbiamo dunque accettare una verità brutale ma necessaria: la relazione tra i sessi non è l’unione di due metà complementari che trovano finalmente la pace, ma un conflitto primario. Non è un caso che la collera e la tensione diventino spesso il combustibile dell’erotismo. L’incontro con l’Altro è, per definizione, una “zona di turbolenza”. L’incontro tra l’Io e l’Anima, o tra l’Io e l’Animus, non avviene nel vuoto clinico, ma nello scontro di forze archetipiche che scuotono le fondamenta della nostra identità. Proprio come un aereo che attraversa una tempesta, l’unione erotica trae la sua energia dalla perturbazione. Non è il superamento del conflitto a generare l’incontro, ma è il conflitto stesso a farsi carne, voce e attrazione. Senza questa scossa, senza il rischio della perdita e l’angoscia della diversità, l’amore rimarrebbe un concetto sterile, privo di quella vita che solo l’opposizione degli opposti sa generare.

La tensione del rapporto erotico

Perché si possa parlare di un vero rapporto erotico, è necessario che i due restino radicalmente due. L’amore deve essere capace di accogliere il desiderio dell’Altro come un essere irriducibile a noi stessi, un mistero che non può essere posseduto né pienamente compreso. Questa è la potenza del desiderio associato all’amore: la capacità di desiderare e amare l’Altro proprio in virtù della sua alterità, accettando la turbolenza che questo comporta. La relazione non è quindi un porto sicuro dove ripararsi dalle tempeste della vita, ma è la tempesta stessa, un viaggio in mare aperto dove la stabilità è data solo dal movimento continuo e dalla capacità di navigare tra le onde del conflitto e dell’attrazione.

In questa prospettiva, l’alterità diventa un compito etico e analitico. Significa rinunciare alla pretesa di “conoscere” il partner per lasciarsi invece sorprendere dalla sua continua trasformazione. Significa accettare che l’eros richieda sempre una quota di “non-familiare”, un elemento di estraneità che ci impedisca di scivolare nell’inerzia del già noto. La vita erotica fiorisce nel solco di questa tensione tra il bisogno di appartenenza e l’urgenza di libertà, tra la tenerezza del legame e la violenza del desiderio. Solo chi ha il coraggio di abitare questa zona di turbolenza, senza cercare rifugio in una pace artificiale, può dire di aver realmente incontrato l’Altro sesso, trasformando il conflitto in una fonte inesauribile di vita e di scoperta interiore.

L’Arcano del Segreto: Il Giardino Recintato dell’Individualità

Il silenzio e il segreto non sono, come spesso la psicologia ingenua vorrebbe farci credere, barriere all’intimità o segni di un tradimento affettivo, bensì gli argini necessari entro cui il fiume dell’eros può scorrere senza disperdersi nel fango della banalità quotidiana. Se accettiamo che l’incontro erotico sia una coniunctio alchemica tra due esseri irriducibilmente diversi, dobbiamo anche accettare che tale diversità necessiti di zone d’ombra, di territori non mappati e di silenzi che proteggano il nucleo sacro dell’individualità. Nella società contemporanea, dominata da un’estetica della trasparenza assoluta e da un imperativo alla comunicazione totale, il segreto viene percepito come una minaccia. Eppure, dal punto di vista dell’anima, una relazione in cui tutto è detto, tutto è svelato e tutto è condiviso, è una relazione che ha smesso di generare mistero. La trasparenza totale è, in realtà, una forma di violenza psichica: essa annulla la distanza, e senza distanza non può esserci desiderio, poiché il desiderio si nutre di ciò che manca, di ciò che è ancora da scoprire, di ciò che resta, appunto, segreto.

