Pensieri e riflessioni di una viaggiatrice culturale

DIARIO DI UNA FLÂNEUSE – DIECI –

Redazione Inchiostronero

La bellezza di una città non si trova nei monumenti più famosi o nelle piazze più frequentate. È nascosta nei dettagli, in quelle piccole cose che non si vedono di sfuggita. Camminare senza fretta è come passare dall’alta definizione di una fotografia alla delicatezza di una pennellata: ti accorgi di ciò che prima ignoravi, perché il tuo sguardo si allarga e si approfondisce.

PARTE II – Il luogo che ascolta

C’è un momento, in ogni viaggio, in cui si smette di visitare e si comincia ad appartenere. Questa parte è fatta di pause, sguardi, di parole che vengono fuori solo quando il silenzio è abbastanza profondo da contenerle.

Il villaggio visto da dentro – Incontri, voci, dettagli

Il centro del villaggio era poco più di un incrocio.
Un emporio con insegna scolorita, una panetteria che profumava di burro anche con la porta chiusa, una biblioteca minuscola ricavata da quello che un tempo era stato un garage.

Emil ci ha lasciate lì, promettendo di tornare dopo un’ora.
«You’ll find something. Or someone,» ha detto, con un mezzo sorriso.
(Troverete qualcosa. O qualcuno.)

Abbiamo iniziato a camminare.
Le strade erano vuote, ma le finestre parlavano: tende mosse dal vento, piante grasse sui davanzali, un gatto rosso che ci osservava da dietro un vetro appannato.

Aina si è fermata davanti a una bottega di ceramiche.
Io ho proseguito, attratta da un piccolo cartello scritto a mano:
“Bókakaffi – books & cake”.
Sono entrata.

Il locale era quasi vuoto.
Due tavolini, una stufa accesa, scaffali pieni di libri in islandese, danese, inglese.
Dietro il bancone, una donna anziana, con capelli bianchi raccolti in una treccia e mani grandi, piene di anelli sottili.

«Velkomin.»
(Benvenuta.)

«Takk,» ho risposto.

Lei ha sorriso e indicato il bancone.
«Cinnamon cake. Still warm. Want some?»
(Torta alla cannella. È ancora calda. Ne vuoi?)

«Please.»

Mentre me ne tagliava una fetta, ha parlato senza interrompere i gesti:

«You’re not from here. But you’re not just passing through.»
(Non sei di qui. Ma non sei solo di passaggio.)

«No. We’re… walking slowly.»
(No. Stiamo… camminando piano.)

Ha annuito, come se sapesse esattamente cosa intendessi.

Mi ha porto il piattino, poi ha aggiunto, indicando la stufa:

«You can sit there. It’s the seat with most stories.»
(Puoi sederti lì. È il posto con più storie.)

Ho sorriso.
Poi mi sono seduta.
E per qualche minuto, ho ascoltato solo il rumore del cucchiaino nella tazza e le voci basse dei libri intorno.

Dopo un po’, Aina è entrata, con una piccola tazza di ceramica in mano.
L’ha appoggiata sul tavolo, accanto alla mia.

«I bought this,» ha detto.
«It looked like something your tea would choose.»

Abbiamo riso piano.
Fuori, il cielo si stava aprendo appena, lasciando filtrare una luce più chiara.

Prima di andare via, la donna ci ha salutate:

«If you stay long enough, people start telling you secrets. But only small ones.»
(Se restate abbastanza, la gente inizia a raccontarvi segreti. Ma solo piccoli.)

Abbiamo riso piano.
Fuori, il cielo si stava aprendo appena, lasciando filtrare una luce più chiara.

Siamo uscite dal Bókakaffi senza fretta.
Camminando lungo la strada che costeggia il piccolo porto, abbiamo visto un uomo anziano seduto su una cassa di legno, con un cappello grosso di lana tirato fin sopra gli occhi.
Stava sistemando reti da pesca con movimenti lenti, regolari.
Accanto a lui, un termos di metallo e una vecchia radio accesa su una stazione che trasmetteva solo musica strumentale.

«Good day,» ha detto prima ancora che lo salutassimo.
(Buon giorno.)

«Good day,» abbiamo risposto.

Ci ha squadrate con uno sguardo veloce ma non ostile.
«Tourists?»
(Turiste?)

Aina ha sorriso.

«Not really. Just… trying to listen.»
(Non proprio. Solo… proviamo ad ascoltare.)

Lui ha sbuffato un piccolo sorriso.

«Then you chose the right wrong place.»
(Allora avete scelto il posto sbagliato giusto.)

Ha tirato su una delle reti e l’ha scossa, facendo cadere piccoli grumi di sale e ghiaccio.

«You’ll hear the sea here, but not the waves.»
(Qui sentirete il mare, ma non le onde.)

