Tra metafisica e linguaggio, il limite delle nostre certezze.

«Dio c’è, Dio non c’è»
Quando la coscienza diventa il luogo in cui nascono realtà, verità e perfino l’idea di Dio.
di Lorenzo Merlo
Il testo di Lorenzo Merlo affronta una delle questioni più antiche del pensiero umano — l’esistenza di Dio — ribaltandone il presupposto. Non si tratta semplicemente di dimostrare o negare il divino, ma di interrogare il ruolo della coscienza che genera significati, valori e realtà percepite. Attraverso il riferimento alla filosofia buddhista di Nāgārjuna e alla distinzione tra ambiti logici delimitati e dimensioni dell’esperienza più profonde, l’autore mostra come il linguaggio razionale sia efficace solo entro sistemi chiusi e condivisi. Quando invece si affrontano temi assoluti, come Dio, verità o esistenza, le categorie del linguaggio rischiano di diventare trappole concettuali. Il saggio invita così a sospendere le opposizioni rigide tra “esiste” e “non esiste”, aprendo uno spazio di riflessione in cui la coscienza stessa diventa il luogo in cui il mondo — e forse anche Dio — prende forma. (N.R.)
Versione semplificata e introduttiva
Esiste davvero Dio?
Oppure è un’idea che l’uomo ha costruito nel corso della sua storia?
La domanda è antica quanto l’umanità. Ma nel testo di Lorenzo Merlo il problema viene posto in modo diverso: forse la questione non è stabilire se Dio esista o non esista, ma capire come funziona la nostra coscienza.
Ogni cosa in cui crediamo – una verità, un valore, un legame affettivo, perfino l’idea di Dio – prende forma nella nostra mente. Non siamo semplici osservatori della realtà: in qualche modo partecipiamo a costruirla.
Il linguaggio razionale funziona bene quando ci muoviamo in ambiti chiari e delimitati: la tecnologia, la matematica, le regole di un gioco, il funzionamento di una macchina. In questi casi le parole sono precise e tutti condividono lo stesso terreno.
Ma quando entriamo nei grandi temi dell’esistenza – la vita, il senso del mondo, la spiritualità, Dio – le cose cambiano.
Qui il linguaggio logico non basta più. Le persone partono da esperienze diverse, sensibilità diverse, visioni del mondo diverse. Per questo spesso il dialogo non porta a una conclusione definitiva.
Secondo Merlo, il nostro tempo tende a fidarsi quasi esclusivamente della ragione e della scienza. Ma questa fiducia rischia di trasformarsi in un nuovo dogma: l’idea che tutto possa essere spiegato e misurato con gli strumenti della razionalità.
Eppure la realtà umana è più complessa.
Le emozioni, le relazioni, la coscienza, la percezione del mondo sfuggono spesso alle spiegazioni lineari.
Da qui nasce il paradosso del titolo:
Dio c’è.
Perché la coscienza umana continua a interrogarsi sull’origine del mondo e sul mistero dell’esistenza.
Dio non c’è.
Perché la scienza, con i suoi strumenti, non può dimostrarlo.
Forse la verità sta proprio in questa tensione: tra ciò che possiamo spiegare e ciò che possiamo solo intuire.
👇 Per chi desidera approfondire questa riflessione – più filosofica e radicale – invitiamo a leggere il testo completo di Lorenzo Merlo, che sviluppa queste idee con maggiore ampiezza e profondità.

Ogni principio nel quale crediamo, ogni visione di verità che ci appare, ogni legame sentimentale che sentiamo, ogni tavolo per il falegname, ogni dio per qualcuno, ogni sfortuna per molti, esiste a causa della nostra coscienza che, non li osserva, ma li genera.
Dire «esiste» significa reificare. Dire «non esiste» significa affermare il nulla. Perciò il sapiente rifugge allo stesso modo dal dire «esiste» e «non esiste».
Nāgāejuna, Mūlamadhyamakakārikā, 15, 10. (1)
In certe circostanze, il linguaggio logico-razionale può descrivere la verità e anche comunicarla ai relativi adepti e pure a disinteressati purché in grado di intellegere le affermazioni che si succedono.
Si tratta di situazioni chiuse entro il movimento e l’ordinamento di pochi elementi, come per esempio per i concetti di ortodromia, di lossodromia, dell’accensione di un’auto, prima ruotando la chiave poi premendo un bottone, della tecnologia necessaria alla realizzazione di un raggio laser, delle regole entro le quali esiste il gioco degli scacchi.