Il segreto agisce come un catalizzatore dell’alterità perché preserva il “giardino recintato” dell’Io, quel temenos interiore dove l’individuo coltiva la propria relazione con l’inconscio e con le proprie immagini archetipiche. Quando un partner custodisce un segreto — che non deve essere necessariamente un fatto esteriore, ma può essere un pensiero, un’emozione inespressa, un sogno non raccontato — riafferma la propria indipendenza ontologica. Dice, implicitamente: “Io non sono te, e tu non possiedi la totalità del mio essere”. Questa affermazione, lungi dal distruggere il legame, lo nobilita, perché trasforma l’altro da un oggetto di possesso a un soggetto di stupore. Il segreto crea una sorta di “vuoto pneumatico” nella relazione, un’area di non-sapere che costringe il partner a interrogarsi, a tendersi verso l’altro, a riconoscerlo nuovamente come un estraneo affascinante e mai del tutto addomesticato. Il silenzio, in questo senso, diventa lo spazio in cui l’eco dell’altro può finalmente risuonare nella sua purezza, senza essere soffocata dal rumore incessante delle spiegazioni logiche e delle rassicurazioni verbali.

In una coppia che ha rimosso il diritto al segreto, si assiste spesso a una forma di “incesto psichico”: i due partner diventano così trasparenti l’uno all’altro da finire per confondersi, scivolando in quella simbiosi regressiva che abbiamo visto essere letale per l’eros. Il silenzio, al contrario, funge da operatore di separazione. È il velo che protegge il sancta sanctorum dell’anima dall’intrusione dell’ego altrui. Coltivare il segreto significa dunque onorare il fatto che l’altro è un “Tu” irriducibile, un centro di coscienza autonomo che non deve rendere conto di ogni suo palpito. Questa pratica richiede una grande maturità analitica, poiché implica la capacità di tollerare l’angoscia del non-sapere e la rinuncia al controllo totale sull’amato. È proprio in questo scarto, in questo “non detto”, che l’immaginazione erotica può tornare a fiorire: dove il sapere si ferma, inizia la proiezione creativa, e l’altro torna a essere quella figura numinosa, carica di alterità, che avevamo incontrato all’inizio del viaggio.

Il silenzio non è dunque un’assenza di comunicazione, ma una comunicazione di ordine superiore, che avviene per sottrazione. È il riconoscimento che le parole, a volte, servono solo a coprire l’abisso che separa due anime, mentre il silenzio lo abita con coraggio. Quando due amanti sanno stare insieme nel silenzio, o quando accettano l’esistenza di zone d’ombra l’uno nell’altra, essi stanno praticando un’ascesi del desiderio. Stanno permettendo alla tensione degli opposti di mantenersi viva, evitando che il legame si trasformi in una routine burocratica di scambi informativi. Il segreto custodito con cura diventa allora la fonte di una nuova seduzione: l’altro ci appare nuovamente come una terra incognita, un libro di cui abbiamo letto solo alcune pagine e di cui non possiederemo mai il finale. In questa prospettiva, la fedeltà non consiste più nel dire tutto, ma nel restare fedeli al mistero dell’altro, proteggendo la sua libertà di essere, almeno in parte, inafferrabile.

Toulouse Lautrec, “A letto, il bacio”

L’Estetica eretica ed erotica

Tradurre l’estetica dell’ombra in gesti quotidiani significa innanzitutto operare una de-sacralizzazione della trasparenza domestica, opponendosi alla tendenza moderna che vorrebbe trasformare la casa in un panopticon della confidenza totale. Il primo gesto concreto è la riappropriazione di spazi di solitudine inviolabile, non vissuti come un rifiuto dell’altro, ma come un atto di devozione verso la propria sorgente interiore. Abitare la stessa dimora non dovrebbe mai coincidere con l’abolizione dei confini psichici; al contrario, mantenere una stanza, un cassetto o semplicemente un tempo della giornata in cui l’accesso al partner è interdetto, permette di ristabilire quel vuoto necessario affinché l’eros possa tornare a respirare. Quando rinunciamo a raccontare ogni dettaglio della nostra giornata, ogni minima fluttuazione del nostro umore o ogni incontro fortuito, non stiamo sottraendo amore, ma stiamo proteggendo la nostra densità. Un individuo che si svela interamente, che diventa “leggibile” come un manuale d’istruzioni, cessa di essere un oggetto di desiderio per diventare un oggetto di abitudine. Il desiderio, infatti, non sopravvive alla piena visibilità: esso richiede il chiaroscuro, il sospetto di una profondità inesplorata che sfugge alla cattura dell’intelletto.

