il diario racconta la trasformazione del rapporto tra individuo, società e identità.

«Diario: la funzione socio-pedagogica dall’introspezione al like»
Un viaggio sociologico tra introspezione, controllo di sé e cultura della visibilità nell’epoca del like.
di Giuseppe Santoro
L’articolo ripercorre l’evoluzione storica e culturale del diario, da pratica intima di autoanalisi a strumento pubblico di costruzione dell’identità digitale. Attraverso il pensiero di Max Weber e Michel Foucault, il testo mostra come la scrittura personale abbia progressivamente assunto una funzione sociale e pedagogica: prima come disciplina del sé, poi come forma di autoesposizione continua nei social network. Il diario contemporaneo — frammentato tra stories, post e contenuti performativi — non serve più soltanto a comprendersi, ma anche a essere riconosciuti dagli altri. In questo quadro si inserisce il tema del disagio giovanile analizzato da Rita Bimbatti ne Il Malessere adolescenziale nell’epoca attuale, dove la pressione della visibilità e della costante approvazione digitale contribuisce alla fragilità emotiva delle nuove generazioni. Il diario, un tempo spazio privato dell’anima, diventa così uno specchio sociale nel quale l’identità cerca conferme più che comprensione. (N.R.)
Nel tempo c’è sempre stato il bisogno di raccontare di noi. Com’è cambiato l’utilizzo del diario nel corso dei secoli? ma soprattutto, quale sarebbe la funzione socio pedagogica del diario? vediamolo insieme.
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Indice
- Diario: specchio dell’anima?
- La funzione sociale del diario
- Foucault e la “diarizzazione” social
- Cultura dell’ottimizzazione?
- Riferimenti
Diario: specchio dell’anima?
C’è stato un tempo nel quale gli individui registravano su un diario cartaceo le proprie azioni passate, come se fosse il proprio confessore. Era considerato lo specchio dell’anima, qualcosa di introspettivo, e la propria coscienza faceva un po’ i conti con i rituali religiosi presenti nelle varie epoche. Con l’arrivo della Rivoluzione Industriale il tempo smette di essere scandito dalla religione e diventa una risorsa economica, uno strumento organizzativo. In questo periodo iniziano a circolare diari tascabili prodotti in serie. Questi non contenevano solo pagine bianche, ma calendari, tabelle di conversione pesi/misure e spazi pre-datati.
La funzione sociale del diario
Lo spazio bianco non serve più solo a raccontare “cosa ho fatto”, ma a scrivere “cosa devo fare”. Max Weber nella sua opera L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904) sostiene che si sta assistendo alla nascita di quella che lui definirà la “gabbia d’acciaio”: l’obbligo sociale di razionalizzare ogni istante della vita. Il diario non è solo carta; è uno strumento di razionalizzazione del quotidiano dove il tempo smette di essere vissuto e diventa una risorsa da gestire, misurare e non “sprecare”. Nel 1812, il cartolaio John Letts iniziò a vendere un diario annuale stampato nel suo negozio al Royal Exchange di Londra.
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Il diario ebbe un enorme successo e nel 1862 Letts ne offrì 55 versioni diverse, rivolte a diversi gruppi sociali. Nel 1900, si vendono quasi 250.000 diari all’anno e il diario stampato si affermò come elemento essenziale della vita commerciale. Non più solo uno spazio in cui riflettere su ciò che era stato raggiunto, era diventato un luogo in cui pianificare ciò che restava da realizzare. L’aumento dei tassi di alfabetizzazione, i materiali più economici e le nuove tecnologie di stampa incoraggiarono la produzione e il consumo di diari su una scala senza precedenti.
La studiosa di letteratura Anne-Marie Millim, nel 2013, descrive il diario del XIX secolo come uno “strumento di monitoraggio” il cui obiettivo finale era l’autocontrollo. Registrando attentamente i propri successi e le proprie cadute, chi scriveva un diario poteva confrontare i risultati del proprio passato, presente e futuro. Ad esempio, nel 1852, il diciassettenne Robert Nunns, figlio di un reverendo di Leeds, studente di scuola pubblica, usò il suo diario tascabile per tracciare i suoi progressi sociali, fisici e accademici.
Foucault e la “diarizzazione” social
Il passaggio dal diario come confessione al diario come tracker, trasforma l’individuo nel sorvegliante di se stesso. Michel Foucault parlava di “tecnologie del sé”: pratiche che permettono agli individui di operare sul proprio corpo e sulla propria anima per raggiungere uno stato di perfezione. Ci troviamo nel periodo dell’accelerazione sociale, e, in una società che accelera, il soggetto prova un’ansia da prestazione cronica. L’ottimizzazione del sé non è una scelta libera, ma una strategia di adattamento per non essere “espulsi” dal flusso del progresso.

Approfondisci con “Spiegando Michel Foucault: le modalità di potere” di Fulvio Mele
Nella modernità, l’identità non è più ascritta (chi nasci, resti), ma diventa un “progetto riflessivo”. L’uso del diario riflette l’idea che il Sé sia una materia plastica da modellare costantemente. Il “Sé ideale” (sano, felice, produttivo) è una costruzione sociale legata al capitalismo tardo-moderno, dove il valore della persona coincide con la sua capacità di auto-valorizzarsi e presentarsi come un “prodotto” di successo sul mercato sociale. il diario delle origini, seppur influenzato da norme sociali, rimaneva, tendenzialmente, uno spazio di riflessione privato. Oggi, la “diarizzazione” della vita avviene su piattaforme social.
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Cultura dell’ottimizzazione?
Questo trasforma l’auto-ottimizzazione in una performance del Sé: non cerchiamo più solo di migliorare noi stessi per una salvezza morale, o per efficienza, ma per ottenere capitale sociale sotto forma di “like” e approvazione algoritmica.
La “cultura dell’ottimizzazione” è il meccanismo con cui la società disciplina i corpi e le menti, rendendo l’insoddisfazione cronica un motore per il consumo di nuovi prodotti per il miglioramento di sé. Siamo passati dall’esame di coscienza davanti a Dio all’esame dei dati davanti allo schermo, rimanendo prigionieri della stessa necessità: giustificare la nostra esistenza attraverso la produttività.

Riferimenti
- Foucault M. (1992) Tecnologie del sé, Bollati Boringhieri, Torino
- Zuboff S. (2023) Il capitalismo della sorveglianza, Luiss, Roma
- Weber M, (1991) L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, Milano
- Codeluppi V, (2015) Mi metto in vetrina, Mimesis, Milano
