Pensieri e riflessioni di una viaggiatrice culturale

DIARIO DI UNA FLÂNEUSE – DIECI –

Redazione Inchiostronero

La bellezza di una città non si trova nei monumenti più famosi o nelle piazze più frequentate. È nascosta nei dettagli, in quelle piccole cose che non si vedono di sfuggita. Camminare senza fretta è come passare dall’alta definizione di una fotografia alla delicatezza di una pennellata: ti accorgi di ciò che prima ignoravi, perché il tuo sguardo si allarga e si approfondisce.

Livia e Aina all’aeroporto.

 – PARTE I – “Dove finisce il fiordo”

Mi chiamo Livia, e viaggio per perdermi. Non cerco itinerari, né mappe da seguire. Non compilo liste di monumenti o attrazioni da depennare. Cammino, osservo, ascolto. Mi lascio guidare dai silenzi, dai non detti, da ciò che sorge quando smetto di cercare. Ho camminato lungo la Senna, tra i versi di Baudelaire e l’acqua che scorreva piano. Ho seguito le ombre di Kafka, ascoltato il fado mescolarsi ai muri dell’Alfama, lasciato che il vento di Edimburgo scegliesse la mia direzione. Ho incontrato Dostoevskij sotto il cielo lattiginoso di San Pietroburgo, e il silenzio nei torii rossi di Kyoto. A Buenos Aires ho ascoltato il passo trattenuto del tango, a Bogotá ho letto la città nei gesti. E poi, a Dublino, ho smesso di camminare da sola. Aina era lì, e per la prima volta, il viaggio non era una fuga, ma un ritorno.

 

Milano – Partenza

Abbiamo deciso senza troppe parole.
Aina ha piegato un maglione con quella cura distratta che ha quando finge di non pensare.
Io ho chiuso la valigia lentamente, come se sapessi che stavamo chiudendo qualcosa di più.
Fuori pioveva piano, la solita pioggia di Milano che non cade: resta in sospensione, come certe domande che non fai per non spezzare l’armonia.

Ora camminiamo, fianco a fianco, verso il terminal.
Aina stringe il passaporto tra le dita, io tengo il silenzio.
Il nostro volo parte tra poco.
Seyðisfjörður ci aspetta.

Strada per Seyðisfjörður

All’uscita dell’aeroporto di Egilsstaðir l’aria era ferma, fredda, con quell’odore di neve che non ha ancora deciso se cadere.
Il ragazzo ci aspettava poco più in là, accanto a un fuoristrada scuro.
Aveva occhi azzurri chiarissimi, quasi trasparenti, e un modo di stare fermo che sembrava già parte del paesaggio.

«You are Livia and Aina?»
(Siete Livia e Aina?)

Abbiamo annuito.
Lui ha preso i bagagli senza altre domande, come se le risposte non fossero necessarie, e ci ha fatto cenno di salire.

Durante i primi minuti di viaggio non ha parlato.
La strada si allungava davanti a noi, stretta, grigia, con la neve ai lati come una cornice mal disegnata.
Io guardavo fuori. Aina teneva le mani intrecciate sulle ginocchia.

«First time in Iceland?»
(Prima volta in Islanda?)

«Yes.»
«Then this road is a good beginning.»
(Allora questa strada è un buon inizio.)

Ha detto così, senza enfasi, come si dicono le cose ovvie.
Poi ha indicato il paesaggio con un movimento del mento.

«People think Iceland is empty. But it’s not empty. It’s just quiet.»
(La gente pensa che l’Islanda sia vuota. Ma non è vuota. È solo silenziosa.)

Aina ha sorriso.
Io ho pensato che non avrei saputo dirlo meglio.

Il cielo cambiava colore senza avvisare: grigio chiaro, poi quasi bianco, poi una fenditura di luce tra due montagne.

Seyðisfjörður, il villaggio

Laghi immobili, neri come vetro spesso.
Nessuna casa per lunghi tratti.

Poi la strada ha cominciato a scendere.
E all’improvviso, Seyðisfjörður è apparsa, raccolta, minuscola, con le case colorate strette attorno al fiordo come se avessero freddo.

Il ragazzo ha rallentato.

«This is it.»
(Eccoci.)

Aina mi ha sfiorato la mano.
Io non ho distolto lo sguardo dal finestrino.

Viaggio verso Seyðisfjörður –

La jeep avanzava lenta lungo la strada deserta, come se avesse rispetto per il silenzio che ci circondava.
Ai lati, distese di neve molle, pietre scure, pozze ghiacciate che riflettevano un cielo grigio-azzurro.
Ogni tanto, un albero isolato sembrava l’unico sopravvissuto a un inverno che non era mai finito.

Aina guardava fuori, con il mento appena appoggiato al colletto del cappotto.
Io avevo le mani in tasca, e dentro il silenzio — mio, suo, nostro — c’era qualcosa di pieno, come se non servisse dire niente.