Un altro gesto fondamentale risiede nel saper coltivare interessi, amicizie o passioni che non vengano sistematicamente condivisi o “validati” dal partner. Questo non significa escludere l’altro dalla propria vita, ma evitare quella fusione simbiotica che trasforma la coppia in un’entità monolitica e prevedibile. Presentarsi a tavola o ritrovarsi la sera portando con sé il profumo di un’esperienza che l’altro non ha vissuto, e che forse non comprenderà mai appieno, reintroduce una salutare estraneità nel quotidiano. È l’irruzione del “non-noto” tra le pareti di casa. Persino il corpo, nella convivenza, rischia di essere ridotto a pura funzionalità biologica o a un territorio troppo mappato; l’estetica dell’ombra suggerisce invece di preservare una ritualità del pudore, non per vergogna, ma per mantenere il corpo come un’epifania e non come un’evidenza. Vestirsi, curarsi o semplicemente sognare a occhi aperti in presenza dell’altro, ma senza invitarlo formalmente nel proprio spazio mentale, crea una tensione vibrante: l’altro percepisce che siamo “altrove”, e proprio questa assenza psichica in presenza fisica riaccende la curiosità e il timore della perdita, che sono i motori immobili di ogni autentica seduzione.

Infine, il linguaggio stesso deve farsi meno assertivo e più evocativo. Evitare la pretesa di interpretare ogni silenzio del partner o di tradurre ogni sua espressione in una categoria nota è un atto di immenso rispetto per la sua alterità. Accettare che l’altro possa avere malinconie, entusiasmi o segreti che non ci appartengono significa onorare la sua natura di essere numinoso. In questo modo, la convivenza smette di essere una lenta erosione del mistero e diventa una danza sul limite dell’incognito. Ogni gesto che preserva una piccola quota di inafferrabilità contribuisce a mantenere viva quella zona di turbolenza di cui abbiamo parlato: quel confine sottile dove l’amore non si adagia nella familiarità, ma continua a protendersi verso l’ignoto, trasformando la noia della ripetizione nell’eterno ritorno della scoperta.

Questa estetica dell’ombra, che nel quotidiano si manifesta come una ritualità della distanza, trova la sua consacrazione definitiva in un’erotica dello sguardo e della materia, dove il desiderio non è mai possesso dell’evidenza, ma tensione verso ciò che resta occultato.

Eromachia e l’Alchimia dell’Alterità: Il Sacro Conflitto del Desiderio

L’erotica, se osservata attraverso la lente dell’alchemica coniunctio, non può che rivelarsi come una forma suprema di Eromachia: una lotta sacra dove l’amore non è il fine che pacifica il conflitto, ma la forza che lo sostiene e lo rende possibile. In questa prospettiva, il desiderio cessa di essere una semplice tensione verso l’oggetto e si configura come un’energia bellica, un polemos eracliteo che costituisce l’architrave stessa della relazione. Non vi è armonia che non sia figlia di una sfida, né unione che non sia il risultato di una collisione tra due alterità irriducibili. L’Eromachia ci insegna che il talamo non è un luogo di riposo, ma un campo di forze dove il maschile e il femminile si misurano l’uno con l’altro, non per annullarsi, ma per esasperare la propria differenza fino al punto di rottura, laddove l’Io è costretto a cedere il passo a un’alterità che lo travolge.

