Pensieri e riflessioni di una viaggiatrice culturale

DIARIO DI UNA FLÂNEUSE – DIECI –

Redazione Inchiostronero

La bellezza di una città non si trova nei monumenti più famosi o nelle piazze più frequentate. È nascosta nei dettagli, in quelle piccole cose che non si vedono di sfuggita. Camminare senza fretta è come passare dall’alta definizione di una fotografia alla delicatezza di una pennellata: ti accorgi di ciò che prima ignoravi, perché il tuo sguardo si allarga e si approfondisce.

PARTE III – La luce che resta

Nella prima parte siamo arrivate.
Con il fiordo che ci veniva incontro e il silenzio che sapeva già accoglierci.

Nella seconda, abbiamo ascoltato il villaggio raccontarsi:
tra libri, mani sporche di terra, parole lasciate cadere con pudore.

Ora, in questa terza e ultima parte, non cerchiamo più nulla.
Solo restare un po’ di più, finché il paesaggio ci tiene dentro senza trattenerci.

Rientro alla casa – Una sera lenta, fatta di parole leggere e pensieri profondi

Aina ha messo via le tazze.
Io ho appeso i nostri cappotti umidi vicino alla porta e sistemato i guanti sul termosifone, che tossiva appena.

Poi ci siamo infilate sotto le coperte, una ciotola di biscotti tra noi e quella specie di silenzio che si crea solo dopo le parole giuste.

Ho tirato fuori il laptop dallo zaino e l’ho acceso.
Luce fredda, un attimo. Poi il desktop, la cartella delle immagini, l’abitudine.

Aina si è avvicinata appena, le ginocchia raccolte sotto la coperta.
Lo schermo illuminava i nostri volti come una piccola fiamma blu.

Ho fatto partire la galleria.

Una strada bagnata a Buenos Aires. Due biciclette abbandonate contro un muro rosa.
Un volto sfocato dietro una vetrina a Kyoto.
Un ponte di Praga riflesso nell’acqua notturna, senza nessuno intorno.
Dublino, intravista da un autobus, il vetro appannato, le luci già accese alle quattro del pomeriggio.

Aina guardava in silenzio.
Poi ha detto, senza guardarmi:

«Ne hai fatte tante. Ma non sembri mai davvero dentro.
È come se fossi… a un passo di distanza da ogni cosa.»

Ho sorriso, piano.

«È il mio modo di esserci.
Non invado, non mi impongo.
Mi fermo.
E guardo.»

Lei ha allungato un dito e ha accarezzato un bordo dello schermo.
Sembrava voler entrare in una di quelle immagini. O forse solo esserci già stata.

«E adesso?» ha sussurrato.
«Mi farai entrare anche nelle prossime?»

Ho annuito. Non serviva altro.
Poi ho fatto scorrere le ultime.

C’era lei, Aina, che camminava davanti a me sul sentiero del fiordo.
Le mani in tasca.
Il profilo sfumato dalla nebbia.
Un’immagine imperfetta.
Perfetta.

Ha fissato lo schermo per qualche secondo.
Poi ha detto, piano:

«L’hai già fatto.»

Fuori, la neve cadeva ancora.
Dentro, la luce dello schermo sembrava più calda. O forse eravamo noi.

I pensieri più grandi restavano lì, non detti, ma non nascosti.
In quell’intimità che non chiede parole per essere riconosciuta.

Aina si è rannicchiata accanto a me.
Abbiamo sistemato la coperta sulle gambe, e per un po’ ci siamo solo ascoltate respirare.

Il calore del suo corpo, il suo profumo di biscotti e neve.
La luce dello schermo ormai spenta.
Fuori, la neve continuava a scendere.
Ma non la sentivo più.

Mi è tornato in mente quel mattino, a Buenos Aires, quando l’ho vista davvero per la prima volta.
Ero scesa a prendere un caffè, e lei — la ragazza della reception che fino ad allora avevo solo intravisto — mi ha fatto un cenno con la mano.
Mi ha detto:

«Vuole vedere un altro lato di Buenos Aires? Uno… più silenzioso.»

Non era un invito da turista.
Era una tregua, una fessura nel rumore.

Il giorno dopo siamo partite.
La sua macchina cadeva a pezzi.
Ma ci ha portate dove dovevamo andare.
E da lì, non ho più voluto scendere.

Aina si è stretta di più contro di me.
Non so se ha intuito cosa stessi ricordando.

Non ho detto niente.
Nemmeno lei.

E forse è per questo che stiamo ancora viaggiando insieme.
Perché ci siamo scelte nel silenzio,
e continuiamo a riconoscerci in esso.

Una meta inattesa – il giorno dopo, verso un luogo nascosto

Emil ci ha aspettate fuori, come il giorno prima.
La jeep era parcheggiata nello stesso punto, con un po’ più di neve sul parabrezza.
Stava in piedi, le mani nelle tasche, lo sguardo verso l’alto.
Sembrava ascoltare qualcosa che noi non sentivamo.

Quando ci siamo avvicinate, ha detto piano, quasi per sé:

«There’s a place I don’t take people to.
But maybe you’re not people.»
(C’è un posto dove non porto mai nessuno.
Ma forse voi non siete “gente”.)