Il ragazzo al volante non forzava la conversazione.
Ogni tanto lanciava uno sguardo nello specchietto, come per controllare se stavamo ancora respirando.

Poi, con voce bassa, ha detto:
«If you’re lucky, tomorrow you’ll see reindeer. They cross the hills sometimes.»
(Se siete fortunate, domani vedrete le renne. Attraversano le colline, a volte.)

Aina si è voltata.
«Do they come close to the village?»
(Vengono vicino al villaggio?)

«Sometimes. Depends on them.»
(A volte. Dipende da loro.)

Mi è sembrata una risposta perfetta anche per noi.

Più avanti, abbiamo superato un ponte stretto su un torrente semi-ghiacciato.
Il ragazzo ha indicato una curva in lontananza:
«From there, you’ll see everything.»
(Da lì, vedrete tutto.)

E aveva ragione.

Seyðisfjörður è apparsa come una parola pronunciata con calma.
Le case dai colori sbiaditi sembravano rannicchiate contro il fiordo, il fumo usciva da pochi camini, e il cielo era una coperta grigia stesa sopra tutto.

Aina ha sorriso, senza dire nulla.
Io ho chiuso gli occhi per un istante, solo per sentire meglio.

Arrivo nel villaggio – Sistemazione 

La jeep ha rallentato accanto a una staccionata di legno grezzo, davanti a una casetta color sabbia con il tetto verde scuro.
La strada era stretta, le gomme affondavano appena nella neve, e il silenzio sembrava essere sceso prima di noi.

Il ragazzo ha spento il motore, si è girato appena.
«This is the house. The key is under the red pot.»
(Questa è la casa. La chiave è sotto il vaso rosso.)

Aina ha annuito. Io ho sorriso.

Lui è sceso, ha preso i nostri bagagli dal bagagliaio con un gesto rapido, efficiente.
Li ha poggiati con cura davanti alla porta.

Poi, dopo un attimo di silenzio:
«If you want, I can show you around tomorrow. After ten. The weather should hold.»
(Se volete, domani vi porto in giro. Dopo le dieci. Il tempo dovrebbe reggere.)

«We’d like that,» ha detto Aina.
Io ho ripetuto: «Yes. Thank you.»

Lui ha fatto un piccolo cenno con la testa, né troppo formale né troppo amichevole.
Poi è risalito in auto e si è allontanato piano, lasciando dietro di sé solo le tracce delle gomme nella neve.

Abbiamo preso i bagagli e siamo entrate.

La casa era piccola, ma calda.
Pareti di legno chiaro, odore di stufa, libri dimenticati in lingue diverse.
Una finestra sul fiordo, una cucina essenziale, due camere da letto con coperte di lana spessa.

Dalla finestra si vedevano alcune case colorate — gialle, azzurre, rosse — disposte in ordine sparso lungo il bordo dell’acqua.
Qualche gabbiano fermo sopra un tetto, una barca immobile al molo, il fumo bianco che usciva obliquo da un comignolo basso.
Il fiordo sembrava trattenere il respiro.
E la montagna, dietro tutto, era lì: grande, scura, silenziosa come un custode.

C’era silenzio anche lì dentro, ma era un silenzio diverso.
Non quello che tiene fuori il mondo, ma quello che ti lascia entrare dentro qualcosa.

Aina ha posato lo zaino, ha aperto la finestra.
Io mi sono seduta sul bordo del letto e ho guardato la luce del pomeriggio piegarsi sui muri.

Non serviva parlare.
Eravamo arrivate.
E in quel silenzio che ci conteneva entrambe, ho sentito che stavamo davvero condividendo qualcosa.
Non un luogo.
Ma un tempo.

Sistemazione – Sera

Dentro la casa il calore si è diffuso lentamente, come se anche lui dovesse abituarsi alla nostra presenza.
Abbiamo appoggiato i bagagli una accanto all’altra, senza fretta.
Aina ha aperto il suo zaino con il solito ordine silenzioso; io ho fatto scivolare i vestiti nel piccolo armadio di legno, piegandoli senza troppe pretese.

Abbiamo scelto il letto sotto la finestra.
Lei ha sorriso, indicando il lato destro.
«Se dormi da questa parte vedi la montagna. Se dormi dall’altra… vedi me.»
Le ho risposto solo con uno sguardo.

La stufa borbottava piano, l’acqua calda nella teiera faceva salire il vapore sul vetro della finestra.
Abbiamo mangiato qualcosa di semplice — pane scuro, formaggio locale, una zuppa istantanea scaldata in un vecchio pentolino.

Poi ci siamo infilate sotto le coperte spesse, con i calzini ancora ai piedi e la luce fioca di una lampada che faceva sembrare la stanza più piccola, più nostra.