In questo genere di contesti delimitati l’attenzione degli interessati converge su una base nota e condivisa, (nella quale, tra l’altro, viene ad esistere il sentimento e il pensiero della libertà). È questa la condicio sine qua non affinché parta il razzo della comunicazione e della, attraverso questa, replicazione.
Ma, in circostanze aperte, relazionali, morali, sentimentali, emozionali, intime, il linguaggio logico-razionale non può nulla. Non ha potere di comunicazione certa ma di permanente equivoco latente. (Oppure, in alcune occasioni, – ma questo aspetto esula dal presente articolo – di soggiogamento di una parte sull’altra).
Dunque, se nei campi chiusi il dialogo, tra pari competenti o pari interessati, ha la sua ragione d’essere e trova il suo regno, in quelli aperti, il dialogo non ha potere. Anche se gli interlocutori si trovano davanti a versioni opposte delle proprie verità, il nocciolo identitario, sensibile alle emozioni, resta indenne alla dialettica intellettuale.
L’idea che col dialogo si possa trattare tutto porta a chiedersi come mai non siamo saggi da millenni. In essa è riposto un egocentrismo che travisa il prossimo e una supposizione o suggestione derivata dalla presunzione della superiorità della ragione, vulgata dell’illuminismo. A sua volta campo chiuso nel quale si vive credendo che in esso si trovi l’umanità intera, premessa che ci impedisce di osservare che spesso (sempre?) consideriamo comunicazione ciò che invece è ammaliamento, accondiscendenza acritica, discepolizzazione. È ordinario assistere in noi e nel prossimo la ignara ma prepotente certezza di credere di comunicare a mezzo dell’eloquenza, in qualunque circostanza aperta ci si trovi, cioè in qualunque scambio relazionale interpersonale.
A tale weltanschauung di spirito materialista – ovvero estranea al mistero da cui tutto viene o, peggio, certa di poter indagare la vita, gli uomini e la realtà col microscopio per trovarvi la verità e crederla tutta – è pertinente la costante evidenza di inettitudine a riconoscere e distinguere le differenti identità del campo chiuso e di quello aperto.
Il dialogo ha diritto di regno in circostanze condivise, come in un piano tra ladri per rapinare una banca e in qualunque altro campo chiuso o di complicità, di lobby e di pari interessi, dittatura del proletariato o tempo di terzaroli non fa differenza.
Ma non ne ha alcuno, anzi è un elefante in cristalleria, se preponderante rispetto all’ascolto della concezione – non degli argomenti – dell’altro e quindi alla sua dignità e al suo e al rispetto che ne viene, all’annullamento di sé alla messa in discussione di tutto. Tutti aspetti di una modalità maieutica ed energetica, non egocentrica, non proselitica.

Modalità energetica che comunica per vibrazioni capaci di penetrare entro la monade normalmente impermeabile dell’identità e del momento altrui. È così che l’uomo sul cornicione si getta se è la voce dell’autorità a volerlo trattenere in vita. È così che non si getta e rientra dalla finestra se a parlargli è qualcuno che lo fa vibrare, che gli fa sentire se stesso, la vita e la possibilità di luce che il buio esistenziali gli impediva di vedere. Ovvero di qualcuno che lo ha energeticamente ascoltato, non giudicato o costretto.
Autorità o cultura non fa differenza in quanto identicamente culmini di mortificazione della creatività, dovuti all’assoggettamento nei confronti del dogma della logica, del razionalismo quale presunto piano all’altezza di risolvere tutti i problemi e dell’idolatria della scienza, quale solo ambito entro il quale la verità svolazzerebbe per i cieli del mondo, rilasciando grappoli di sé nei pensieri degli uomini. Un ambito che sebbene aperto nel suo principio, ben bacchettato dal prof Popper, è vissuto e trattato come ferreamente chiuso dai suoi adepti in camice bianco e faccia in tv.
Infatti, dire scienziato è dire meglio o superiore e dire “scientificamente provato” è annunciare la sola garanzia assoluta. Lo si fa anche per i dentifrici. Perfino l’annuncio del mezzobusto della ricerca scientifica di una certa università, che ha dimostrato – lemma la cui lama è più affilata di quella di un bisturi, con la quale gli scientisti, ignari e non, separano l’ignoranza dal sapere – la superiorità del fiuto canino rispetto a quello umano, mette sull’attenti il divanista e storpia fin dall’asilo i più piccoli.