Il desiderio, in questo contesto, agisce come una ferita aperta che impedisce alla carne di richiudersi in una stasi narcisistica. È una turbolenza che abita il corpo e lo spinge verso l’esterno, verso quel territorio straniero che è l’altro. Se l’amore tende alla stabilità del temenos, il desiderio è invece una potenza nomade e predatoria che vive del rischio e della precarietà. L’armonia autentica tra due amanti non assomiglia dunque alla pace dei sensi, ma alla tensione di un arco pronto a scoccare la freccia: è un equilibrio dinamico che richiede una vigilanza costante e una disposizione alla lotta. Quando la sfida viene meno, quando l’altro diventa troppo noto, troppo “mio”, la lotta erotica si spegne e con essa muore il desiderio, lasciando il posto a una forma di accudimento reciproco che è, in ultima analisi, una rinuncia alla vita psichica profonda.

Proseguendo su questa via, emerge l’idea che il vero tradimento non risieda nell’infedeltà verso il partner, ma nella “fedeltà statica” che congela l’altro in un’immagine prefissata. L’Eromachia richiede un tradimento continuo delle aspettative rassicuranti. Per mantenere viva la sfida, dobbiamo essere capaci di “tradire” l’immagine domestica che il partner ha di noi, riemergendo ogni volta come stranieri. Questa forma di tradimento simbolico è l’unico modo per onorare il destino dell’anima, che non appartiene mai interamente alla relazione, ma a una sorgente più profonda. La coppia che sopravvive alla noia è quella che accetta di non appartenersi, che accoglie la solitudine dell’altro come un diritto inalienabile. È il paradosso di un legame che si rinforza quanto più concede spazio alla fuga, poiché solo chi è libero di andarsene può scegliere, ogni giorno, di restare nel cuore della battaglia erotica.

Infine, una ulteriore riflessione ci porta a considerare il conflitto non come un sintomo di crisi, ma come la “liturgia della distanza” necessaria all’eros. La collera o la tensione non sono incidenti di percorso, ma atti rituali con cui la psiche reclama la propria alterità quando questa rischia di essere assorbita da un amore troppo materno o troppo soffocante. Nell’Eromachia, lo scontro è un gesto di amore profondo verso l’integrità dell’altro: lottiamo per impedire che l’altro si sciolga in noi, per garantirgli il diritto di restare un nemico onorevole e, per questo, infinitamente desiderabile. La sfida erotica è dunque un esercizio di ascesi dove impariamo a desiderare non ciò che ci manca per essere interi, ma ciò che ci eccede e ci spaventa. L’armonia della coppia non è l’assenza di rumore, ma la capacità di accordare due dissonanze senza risolverle in una consonanza banale. In questo “risveglio di primavera” perenne, l’Eromachia trasforma la convivenza in un’opera d’arte vivente, dove ogni sguardo è un’insidia e ogni silenzio è un’imboscata tesa dall’anima per ricordarci che l’altro è l’unico specchio in cui non potremo mai vederci interamente, se non nel bagliore di una scintilla che scaturisce dall’urto.

“La casa dei Casti Amanti”, Pompei

Amor Fati

L’Amor Fati, nell’alveo di una visione junghiana ed ero-machica della relazione, cessa di essere una rassegnazione passiva agli eventi per farsi accettazione estatica e terribile della natura abissale dell’Altro. Amare il proprio destino, nel contesto del legame tra maschile e femminile, significa onorare la ferita del desiderio come una benedizione necessaria, abbracciando la consapevolezza che l’unione perfetta è una chimera e che la vera gloria dell’incontro risiede proprio nella sua tragica irrisolvibilità. Se l’Eromachia è la dinamica del conflitto sacro, l’Amor Fati è la disposizione d’animo con cui l’individuo accetta di abitare quella zona di turbolenza senza tentare di addomesticarla, riconoscendo che l’estraneità del partner non è un limite da superare, ma la sostanza stessa della sua numinosità.