Parlavamo piano, come se la notte fuori potesse ascoltarci.
Aina accennava ai luoghi che avrebbe voluto vedere:
la cascata più vicina, il sentiero che costeggia il fiordo, un caffè con le sedie tutte diverse.

Io ascoltavo, con il volto rivolto verso il suo.
Ogni tanto prendevo appunti con la mente, come se ogni parola fosse un seme da tenere per dopo.

«Ti va se domani non decidiamo niente?»
«Mi va se domani… capita qualcosa.»
«Come?»
«Come succede qui. Senza bisogno di cercare.»

Un bacio leggero sulle labbra calde, le dita intrecciate tra le lenzuola.
Fuori, il fiordo dormiva.
Dentro, noi avevamo appena cominciato a sognare sveglie.

Mattina – Colazione nella luce chiara

La casa si è svegliata con lentezza, insieme a noi.
La luce, bianca e diffusa, filtrava attraverso le tende sottili e disegnava ombre leggere sui muri di legno.

Sul tavolo c’erano due tazze, il pane avanzato dalla sera prima, un piccolo vasetto di marmellata e una moka trovata in fondo a un cassetto.
Il profumo del caffè si mescolava a quello del legno tiepido.

Aina indossava una maglia troppo grande, con le maniche arrotolate.
Aveva ancora i capelli spettinati dal sonno, ma gli occhi già svegli.

«È stato indimenticabile ieri sera,»

ha detto, versandomi il caffè bollente con un sorriso che sembrava scivolato fuori direttamente dalla notte.

Io ho annuito. Non serviva aggiungere nulla.

Abbiamo mangiato piano, quasi in silenzio, con quella complicità che non ha bisogno di parole, ma le riempie comunque.
Ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano e bastava quello per sentirci ancora abbracciate, anche sedute a un tavolo.

Fuori, il villaggio era immobile, coperto da una luce d’argento, e il fiordo rifletteva il cielo come uno specchio opaco.

Dentro, tutto sembrava al proprio posto.
E noi due — con le mani vicine, le labbra ancora vicine, i sorrisi pieni di compiacimento dolce
eravamo esattamente dove dovevamo essere.

Il primo pomeriggio – Passeggiata nel silenzio 

Il rumore di un motore sommesso ha annunciato il suo arrivo prima che potessimo vederlo.
Dalla finestra abbiamo intravisto la jeep grigia che si fermava accanto alla staccionata, quasi nello stesso punto di ieri.
Lui era lì, in piedi, con le mani infilate nelle tasche del giaccone e il viso rivolto verso la casa.
Aspettava, senza fretta.

Abbiamo indossato i cappotti, gli scarponcini.
Aina ha infilato i guanti, io la sciarpa.
Siamo uscite.

«Hi again.»
(Ciao di nuovo.)

Lui ha sorriso, quel sorriso appena accennato che sembrava faticare a emergere dalle guance arrossate dal freddo.
Avrà avuto ventisei, forse ventisette anni.
La giovinezza gli si leggeva negli occhi, non più ingenui, ma ancora capaci di stupore.

«Did you sleep well?»
(Avete dormito bene?)

«More than well,»

ha risposto Aina, con un tono che conteneva più cose di quante volesse dire.
Io ho evitato lo sguardo di entrambi, ma sorridevo.

Abbiamo camminato a piedi, senza salire in auto.
Le strade del villaggio non lo richiedevano.
Lui ci indicava cose minime, quasi senza interrompere il silenzio del luogo:
una casa che una volta era una scuola,
una barca rimasta lì dall’ultima tempesta,
una bottega che vende solo lana e tempo.

Poi, mentre salivamo lungo un sentiero innevato dietro la chiesa, ha detto semplicemente:

«My name is Emil.»
(Il mio nome è Emil.)

Lo ha detto senza voltarsi, come se non fosse importante, o come se lo sapessimo già.

Aina lo ha ripetuto sottovoce, quasi assaporandolo.
Io ho annuito.
«Thank you for showing us around, Emil.»
(Grazie per portarci in giro, Emil.)

«You’re welcome. But here, it’s the place that speaks.»
(Prego. Ma qui, è il posto che parla.)

E allora abbiamo taciuto.
Abbiamo lasciato che fosse il villaggio a raccontarsi:
il cigolio lento di una bandiera,
la neve che si staccava da un tetto con un suono sordo,
il rumore lontano di un martello dentro un capanno.

Camminavamo uno accanto all’altra, senza fretta, senza meta.
E in quel silenzio condiviso, la giornata prendeva forma come una pagina ancora da scrivere.

👉 Non succede nulla di straordinario. Eppure qualcosa si è già spostato. Come quando la neve cambia verso senza che il vento si faccia sentire.

E così abbiamo smesso di cercare il paesaggio. Era il paesaggio a cercare noi. Bastava restare abbastanza in silenzio da sentirlo parlare.

Il viaggio continua nella seconda parte.

 

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