Tutto ciò sarebbe anche un’ovvietà se partissimo dalla consapevolezza che siamo universi diversi, una miriade vorticosa del nostro tutto. Un traguardo esistenziale, bene che vada, costretto entro gli smilzi e stagni confini di qualche specializzazione professionale, ma che resta una vetta culturale impedita dall’insano dispotismo aulico di credere ci sia un solo universo per tutti. Di credere che la frusta logico-razionale possa ammansire qualunque circostanza.
Certezze ferree, queste sì banali entro la concezione dell’uomo al pari di una macchina, la sua crescita entro la catena di montaggio del metodo, le sue relazioni limitate a dinamiche replicative, fitte di dati, vuote di creatività.
Chiunque si occupi di comunicazione in contesto didattico e terapeutico, non può che trovare banali tali considerazioni.
Il vissuto, il linguaggio e le sue accezioni, le esigenze, i timori e le pretese individuali tendono ad impedire la posa dell’attenzione su una base condivisa. Tutti hanno esperito equivoci sorprendenti nella loro imprevedibilità. Tutti seguitiamo al basimento nonostante la certezza d’essere stati chiari e inequivocabili.
È il trucco del tombino, un escamotage della verità, con il quale vorrebbe farci presente che non riusciremo mai a uscirne finché affideremo al razionale la nostra comunicazione ovvero finché, in campo aperto, considereremo l’altro sullo stesso punto del cosmo in cui ci troviamo noi.
L’inconsapevolezza dell’arroganza razionalista e la maleducazione relazionale che ne consegue è così piatta da stare a suo agio su un piano cartesiano, e così convinta che nella linea che va sempre più su corra il treno della conoscenza. Essa non è logico-razionalmente risolvibile.
Diversamente, il lavoro di Paul Watzlawick, di Heinz von Foerster, Ernst von Glasersfeld, di Ludwig Wittgentein, Gregory Bateson, Humberto Maturana, Alfred North Whitehead, Kurt Gödel e certamente di altri a me ignoti o scordati, avrebbe inciso, se non demolito, il trampolino della cultura filo-illuminista che, nonostante sia aggettato su una piscinetta, ci fa credere di poterci tuffare nelle acque libere dell’oceano universale.

Se così stanno le cose non si può esimersi dal citare il Riduzionismo, il Determinismo e il Meccanicismo che impregnano e animano i pensieri, del loro spirito Materialista. Ovvero di un diavolo così abile che, senza lotta, ci ha persuasi che a mezzo della ragione possiamo spiegare il mondo.
Un atteggiamento sprezzante, che non si avvede del proprio parossismo, a mezzo del quale, e senza dubbio alcuno, sostiene l’inesistenza di ciò che alcuni chiamano Dio. “Nulla può essere creato” ingiungono, nelle scuole, ai ciarlatani e agli anticristi, gli adorati parruccati della verità scientifica.
Le loro toghe si scuotono nel sarcasmo quando qualcuno richiama l’alogicità della meccanica dei quanti e, ancor più, quando ne si utilizza la formalità per una corrispondenza con la dimensione metafisica degli uomini: l’indeterminismo, che allude all’imprevedibilità coesistente in tutte le relazioni; la duplice dimensione (onda e materia) della natura, che può fare riferimento all’idea e all’azione concreta che ne segue e la contiene; la contiguità di tutte le cose, che permette la memoria e il collegamento dei puntini che compone il disegno dei saperi; l’inesistenza dello spazio e del tempo o entanglement, che spiegherebbe l’invisibile legame sentimentale e l’istantanea reazione indipendentemente dalla distanza d’origine della sollecitazione e la reversibilità del tempo come accade nelle emozioni e la sua variabilità come avviene nelle sensazioni (oltre a ridicolizzare i due pilastri siamesi della meccanica classica, in quanto sottrae loro il valore assoluto di sostegno della realtà e del cosmo, di cui sono arbitrariamente investiti); la realtà che avviene in chi la osserva, che si esprime nei cento alberi differenti sulle tavole di cento disegnatori davanti allo stesso albero; una sola energia che tutto conforma, come da una sola natura delle idee dalle quali tutto è realizzato.