Poi ha indicato il fiordo.

«Too deep. It hides its noise.»
(Troppo profondo. Nasconde il suo rumore.)

Lo abbiamo ringraziato con un cenno e siamo andate via, lasciandolo di nuovo al suo silenzio salato.

Poco più avanti, in una casa color ocra con le imposte blu, abbiamo visto una targa fatta a mano:
“Skáli – art & stone”

Era aperto.

All’interno, un piccolo laboratorio, pieno di sculture in pietra lavica, piccole tele appese ai muri, e profumo di resina e lana.
Un uomo giovane — sui quarant’anni — con una barba chiara e mani sporche di vernice, ci ha accolte con un sorriso timido.

«Welcome. Please don’t buy anything. Just look.»
(Benvenute. Per favore non comprate nulla. Guardate soltanto.)

Livia ha sorriso.
Quel tono la conquistava sempre.

L’artista non faceva domande.
Ogni tanto indicava un pezzo:

«This one is called “weight of silence”. But it was lighter before.»
(Questa si chiama “peso del silenzio”. Ma era più leggera prima.)

Una delle tele raffigurava una figura femminile con la testa voltata verso l’interno, come se cercasse qualcosa dentro di sé.
Aina si è avvicinata, lentamente.

«Did you paint this?»
(L’ha dipinta lei?)

«No. She did.»

Ha indicato una vecchia foto in bianco e nero: una donna con uno sguardo obliquo, seduta davanti a un fiordo innevato.

«She used to live here. Then left. Then died. The painting stayed.»
(Viveva qui. Poi è partita. Poi è morta. Il quadro è rimasto.)

Abbiamo lasciato il laboratorio in silenzio, con una cartolina in tasca e la sensazione che ogni cosa lì dentro sapesse più di noi di quanto volesse mostrare.

Il pomeriggio avanza – Una camminata verso il fiordo, un cambio di luce, una sospensione

Il sole non si era mai alzato davvero, ma ora stava calando, lasciando il cielo in sfumature impensabili:
grigio perla, rosa sbiadito, azzurro lattiginoso.
Sembrava una luce pensata per non disturbare.

Camminavamo lungo il sentiero che costeggia il fiordo, tra le case basse e le staccionate gonfie di neve.
Da alcune finestre usciva odore di pesce e spezie.
Un bambino ci ha guardate passare da dietro una tenda, con gli occhi larghi e fermi.
Un cane ha abbaiato da lontano, poi si è zittito come se avesse sbagliato.

Io osservavo tutto.

Le tegole sconnesse.
I numeri scritti a mano sulle cassette della posta.
Le scarpe lasciate fuori dalle porte, con la neve intorno come un pensiero non finito.

Là in fondo, seduto al volante della jeep parcheggiata accanto al porto, Emil ci guardava.

Non con insistenza, ma con una specie di curiosità tranquilla, da ragazzo abituato al silenzio, ma non all’enigma.

Ci osservava mentre ci allontanavamo lungo il sentiero verso l’acqua, le nostre figure che si muovevano quasi sincronizzate, con passi diversi ma un unico ritmo.

Pensava, forse, che non era abituato a vedere due donne così vicine, e non solo fisicamente.

Una camminava leggermente più avanti.
L’altra la seguiva, ma non per inseguirla.
Sembravano due punti di una linea continua.

Aina si è seduta su una pietra coperta di brina.
Io mi sono seduta accanto.

Davanti a noi, il fiordo era fermo come un pensiero trattenuto.
L’acqua grigia, specchiante, non faceva alcun suono.

Mentre ci avvicinavamo all’acqua, Livia si era fermata un istante.
Aveva tirato fuori la macchina fotografica.
Un modello vecchio, analogico, con il cinturino consumato e la lente un po’ graffiata.

Non ha scattato subito.
Ha solo guardato, in silenzio, in cerca di una linea che la convincesse.

Poi il clic, uno solo.

Come un respiro registrato sulla pellicola.

Aina si era voltata appena, con un sorriso:
«Hai catturato il silenzio?»
Livia aveva stretto la macchina fra le mani.

«No. Solo la luce che lo protegge.»

«È strano, qui,» ha detto Aina.
«Strano come ci si senta al sicuro… anche senza sapere nulla.»

Poi, senza aggiungere altro, ha tolto un guanto e mi ha preso la mano.

«Vorrei che restassimo così. In qualunque luogo, in qualunque inverno.»

La sua voce era bassa, quasi timida.
Ma le dita, strette alle mie, dicevano tutto.

Io ho guardato il fiordo, poi lei, poi il cielo che si stava spegnendo come una candela accesa troppo a lungo.

E in quel momento, non c’era niente da decidere.
Solo da restare.

Dall’auto, Emil distolse lo sguardo.
Fece un mezzo sorriso, forse appena accennato.

