Ma siamo proprio sicuri che Diabolik sia quel maschione che vorrebbe farci credere? Il sospetto, invero più che legittimo, è ormai vecchio di quasi sessant’anni.

Wonder Woman.
Batman e Robin.

Nel lontano 1954, infatti, apparve il libro di Frederic Wertham(1), «The seductio of the innocent», nel quale veniva formulata una esplicita accusa di omosessualità nei confronti di anzi, per essere più precisi, di pedofilia, dal momento che l’oggetto del desiderio dell’Uomo Pipistrello era il suo inseparabile amichetto Robin, un ragazzino che se ne va in giro vestito in maniera piuttosto ambigua e provocante, con le gambe nude fino all’inguine, e che non si allontana mai dal suo muscoloso amico.

L’accusa di omosessualità era rivolta, oltre che a Batman e Robin, anche a Wonder Woman; ma Umberto Eco, nel suo libro «Il superuomo di massa» (1976), ha ripreso ed ampliato il concetto, arrivando a sostenere che TUTTI i supereroi dei fumetti e del cinema americano sono, per definizione, omosessuali impenitenti e piuttosto palesi, indipendentemente dal fatto che si decidano, una volta o l‘altra, a fare “outing” e a confessare le loro discutibili preferenze sessuali.

Si potrebbe osservare che l’omosessualità latente, dietro la facciata di un virilismo sbandierato a suon di bicipiti, ma effettivamente mai dimostrato, è una componente tipica della cultura statunitense e che, come tale, costituisce un tratto specifico della civiltà americana, insieme al dinamismo esasperato, all’ottimismo forzato, al gigantismo patologico e alle mille nevrosi che affliggono l’«homo americanus», quanto più egli si sente in obbligo di ostentare in continuazione, richiesto e non richiesto, forza, salute, coraggio, spirito d’iniziativa e timor di Dio (si pensi all’ambiguo e grottesco finale di un film come «American Beauty»(2), girato da Sam Mendes nel 1999 e più istruttivo di mille dotti e ponderosi trattati sociologici).

Ma il fatto è che l’Europa e il resto del mondo non possono chiamarsi fuori da quei tic, da quelle nevrosi, da quelle ossessioni, dal momento che, ormai, il mondo intero, a cominciare proprio dall’Europa, sono diventati provincia dell’Impero americano e che la cosa è andata tanto avanti, da non potersi più considerare alla stregua di un mero fenomeno, più o meno superficiale, di semplice imitazione.

Xena la principessa guerriera.

Per cui, arriva inevitabilmente il momento in cui dobbiamo domandarci fino a che punto il mito del superuomo di massa, del supereroe di cartapesta, tipica espressione, in origine, dell’immaginario psico(pato)logico americano, ci abbia contagiati e sia diventato anche una proiezione del nostro immaginario collettivo; una risposta, per quanto allucinata e alienante, del nostro inconscio alle sfide della solitudine, della frustrazione, del senso di impotenza che accompagnano fedelmente la civiltà di massa in quanto tale, di qua come di là dell’Atlantico.

E dunque: possono chiamarsi fuori, i nostri – cioè europei – supereroi del fumetto, del cinema e della televisione, dalla deriva omofila che affligge i vari Batman e Robin, le varie Wonder Woman (o le varie Xena ed Olimpia che si recitano a vicenda, guardandosi languidamente negli occhi, i versi più erotici di Saffo); possono vantare un senso di identità sessuale più saldo, rispetto ai loro colleghi” d’Oltreoceano, più “anziani” e, quindi, anche più usurati dagli acciacchi della celebrità e dagli inevitabili vizi di una lunga stagione di potere?

Diabolik e Eva Kant.

Prendiamone uno a caso, fra i nostri supereroi italiani; quello, crediamo, più vicino allo spirito del supereroe statunitense, pur possedendo tratti tipicamente originali: quel Diabolik che, nel novembre del 1962, Angela e Luciana Giussani spararono nel firmamento del fumetto nostrano e che, da allora, non ha più interrotto la sua entusiasmante carriera nel mondo del crimine, delle ville faraoniche, degli yacht di lusso, delle feste per vip, dei gioielli, delle belle donne e delle banche a torto ritenute inespugnabili.

Diabolik, a uno sguardo superficiale, sembrerebbe la quintessenza della virilità: sguardo freddo e deciso, mascella volitiva, muscoli d’acciaio e nervi inossidabili; un atletismo da fare invidia a qualunque trapezista; una vigorosa, eterna elasticità di movimenti; una prontezza felina; e, inoltre, una intelligenza raffinatissima, capace di concepire e realizzare i colpi più audaci per impadronirsi del più prezioso collier di perle dell’ereditiera o della impareggiabile collezione di gemme custodita nel caveau più blindato che esista al mondo.

Eva Kant.