Un sarcasmo su base irascibile capace di devastazione mongolica del pensiero altrui quando fai loro presente che l’arroganza totalitaristica della logica, col trucco dell’eccezione che conferma la regola, non vuole recedere neppure davanti ai paradossi – meglio chiamarli collassi? – e, nel nostro caso, a quello del gatto di Schrödingher, secondo il quale, finché non si apre la scatola in cui è rinchiuso, è necessariamente sia vivo che morto.

I luminari non sospettano che il rigido scranno dal quale emettono sentenze e distinguono il vero dal falso, il reale dal fantastico, non poggia sull’asettica ara della ragione pura, ma su un’emozione razionalista di supremazia della ragione sola timoniera perfetta per tutte le burrasche e per tutti i mari, della quale, come per l’iceberg o il monadnok, non vedono che quanto emerge alla loro sterile concezione: la parte più superficiale e instabile del sapere.
Se ci si presenta all’adunata della vita reattivi al saluto per l’alzabandiera della ragione, il rischio di perdersi il vero nell’altro, non solo si alimenta con superottani il presunto valore assoluto delle specializzazioni, ma le si concepiscono materialisticamente e le si realizzano meccanicisticamente. Al sciogliete le righe ci si avvia dunque verso i saperi, ridotti a tecnica e metodo, dando così le spalle alla conoscenza che della ragione non sa che farsene.
Una conoscenza che non corrisponde per nulla alla discriminazione della verità: ogni campo di gioco regolamentato ha la sua, la verità è nel discorso (Foucault), ma il luminare non lo vede e così, si meraviglia del relativismo e, lancia in resta, a petto in fuori scolpisce ottusità quali “la legge è uguale per tutti”.
Una conoscenza che non ruota come l’asino all’inseguimento della carota intorno alla macina chiedendosi se una certa affermazione è vera o meno bensì, con atteggiamento iperuranico, in che termini è vera o falsa.
Se il sapere, come il giudizio, è un bisturi separatore, la conoscenza, sinonimo dell’ammissione di tutte le parti, tende ad avvenire concependo il mondo non come un insieme di elementi ma come un solo organismo del quale siamo espressioni. Una conoscenza che ridicolizza il principio di una descrizione neutra della realtà, che allude alla sacralità della natura in quanto, come ogni cosa dell’identità fisica e psichica, non è sacrificabile alla stregua di un oggetto a noi estraneo e indipendente.
Conoscenza è avvertire in noi lo spirito universale, per il quale siamo tutti degni di pari dignità, in cui l’altro non è che un noi in tempo e circostanza differente, mentre il sapere è esaurire il nostro infinito potere creativo nello spirito duale e perciò conflittuale, alla sola storicità.
E se la faccenda sembra ridicola oppure troppo seria, comunque non pertinente a noi, si può aggiungere che, per trovarla invece interessante e totalmente necessaria, è sufficiente spogliarsi dal pastrano dell’orgoglio, dai paludamenti dell’importanza personale, dalla fantomatica struttura dell’io e divenire invulnerabili, proprio come il cosmo o Dio.
E sì, Dio c’è. Compare alla coscienza costretto dalla domanda, che non può restare inevasa, sull’origine dell’universo e dell’uomo.
E no, Dio non c’è. Escluso dalla coscienza in quanto inadatto a stare al gioco della scienza analitica, impiccata sul suo causa-effetto e costretta dalla camicia di forza delle sue altre quattro e piatte regolette che invece d’essere pazza, le fanno credere di poter ingabbiare l’infinito.

Ne sì ne no. Se la coscienza avviene nel mondo, il mondo non può che esserne la matrice. A questo punto sarebbe d’ordinanza constatare che Dio siamo noi.
“La mente ossessionata dall’idea di causalità, si inventa la creazione e poi si chiede: «Chi è il Creatore?». La mente stessa è il creatore. E neppure questo è del tutto vero, perché il creatore e la sua creatura sono un tutt’uno. La mente e il mondo non sono separati. Cerca di capire: ciò che tu pensi sia il mondo, in realtà è la tua stessa mente. Lo spazio e il tempo sono nella mente”.
Lorenzo Merlo
Nisargadatta Maharaj, Io sono quello, Roma, Ubaldini, 2001, p. 383.
Note
- Carlo Rovelli, Sull’eguaglianza di tutte le cose, Milano, Adelphi, 2025, p. 125.