Poi mise le mani sul volante, e aspettò.

Ritorno verso casa – Sosta al Bókakaffi

«Let’s go warm up somewhere,» ha detto Emil, mentre ci lasciavamo alle spalle il fiordo.
(Andiamo a scaldarci da qualche parte.)

«There’s only one place open after four. And the only one with real coffee.»
C’è solo un posto aperto dopo le quattro. E l’unico con caffè vero.

Il Bókakaffi era come lo ricordavo: luci basse, odore di cannella e stufa, scaffali ordinati in modo disordinato.
La donna anziana con la treccia era sempre lì, dietro il bancone.
Ha alzato lo sguardo e ha sorriso quando ci ha visti entrare tutti e tre.

«Ah, you brought friends.»
Ah, hai portato amici.

Emil ha risposto con un gesto vago, come a dire “non ho fatto nulla”.

Ci siamo seduti a un tavolo rotondo vicino alla stufa.
Le tazze fumavano tra le mani, il silenzio iniziale era comodo, come un maglione troppo largo ma amato.

Livia, quasi senza pensarci, ha appoggiato lo zaino sulle ginocchia.
Ha aperto la zip e ha tirato fuori la sua macchina fotografica: nera, solida, consumata ai bordi.

Emil l’ha notata e ha sollevato un sopracciglio, curioso.

«You’re a photographer?»
Sei una fotografa?

Livia ha sorriso, con quel mezzo sorriso che usa per non dare una risposta netta.

«I take photos. I don’t know if that makes me one.»
Scatto foto. Non so se questo basti.

Emil ha annuito, guardando la macchina.
«I bet you’ve taken thousands. From all your travels.»

Ne avrai fatte a migliaia. Con tutti i viaggi che hai fatto.

Livia ha poggiato le dita sulla lente, quasi per assaggiarne il freddo.

«Yes. Too many maybe.
Some I never looked at again.
But some…
some I still remember by heart.»

Sì. Forse troppe. Alcune non le ho mai più guardate.
Ma alcune…
alcune le ricordo a memoria.

Poi, come se si fosse aperta una piccola finestra dentro di lei, ha aggiunto:

«A Kyoto c’era un bambino che disegnava draghi per terra con il gesso.
A San Pietroburgo, una donna ha pianto seduta davanti a un quadro.
A Buenos Aires… un gatto mi ha seguito per tre giorni.
A Lisbona ho fotografato il vento. O almeno ci ho provato.»

Aina la guardava, in silenzio.
Non sorpresa.
Solo grata di sentirla parlare così.

Emil ha annuito lentamente.

«You see things. That’s rare.»
Tu vedi le cose. È raro.

«Do you live here all year?» ha chiesto Aina, dopo un po’.
Vivi qui tutto l’anno?

Emil ha annuito.

«Born here. Left for a while. Came back. People think that’s strange.»
Nato qui. Sono andato via per un po’. Poi sono tornato. La gente pensa sia strano.

«And is it?»
E lo è?

«Not for me.»
Per me no.

Si è fermato un attimo, poi ha aggiunto:

«You both… seem like you belong. But not to this place.»
Sembrate entrambe appartenere a qualcosa. Ma non a questo posto.

Livia ha sollevato lo sguardo.

«We belong to each other.»
Apparteniamo l’una all’altra.

La frase è rimasta lì, sospesa.
Non come una rivelazione, ma come un fatto ovvio, che nessuno si era preso il tempo di dire prima.

Emil ha sorriso, guardando il fondo della sua tazza.
Poi ha detto, senza ironia:

«That’s rare here. I mean… to say it out loud.»
È raro qui. Voglio dire… dirlo ad alta voce.

Dalla vetrina si vedeva la luce del villaggio farsi più debole, i vetri appannarsi lentamente.
Dentro, invece, sembrava che la stanza stesse respirando meglio.

Abbiamo parlato ancora un po’, ma a bassa voce.
Di piccole cose: il clima, il pane scuro, le strade che si ghiacciano la sera.

Poi Emil ha controllato l’ora.

«We can go. Or stay. It’s not far.»
Possiamo andare. O restare. Non è lontano.

Siamo usciti nel crepuscolo morbido, con l’odore di legno bruciato nelle narici.
Emil ci camminava accanto.
Non troppo vicino.
Non troppo lontano.

 

Tutto tace, ma nulla si spegne. Il silenzio è pieno. Come la luce che resta accesa anche quando nessuno la guarda.
A volte ci vuole una notte tranquilla perché un giorno sappia farsi ricordare. La luce che arriva domattina non porterà novità, ma verità sussurrate. Le sentiremo. Anche senza parole.
👉 Il viaggio continua nella terza parte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«La donna che sa»

Essere desiderata è un fatto. Decidere cosa farne è una scelta …