Aina l’ha guardato di lato, curiosa.
Io ho sorriso, senza chiedere nulla.

Abbiamo caricato solo una bottiglia d’acqua, due taccuini e la macchina fotografica.
Emil ha preso una coperta e un thermos.
Ha detto che ci avrebbero fatto comodo.

Non ci ha detto dove stavamo andando.
Solo che non era lontano, ma non era nemmeno segnalato.

La strada ha cominciato a salire, lasciandosi il villaggio alle spalle.
Prima i tetti, poi le antenne, infine la luce delle finestre.
Tutto si è spento dietro di noi come un pensiero finito.

Nessuno parlava.
La macchina tagliava l’asfalto sottile come una lama nel burro freddo.
Fuori, il bianco era ovunque, ma ogni bianco era diverso:
quello della neve, quello del ghiaccio, quello della nebbia.

Era un bianco che diceva cose.
Ma in una lingua antica.

Emil ha frenato all’improvviso, senza fretta.
Ha indicato un sentiero che si staccava sulla destra.

«We’ll walk from here.»
(Da qui si prosegue a piedi.)

Abbiamo camminato a piedi, seguendo Emil lungo un sentiero che sembrava tracciato solo da passi antichi.
A ogni curva, il paesaggio si apriva e si richiudeva come un respiro.
Rocce nere, neve nei punti d’ombra, un silenzio che sembrava stare in piedi da solo.

Dopo una ventina di minuti abbiamo intravisto una piccola insenatura,
qualche casa bassa, una barca capovolta sulla neve, un molo corto che sembrava disegnato a mano.
Non era un paese.
Era una memoria abitata.

Un uomo stava seduto su una cassa di legno, con un cappello di lana calato sugli occhi.
Fumava in silenzio.
Emil si è fermato e ha detto qualcosa in islandese.
L’uomo ha risposto senza fretta. Poi ci ha guardate.
Ha detto solo una parola:

«Konur sem hlusta.»
(Donne che ascoltano.)

Ha indicato il mare. Poi ha fatto un gesto con la mano — come a dire: anche oggi, il mare tace.

Ci siamo seduti lì vicino, sulla panca di pietra.
Il vecchio non ha parlato più. Ma non serviva.
Sembrava che il suo silenzio fosse parte del paesaggio.

Più tardi, una donna è uscita da una delle case.
Indossava un grembiule grigio e aveva i capelli raccolti sotto un foulard blu.
Portava una brocca fumante e tre tazze scompagnate.

«Kaffi,» ha detto.

Poi ha aggiunto, in un inglese rotto ma sorridente:

«You’re not from here. But you walk like you belong.»
(Non siete di qui. Ma camminate come se apparteneste.)

Aina l’ha ringraziata. Io ho sorriso.

Mentre bevevamo, Emil ha guardato verso le montagne e ha detto, come tra sé:

«This used to be a place for waiting.
For fishermen, for wives, for the wind to change.
They say once a girl waited here for her father for seventeen winters.
She lit a fire every night.
He never came back.
But the fire kept burning anyway.»

(Una volta, questo era un posto per aspettare.
I pescatori. Le mogli. Il cambiamento del vento.
Dicono che una ragazza aspettò qui suo padre per diciassette inverni.
Accendeva un fuoco ogni notte.
Lui non tornò mai.
Ma il fuoco continuò ad ardere.)

Nessuno ha detto nulla per qualche minuto.
Solo il rumore del mare — lento, distante, vero.

Poi Emil ha finito il suo caffè.

«We can stay a little. Or go back.
No one’s in a hurry here.»

«Possiamo restare ancora un po’. Oppure tornare.
Qui nessuno ha fretta.»

Ci siamo guardate.
E abbiamo deciso di restare ancora un po’.

Aina ha annuito, senza rispondere.
Ci siamo strette un po’ di più nella sciarpa che condividevamo.
E abbiamo continuato a camminare.
Verso casa.

Alle nostre spalle, Emil ci seguiva a distanza.
Non parlava. Non chiedeva.
Ma mi sembrò di percepire qualcosa nel suo passo, nel modo in cui guardava Aina quando il vento le spostava i capelli dagli occhi.

Forse aveva capito.
Forse lo sapeva da subito.
Che per una ragazza come Aina avrebbe potuto perdere la testa.
Ma anche che — per lui — non c’era spazio, né margine, né speranza.

Solo rispetto.
E una dolcezza muta, che somigliava alla neve.

Luce obliqua – L’ultimo giorno a Seyðisfjörður

Non ce lo siamo dette.
Ma entrambe sapevamo che era l’ultimo giorno.

Lo si capiva dalla luce:
non quella del cielo — che qui è sempre bassa —
ma quella che cadeva su di noi, più lenta, come se anche lei volesse restare un po’ di più.

Aina si è alzata prima di me.
Ho sentito il rumore del bollitore, la tazzina appoggiata piano sul tavolo,
la finestra che si apriva per lasciar entrare l’aria nuova.

