Oltre la retorica e lo stile, la questione è il declino del potere.

«Dietro il velame»
Trump non cambia solo il linguaggio della politica americana: rivela la trasformazione profonda degli Stati Uniti nel mondo.
di Andrea Marcigliano
Dietro le espressioni brutali, dietro il tono da “gangster cinematografico” che sorprende e inquieta, si intravede qualcosa di più serio dello stile personale di un presidente. Trump non è soltanto una figura eccentrica: è il sintomo visibile di un’America che non riesce più a esercitare indisturbata la propria egemonia globale. Il problema non è la volgarità del linguaggio, ma la mutazione del contesto storico in cui quel linguaggio diventa possibile — e forse inevitabile. “Dietro il velame” significa allora guardare oltre la superficie del personaggio per leggere la crisi della potenza che rappresenta. (N.R.)
Per la prima volta, da che ne ho memoria, un capo di Stato americano parla come un…gangster. E, per di più, un gangster cinematografico. Tanto grossolano, quanto irreale.
Eppure, Donald Trump è reale. E non è un attore, o un guitto di infima categoria. È il Presidente degli Stati Uniti. La massima potenza mondiale…almeno ad oggi.

Ed è un Presidente vero. Che esercita il suo potere, talvolta senza conoscerne, o riconoscerne, i limiti.
Fa politica. Politica internazionale, a tutto campo.
Cercando di mantenere, nonostante tutto, il primato di potere degli States.
Proprio qui, però, sta il problema. Non nelle intemperanze, spesso anche volgari, con cui è uso esprimersi molto, anzi troppo spesso.
Quello se vogliamo, è il suo stile. O la sua mancanza di stile.
E, di per sé, non lo rende un Presidente peggiore del formale Obama, o dell’accorato e religioso Bush jr.
Più volgare, certo. Ma non peggiore.
Il vero problema è che Trump si è ritrovato ad ereditare un’America declinante.

Declinante come potenza universale. Non più in grado di comandare da sola sull’intero globo terracqueo. O, per lo meno, di provarci. Come facevano i suoi predecessori.
È, fondamentalmente, un realista. Ed ha preso atto che la politica internazionale, oggi, è sostanzialmente una partita a tre. Con Mosca e Pechino.
La interpreta, naturalmente, a suo modo.
Alternando aperture a minacce. Parlando, spesso, come un gangster.
O meglio, come un attore di un film poliziesco di terz’ordine.
E fino a qui…in fondo i suoi contendenti, quelli reali, Putin e Xi Jinping, non i pallidi fantasmi europei, gli hanno già preso le misure.
E sanno leggere dietro le sceneggiate e gli atteggiamenti.
Però, c’è un però…che rende più torbida la scena. E solleva molti, troppi dubbi su Trump.
Ed è, manco a dirlo, il suo attacco militare all’Iran.
Attacco improvviso, improvvisato, senza una vera valutazione della situazione in cui si andava a cacciare.
E probabilmente con una conoscenza molto approssimativa del paese e delle sue risorse.

Un disastro. Sotto gli occhi di tutti, anche dei commentatori più benevoli.
E un disastro che sta facendo a Trump solo danni. Alienandogli progressivamente quella maggioranza che lo ha riportato nello Studio Ovale.
E che in questa politica offensiva non si riconosce. Anzi, la rifiuta.
Certo, perché non è una politica di Trump. Bensì qualcosa che gli viene dettato da Telavi. Ovvero dall’amico Netanyahu, che, evidentemente, ha buone carte in mano. Per ricattarlo? Per sedurlo? Inutile almanaccare. Le cose stanno così.
E Trump rischia, seriamente, un disastro nella politica americana, perché troppo appiattito su Israele.
Troppo consonante con Bibi.
Ora resta da vedere cosa farà. Con smargiassate e insulti, parlando come un cow boy, ovvero un vaccaro, sembra, però, orientato a cercare una via d’uscita.
Una trattativa con Teheran, per intenderci. Dove, al di là delle dichiarazioni ufficiali, vi sono orecchie molto attente.

Però, resta il dubbio. Può Trump agire senza l’accordo con Netanyahu?
Ed è palese che Telavi non solo non vuole la tregua con Teheran, ma sta dilatando, in modo molto rischioso, il conflitto a tutto il Medio Oriente.
È il dubbio che pesa come un macigno sulla scena politica internazionale.
Cosa farà Trump?
Al di là del velame delle, usuali, smargiassate.
Perché da questo, e non dalla sua, discutibile, educazione, dipende il futuro del Mondo