E, a tutto questo, si aggiunga la passione tenace, fedele, rigorosamente monogamica, per una delle più belle donne che possano popolare i sogni proibiti dell’immaginario erotico maschile: la splendida Eva Kant, biondissima, snellissima, elegantissima, anche quando veste un micro bikini e se ne sta a prendere il sole sul terrazzo di una delle numerose ville-rifugio che la diabolica coppia possiede in giro per il mondo.

Eppure…

Siamo sicuri che sia tutto oro, quello che luccica?

Siamo certi che, dietro tutto questo sfoggio di gigionismo muscolare, dietro tutta questa ostentazione di intramontabile virilità giovanilistica, nel petto del non proprio giovanissimo supereroe (difficile dargli meno di quarant’anni, il che lo fa apparire piuttosto il padre che l’amante di Eva) batta un cuore capace di provare il brivido della passione solo per le donne bellissime – che lui, peraltro, non sfiora nemmeno con un dito, se non per narcotizzarle, derubarle o assassinarle, dato che mai nella sua vita ha tradito Eva, neppure col pensiero?

Siamo sicuri che tanta abbondanza di attributi mascolini non celi un segreto inconfessabile, una sessualità meno limpida e ben definita di quel che non si crederebbe; un segreto, magari, del quale è, significativamente, il primo a trovarsi all’oscuro?

E, tanto per cominciare, proviamo a porci una semplice, imbarazzante (per lui) domandina: se davvero lo appaga sessualmente, fino in fondo, l’abbandono tra le braccia della sua sensualissima Eva, come va che, invece di godersi tanta fortuna, smania e si agita in continuazione per violare i sistemi d’allarme delle ville miliardarie, per penetrare, preferibilmente dal retro, le collezioni di diamanti meglio custodite (violare, penetrare: psicanalisti, sbizzarritevi!): insomma, per irrompere, ma non certo dalla parte giusta, nei luoghi più preziosi e più protetti, più allettanti e più segreti, come trascinato da un bisogno compulsivo?

E adesso, uno sguardo più attento all’aspetto fisico e specialmente al volto del nostro impareggiabile supereroe di massa, al nostro affascinante principe del crimine.

Le sopracciglia lunghissime e sottili; le ciglia, viceversa, molto distanziate e molto curate, ma altrettanto lunghe, come quelle di una donna; una certa qual languida dolcezza dello sguardo, che traluce fra i bagliori sulfurei del perfetto, impeccabile delinquente senza rimorsi e senza passioni (tranne quella della ricchezza); la bocca dalla piega morbidamente sensuale, dalle labbra sottili che lasciano intravedere una dentatura bianchissima e smagliante, degna della pubblicità di un dentifricio; le pieghe espressive che si formano ai lati della bocca, in particolari momenti di tensione, e che ricordano, in tutto e per tutto, quelle di un bella e provocante ragazza; le orecchie piccole, ben fatte, molto aderenti al capo; la calzamaglia che gli copre la testa e che rende quest’ultima così somigliante a quella di Eva (ad eccezione del nodo dei capelli di lei, raccolto in alto); il disegno elegante e alquanto civettuolo dell’apertura per gli occhi, che traccia una sorta di “v” al di sopra della radice del suo naso: tutto questo, a ben guardarlo, dà un’impressione piuttosto femminile, che maschile.

Né giova obiettare che Diabolik, dopotutto, nasce dall’immaginario femminile e all’immaginario femminile si rivolge; che la mano che l’ha tracciato sulla carta, dandogli quella inconfondibile fisionomia, è una mano femminile: certo, Diabolik è un personaggio maschile ideato da una donna (Angela Giussani) e pensato, in larga misura, per un pubblico femminile; ma, come si dice, sta ai maschietti dimostrare d’essere veramente tali, una volta divenuti adulti, anche se cresciuti – e viziati – in una casa di sole donne.

Non è forse così?

Opinare diversamente, sarebbe come asserire che un bambino, nato e vissuto tra donne, allevato e accudito da donne, è inesorabilmente destinato a diventare un adulto omosessuale: il che non è vero, a meno che ci si voglia arrendere al più vieto determinismo positivista.

Certo, all’inizio l’impronta ricevuta dalle donne si farà sentire; ma poi un ragazzo dal normale orientamento sessuale non tarderà, facendo la propria strada nella vita, a ritrovare le giuste misure della propria identità sessuale, cioè, in poche parole, a dimostrarsi uomo, non solo in senso biologico, ma, quel che più conta, in quello psichico e affettivo.

Diabolik e la sua Jaguar E-Type.

Oppure, prendiamo in esame la predilezione di Diabolik per le pazze corse in automobile, la sua fedelissima Jaguar sempre nuova e fiammante (oppure ne possiede parecchie e le sostituisce mano a mano che sottopone il loro motore a sforzi micidiali?): al punto che lui e l’auto, quella particolare auto, formano un’entità unica e indivisibile; e, come è stato detto, nessuno potrebbe immaginarsi il re del crimine al volante di un qualsiasi altro genere di macchina.