Abbracciare l’Amor Fati all’interno della coppia significa dire sì alla danza degli opposti, pur sapendo che tale danza non porterà mai a una sintesi definitiva, ma a una continua e feconda tensione. È l’amore per il “fatto” del destino: il fatto che l’altro sia un universo a me precluso, che la sua anima risponda a leggi che io non potrò mai legiferare, e che il nostro incontro sia una collisione tra due stelle destinate a restare distanti anche nel momento del loro massimo fulgore. In questa accettazione gioiosa, il tragico non è sinonimo di triste, ma di sublime: è la consapevolezza della finitudine dell’Io di fronte all’infinità dell’Alterità. Amare il destino dell’altro significa amare anche la sua capacità di sfuggirci, il suo diritto al segreto e la sua intrinseca inafferrabilità, trasformando il dolore della distanza in una forma di venerazione erotica.

Solitamente, in una relazione, proviamo gratitudine per ciò che l’altro ci dona, per la sua vicinanza o per la sua comprensione. L’Amor Fati ci spinge invece a ringraziare per ciò che l’altro ci nega: per i suoi silenzi, per i suoi territori d’ombra e per tutto ciò che in lui resta straniero ai nostri desideri di possesso. Questa gratitudine rivolta alla negazione è l’essenza stessa dell’erotica superiore, poiché riconosce che è proprio grazie a quella negazione che il partner resta una fonte inesauribile di desiderio. Accettare gioiosamente che l’altro non sarà mai nostro è il gesto che libera l’amore dalle catene della dipendenza infantile e lo eleva a una dimensione eroica, dove la gioia nasce dalla contemplazione di un mistero che non si lascia consumare.

L’Amor Fati è una “scelta dell’inevitabile”. Nella modernità, siamo ossessionati dall’idea che l’amore sia una scelta razionale, un contratto basato sulla compatibilità. Ma nella prospettiva del profondo, l’incontro con l’Altro è un destino che ci travolge, un’irruzione dell’archetipo che sbaraglia le difese dell’Io. L’Amor Fati è la capacità di scegliere ciò che ci è capitato, di trasformare l’urto fatale del desiderio in una vocazione. In questo senso, la lotta erotica non è qualcosa che subiamo, ma un’opera che decidiamo di scolpire insieme al partner, accettando le scaglie di marmo che saltano e le ferite che il lavoro richiede. Il destino diventa gloria quando smettiamo di combattere contro l’inevitabile estraneità dell’altro e iniziamo a combattere con essa, facendone il piedistallo su cui poggia l’intera architettura della relazione. Infine, l’Amor Fati si riflette nella concezione del tempo all’interno della coppia. Se il desiderio comune cerca la soddisfazione immediata e la sicurezza del domani, l’Amor Fati celebra l’eterno presente del conflitto e dell’incanto. È l’accettazione che ogni momento di sintesi è provvisorio e che la primavera dell’adolescenza deve essere costantemente risvegliata attraverso la distruzione delle vecchie forme. Questo amore per il destino non teme l’ombra o la fine, perché vede in ogni crisi una piccola morte alchemica necessaria per una nuova rinascita. La gloria della coppia non sta nella durata cronologica, ma nella profondità ontologica con cui ha saputo abitare la propria tragedia, trasformando la convivenza in un atto liturgico dove la reciproca estraneità viene celebrata come il dono più prezioso.

In questa cornice filosofica, l’estetica dell’ombra e l’Eromachia trovano il loro compimento. Non cerchiamo più un’armonia che sia assenza di contrasto, ma un’armonia che sia la musica prodotta dallo scontro delle nostre differenze. L’Amor Fati è la melodia di questo scontro, un inno alla vita che non indietreggia di fronte all’abisso dell’altro, ma vi si affaccia con un sorriso, sapendo che solo lì, tra le rocce scoscese di due anime che non si arrenderanno mai l’una all’altra, fiorisce il fiore raro e selvaggio dell’eros autentico. È il destino glorioso di restare due per poter continuare, all’infinito, a cercarsi.

Mario Magini

 

 

 

 

 

 

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