Quando mi sono alzata, lei aveva già messo via i libri che avevamo sfogliato la sera prima.
La coperta era piegata.
Il silenzio, però, era rimasto.

«Facciamo due passi?» ha detto, senza guardarmi.
Ho annuito.

Non avevamo bisogno di altro.

Il villaggio ci aspettava ancora una volta.
Con i suoi tetti carichi di neve, il fiordo fermo, le case timide.
Nessun programma.
Solo un giorno per assaporare ciò che stavamo per lasciare.

Camminavamo piano, come si fa solo quando si conosce ogni angolo di un luogo, anche se ci si è stati poco.
Ogni finestra ci restituiva un riflesso, ogni porta socchiusa sembrava un piccolo saluto.

Passando accanto alla bottega della ceramista, abbiamo trovato un sacchetto di carta sul gradino della casa.
Dentro c’erano due piccole tazze di gres chiaro, smaltate a mano.
Una aveva inciso il profilo di una montagna.
L’altra un ramo sottile.

Nessun biglietto. Solo un gesto.
Come a dire: ricordateci. Ma senza far rumore.

Aina le ha prese con delicatezza.

«Sono per noi.»

Non era una domanda.

Siamo rientrate per preparare qualcosa da mangiare.
Poco, caldo, semplice.
Un pranzo che non voleva saziare: solo stare insieme un po’ più a lungo.

Poi qualcuno ha bussato.
Era Emil.

«I thought… maybe… you wouldn’t want to eat alone today.»
(Ho pensato… magari… non vorreste pranzare da sole.)

Aina gli ha sorriso.

«You thought right.»
(Hai pensato bene.)

Si è seduto con noi.
Ha mangiato in silenzio, come fa lui.
Ma ogni tanto ci guardava entrambe, e nel suo sguardo non c’era più la domanda di prima.
Solo qualcosa che somigliava a una risposta serena.

Dopo pranzo, ho scattato una foto.
L’unica.

Emil seduto tra me e Aina, la tazza di ceramica tra le mani, la stufa alle spalle,
e quel tipo di luce che non appartiene a nessun orario preciso.
Una luce che resta.

Siamo partite nel pomeriggio.

Emil ci ha accompagnate fino all’aeroporto, senza fretta.
All’arrivo ha tirato fuori una scatola di metallo.

«Dried fish and licorice. For the road.
Not everybody likes it.»
(Pesce secco e liquirizia. Per il viaggio.
Non a tutti piace.)

Aina ha annuito.

«We’re not everybody.»
(Non siamo “tutti”.)

Ci siamo abbracciati.
Poco, ma bene.

Poi siamo entrate nel terminal.
E mentre il portellone scorrevole si chiudeva dietro di noi, ho avuto l’impressione che Seyðisfjörður non ci stesse salutando.

Stava semplicemente restando lì.
Come fanno i luoghi che ti hanno riconosciuto.

Epilogo

(una pagina scritta da Livia, giorni dopo, altrove)

Non so quando si smette davvero di viaggiare.
Non coincide mai con l’orario del volo.
Si può tornare a casa e continuare a camminare dentro qualcosa che non ha più geografia.

Da Seyðisfjörður non mi sono mai salutata.
Ho solo smesso di essere lì.

A volte, nel silenzio tra una frase e l’altra,
sento ancora il rumore della neve che cadeva piano
o il legno della stufa che tossiva con dignità.

Non so se mi manca il villaggio.
Forse mi manca la versione di me che ci ha camminato dentro.
Quella che si è lasciata sorprendere da gesti piccoli,
da mani callose che offrivano caffè,
da un ragazzo gentile che capiva senza chiedere.

E mi chiedo se le fotografie che ho scattato mi restituiranno qualcosa di vero.
O se, come sempre, conterranno solo il margine delle cose.
Ma forse è proprio lì che si annidano i ricordi.
Non al centro, ma ai bordi.

Aina dorme, ora.
La sento respirare dall’altra stanza.
E penso che a volte si viaggi per vedere un luogo,
ma altre volte si parte per guardare meglio chi si ha accanto.

Seyðisfjörður non ci ha detto nulla.
Ma ci ha ascoltate.

E questo, in fondo, è tutto quello che cercavo.

Livia e Aina

 

2 Commenti

  1. Pinuccia

    1 Febbraio 2026 a 12:26

    Bellissimo racconto in tre parti i viaggi di queste due compagne mi piacciono molto descritti con arguzia e amore partiamo ancora ……..?

    rispondere

    • Riccardo Alberto Quattrini

      1 Febbraio 2026 a 12:59

      Grazie, davvero.
      Il tuo sguardo ha colto esattamente il senso di questo viaggio: non l’arrivo, ma il modo di attraversare i luoghi, e forse anche le persone. Livia e Aina camminano senza fretta proprio per questo: per lasciare che la città si racconti da sola, nei margini, nei silenzi, in ciò che di solito sfugge.

      Partiamo ancora, sì.
      Non sempre nello stesso modo, non sempre verso una meta precisa, ma con la stessa attenzione e la stessa disponibilità a lasciarsi sorprendere. Finché ci saranno dettagli da osservare e passi da condividere, il viaggio può continuare.

      rispondere

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