Ce lo vedete, l’implacabile Diabolik, alla guida di una Panda o di un Maggiolino; di una Polo o, magari, di Fiat 600? Impossibile, impensabile, inimmaginabile: sarebbe come una nevicata a Ferragosto oppure, che so, come un numero di «Novella 2000» o una puntata del «Grande Fratello» in cui si disserti di filosofia, di spiritualità, dei grandi valori della vita.

Tanto varrebbe immaginarsi un fisco equo, una giustizia rapida ed efficiente, un Mezzogiorno senza la mafia, la camorra e la n’drangheta; o una Napoli senza le auto parcheggiate in terza fila e i cumuli di monnezza sulle strade e nelle piazze.

Ma, appunto, questa passione sfrenata per le Jaguar sfreccianti nella notte (e mai un torcicollo, un dolorino reumatico; mai un raffreddore o una piccola artrosi!) è un altro elemento di sospetto: sia perché, palesemente, essa funge da surrogato del membro virile e della sua indomabile potenza – come se l’originale non fosse poi così efficiente come ci si vorrebbe dare a intendere -; sia perché agli uomini che adorano le auto da corsa, stravedono e sbavano per esse, tutto sommato non restano energie bastanti per cercare non in un oggetto di lamiera fatto in serie, ma in un caldo e sinuoso corpo femminile, la risposta al loro immaginario erotico.

O sia amano svisceratamente le Jaguar, oppure si amano incondizionatamente le donne: questa è la legge; «tertium non datur».

Del resto, ricordate quella pubblicità televisiva in cui un baldo giovanotto, allorché incomincia a piovere, si affretta ad aprire l’ombrello per offrire riparo non alla sua fidanzata in carne ed ossa (la quale, infatti, ne rimane fuori, a prendersela tutta), ma alla sua auto nuova di vernice, cui va tutta la sua amorevole sollecitudine?

E dunque: che ci sarà mai, nella sessualità di questi uomini che non possono vivere senza la loro Jaguar, senza il loro pezzo di lamiera dal motore rombante, ma che possono benissimo astenersi dal rapporto con le donne o dosarlo con perfetta padronanza di sé, senza mai lasciarsi andare, senza mai fare una piega (si capisce, più dello stretto necessario dal punto di vista fisiologico) e che, poi, si affrettano a pettinarsi i ricciolini e a ripristinare il loro prisco aspetto d’impeccabili manichini da vetrina della Upim o di Coin?

Sia come sia, c’è qualcosa che non torna, in tutto questo; è come quando gli adulti accostano la porta e si mettono a parlare di sesso sottovoce, perché i bambini non sentano (figuriamoci!, sono là dietro con gli orecchi spalancati e non si perdono nemmeno una parola, anzi, nemmeno un sospiro o un eloquente silenzio).

Ormai, che volete farci?, il dubbio ci si è insinuato nella testa e continua a ronzare, a ronzare, come una mosca fastidiosa nella quiete di una stanza dalle finestre aperte, in estate; né si vede il modo d’indurla a uscire, a levarsi di torno una buona volta.

E il dubbio è questo: sarà poi così felice, sarà poi così appagata, la splendida Eva Kant, in quelle ville fuori mano dove può spogliarsi quanto vuole, senza un cane che l’ammiri da lontano; e dove l’unico uomo della sua vita le dorme al fianco, ma, forse – lo diciamo con timore e tremore, come si sussurra una terribile eresia – non si gira mai dalla sua parte, stanco com’è per l’ultima impresa appena condotta a termine, e beatamente immerso nel sogno voluttuoso di una Jaguar?

Francesco Lamendola

  • NOTE
  • (1) Fredric Wertham(1895-1981). È stato uno psichiatra statunitense di origini tedesche. Fu autore di testi attraverso i quali teorizzò gli effetti dannosi che i mass media, e i fumetti in particolare, avrebbero sullo sviluppo dei bambini. Il suo libro più famoso è Seduction of the Innocent (1954), che produsse un’interrogazione presso il Congresso degli Stati Uniti a proposito dell’industria del fumetto e che, più tardi, portò alla creazione del Comics Code (un codice di regolamentazione dei fumetti)
  • (2) Il finale di American Beauty. Lester osserva commosso una foto di famiglia; una pistola dal nulla gli si avvicina alla nuca e un colpo di arma da fuoco lo uccide all’istante. Il corpo è rinvenuto dalla figlia con il fidanzato, che osserva affascinato il volto di Lester: ad averlo assassinato con la sua pistola di ordinanza è stato il vicino Frank Fitts, sconvolto per aver improvvisamente manifestato la sua omosessualità. Rientra anche Carolyn, che vedendo il corpo del marito corre in camera, nasconde la borsetta con la pistola e scoppia in lacrime. La voce fuori campo di Lester, che aveva anche aperto l’inizio del film anticipando la propria morte, ricorda alla fine tutte le belle esperienze vissute, e riprendendo un discorso fatto da Ricky a Jane durante il film, conclude considerando come, malgrado la morte, «è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo».
  • Fonte: Wikipedia.

Per gentile concessione:

 

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